COVID e Amici: Quanto Conta Davvero Chi Frequenti per la Tua Percezione del Rischio?
Avete mai pensato a come decidiamo cosa è rischioso e cosa no? Soprattutto durante periodi intensi come la pandemia di COVID-19, la nostra percezione del pericolo ha giocato un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Ci ha spinto a prendere precauzioni, ma a volte forse ci ha anche portato a isolarci più del necessario. Ecco, una delle domande che mi affascina di più è: quanto di questa percezione del rischio deriva da quello che vediamo succedere intorno a noi, specialmente nella nostra cerchia di amici e conoscenti?
Spesso, diciamocelo, la nostra sensazione di rischio non coincide perfettamente con i dati reali. Pensiamo al COVID: magari ci sentivamo più al sicuro di altri, o al contrario, vedevamo pericoli ovunque. Questo studio recente, pubblicato su Springer Nature, ha cercato di scavare proprio in questo aspetto, andando a vedere se l’ambiente sociale reale di una persona – quanti dei suoi amici si sono effettivamente ammalati – influenzi la sua percezione individuale del rischio COVID.
Ma quanto ci azzecchiamo con le nostre percezioni?
È noto che tendiamo a farci influenzare da paure e incertezze, specialmente di fronte a rischi nuovi e spaventosi come è stato il COVID all’inizio. Ma da dove prendiamo le informazioni per “misurare” questo rischio? Una fonte potentissima è proprio il nostro ambiente sociale diretto. L’idea, nota come euristica del circolo sociale, è semplice: se vedo molti amici ammalarsi, probabilmente penserò che il rischio sia alto anche per me.
Finora, però, molti studi si basavano sulla percezione che le persone avevano di quanto il virus circolasse tra i loro amici, non sui dati reali. C’è una bella differenza! Potremmo, ad esempio, proiettare le nostre paure sugli altri, sovrastimando il rischio nel nostro ambiente. Oppure potremmo cadere nel classico “bias ottimistico”: pensare che noi siamo meno a rischio dei nostri coetanei. Insomma, capire se le nostre stime sono accurate o distorte è cruciale.
L’approccio innovativo: guardare la rete sociale reale
Qui arriva il bello dello studio. Invece di chiedere semplicemente “secondo te quanti tuoi amici hanno avuto il COVID?”, i ricercatori hanno fatto qualcosa di più sofisticato. Hanno coinvolto una coorte di matricole di Psicologia (88 studenti nell’anno accademico 2021/22) e hanno mappato le loro relazioni sociali reali. Hanno chiesto a ciascuno chi conosceva all’interno del gruppo e se avesse contratto il COVID nell’ultimo anno. In questo modo, per ogni studente, potevano calcolare la prevalenza reale del COVID all’interno della sua specifica cerchia sociale.
Poi hanno chiesto agli studenti due cose:
- Stimare la percentuale di persone nell’intera coorte che aveva avuto il COVID nell’ultimo anno.
- Valutare la propria suscettibilità personale (quanto probabile pensavano fosse ammalarsi nel mese successivo) e la gravità percepita dell’infezione.
L’obiettivo era duplice: primo, vedere se la prevalenza reale nella cerchia sociale influenzasse la stima della prevalenza generale e la percezione del rischio individuale. Secondo, verificare se le stime degli studenti sulla prevalenza nella coorte fossero accurate o meno.
Risultati sorprendenti: le stime sulla prevalenza
E qui la prima sorpresa: le stime degli studenti sulla prevalenza del COVID nell’intera coorte erano incredibilmente vicine alla realtà! In media, hanno stimato un 71.8% di prevalenza nell’ultimo anno, mentre i dati auto-riferiti indicavano un 69.8%. Una differenza statisticamente non significativa. Quindi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non c’era una tendenza generale a esagerare il rischio tra i coetanei. Certo, le stime individuali variavano (l’errore medio era di circa 14 punti percentuali), ma nel complesso, la percezione collettiva era sorprendentemente accurata.

L’influenza del “contagio” sociale sulla suscettibilità
Ma veniamo al cuore della questione: la nostra cerchia sociale ci influenza? La risposta è sì, e in modo significativo. Lo studio ha trovato che la prevalenza reale del COVID all’interno della cerchia sociale di uno studente (quanti dei suoi amici si erano effettivamente infettati) influenzava direttamente la sua percezione di suscettibilità personale. In pratica, più amici infetti avevi, più probabile ritenevi di poterti ammalare anche tu.
Non solo: la prevalenza nella cerchia sociale influenzava anche la stima che lo studente faceva della prevalenza nell’intera coorte. C’era un effetto indiretto: avere più amici malati ti portava a stimare una prevalenza generale più alta, e questa stima a sua volta (anche se in misura minore) influenzava la tua sensazione di essere suscettibile.
Pensateci: per ogni punto percentuale in più di prevalenza nella propria cerchia sociale, la stima della prevalenza nella coorte aumentava di circa mezzo punto percentuale. E avere solo amici infetti (rispetto a non averne nessuno) aumentava la suscettibilità soggettiva di metà scala (su una scala da 1 a 5)! Questo ci dice che i segnali sociali che riceviamo dal nostro ambiente immediato sono davvero importanti per valutare quanto siamo esposti a un rischio.
E la gravità? Sembra un’altra storia
Un altro risultato interessante riguarda la percezione della gravità della malattia. A differenza della suscettibilità, la percezione di quanto sarebbe stata grave un’eventuale infezione da COVID non era influenzata né dalla prevalenza nella cerchia sociale, né dalla stima della prevalenza nella coorte, né dal proprio stato di infezione passato. Questo suggerisce che siamo capaci di distinguere tra la probabilità di ammalarci e le potenziali conseguenze dell’ammalarci. La nostra cerchia sociale ci informa sulla probabilità, ma non necessariamente sulla severità.
Cosa significa tutto questo (e i limiti dello studio)
Questi risultati sono affascinanti perché confermano, con dati reali sulla rete sociale, che i segnali provenienti dal nostro ambiente sociale sono utilizzati per inferire il nostro rischio personale, in particolare la nostra suscettibilità. Non stiamo solo proiettando le nostre paure, ma stiamo effettivamente “leggendo” l’ambiente.
Inoltre, lo studio non ha trovato prove di un bias sistematico nell’esagerare il rischio dei coetanei, sfidando l’idea che il “bias ottimistico” (sentirsi meno a rischio degli altri) derivi necessariamente da una sovrastima del rischio altrui. Forse, semplicemente, sottostimiamo il nostro!
Ovviamente, come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti. Si basa su auto-dichiarazioni (le persone potrebbero non ricordare bene o non dire la verità), riguarda un gruppo specifico (studenti di psicologia, prevalentemente donne), e i dati sono correlazionali (non possiamo essere certi al 100% della causalità: forse le persone più preoccupate notano di più gli amici malati?). Inoltre, altri fattori non misurati (come l’immunità percepita, l’esposizione ad altre fonti di informazione) giocano sicuramente un ruolo.
In conclusione: uno sguardo al futuro della percezione del rischio
Nonostante i limiti, questo studio ci offre uno spaccato prezioso su come costruiamo la nostra percezione del rischio. Utilizzando un approccio innovativo basato sulla rete sociale reale, mostra che non siamo isole: le esperienze delle persone intorno a noi contano e modellano attivamente quanto ci sentiamo vulnerabili.
La capacità di stimare accuratamente la prevalenza nel gruppo è un segnale positivo, ma l’influenza diretta della cerchia sociale sulla suscettibilità è un meccanismo potente, nel bene e nel male. Capire meglio questi meccanismi, magari usando tecniche simili in contesti diversi, potrebbe aiutarci a comunicare meglio i rischi per la salute pubblica e a supportare decisioni più informate.
Insomma, la prossima volta che vi chiederete quanto è probabile che qualcosa accada, date un’occhiata (critica, ma attenta) a cosa sta succedendo ai vostri amici. Potrebbe influenzarvi più di quanto pensiate!
Fonte: Springer
