Pellet di Qualità per Bovini da Carne: La Ricetta Giusta per Meno Metano e Più Efficienza?
Ciao a tutti appassionati di zootecnia e scienza! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero incuriosito, un argomento che tocca da vicino l’efficienza degli allevamenti e, perché no, anche l’impatto ambientale: l’alimentazione dei bovini da carne. Nello specifico, mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha esplorato come diversi livelli di mangime pellettato di alta qualità influenzino l’appetito, la digestione e quella complessa “fabbrica” interna che è il rumine dei nostri amici bovini.
Sappiamo tutti che l’alimentazione è cruciale. Un buon mangime non solo fa crescere gli animali sani e forti, ma ottimizza anche le risorse. I pellet di alta qualità sono formulati proprio per questo: un mix bilanciato di nutrienti essenziali. Ma la domanda è: quanto darne? Troppo poco potrebbe non bastare, troppo potrebbe essere uno spreco o addirittura controproducente. Trovare il giusto equilibrio è la chiave.
L’Esperimento: Mettere alla Prova i Pellet
Lo studio che ho analizzato ha preso quattro bei bovini da carne, incroci Brahman di circa 2-3 anni, e li ha sottoposti a un test rigoroso utilizzando un disegno sperimentale chiamato “Quadrato Latino 4×4”. In pratica, ogni animale ha provato quattro diete diverse in periodi distinti, sostituendo parte del mangime concentrato tradizionale con pellet di alta qualità a livelli crescenti:
- T1: 0% di pellet (solo concentrato)
- T2: 20% di pellet
- T3: 40% di pellet
- T4: 60% di pellet
L’obiettivo era chiaro: vedere come queste diverse percentuali impattassero su ingestione volontaria, digestibilità dei nutrienti e fermentazione ruminale. I ricercatori hanno monitorato tutto: quanto mangiavano gli animali, come digerivano i vari componenti del cibo (materia secca, proteina grezza, fibre NDF e ADF), cosa succedeva nel loro rumine (pH, temperatura, acidi grassi volatili, ammoniaca, metano!) e persino alcuni parametri nel sangue.
Appetito e Crescita: Nessuna Sorpresa?
Una delle prime cose emerse è che, indipendentemente dalla quantità di pellet nella dieta (fino al 60%), i bovini non hanno mostrato differenze significative né nell’ingestione totale di alimento né nel tasso di crescita giornaliero. Sembra che, almeno in questo esperimento, l’aggiunta di pellet non abbia stimolato un maggiore appetito né frenato la crescita. Questo potrebbe dipendere da tanti fattori, magari la dieta base era già molto appetibile e nutriente, raggiungendo una sorta di “plateau”.
Ma cosa succede alla digestione?
Qui le cose si fanno interessanti! I risultati hanno mostrato che la digestibilità di alcuni nutrienti chiave, in particolare la materia organica (OM) e la fibra neutro detersa (NDF), è risultata massima nel gruppo che riceveva il 60% di pellet (T4). Per altri componenti come la materia secca, la proteina grezza e la fibra acido detersa (ADF), non ci sono state differenze statisticamente rilevanti tra i gruppi.
Cosa significa? Che a dosi più alte, i pellet sembrano aiutare i bovini a “smontare” e assorbire meglio la componente organica e una parte importante della fibra. Gli autori suggeriscono che la presenza di polpa di cassava nei pellet, ricca di NDF, potrebbe aver giocato un ruolo chiave in questo miglioramento. Una migliore digestibilità si traduce, potenzialmente, in un uso più efficiente del cibo.

Un check-up veloce: come stanno i nostri bovini?
Per assicurarsi che le diete fossero ben tollerate, i ricercatori hanno controllato anche alcuni parametri sanguigni, come l’azoto ureico nel sangue (BUN) e l’ematocrito (Hct). I valori medi di BUN non hanno mostrato differenze significative tra i trattamenti e sono rimasti sempre all’interno del range di normalità (tra 8.55 e 9.46 mg/dL). Questo suggerisce che l’apporto proteico fosse adeguato ma non eccessivo, evitando un sovraccarico metabolico. Anche i livelli di ematocrito erano normali (tra 25-29%), indicando che gli animali erano in buona salute, ben idratati e senza segni di anemia. Insomma, dal punto di vista della salute generale, tutte le diete sembravano sicure.
Dentro il rumine: cosa cambia davvero?
Il rumine è il cuore pulsante della digestione nei ruminanti, un ecosistema complesso pieno di microbi al lavoro. Cosa è successo lì dentro con l’aumento dei pellet?
- pH e Temperatura: Stabili. Nessun cambiamento significativo, il che è positivo perché indica un ambiente ruminale equilibrato, ideale per i microbi.
- Ammoniaca (NH3-N) e Acidi Grassi Volatili (VFA): Qui c’è movimento! Con l’aumentare dei pellet nella dieta, specialmente al livello del 60%, sono aumentati i livelli di ammoniaca, acido propionico, acido butirrico e VFA totali. L’aumento di ammoniaca potrebbe indicare una diversa dinamica delle proteine, mentre l’incremento di propionato è generalmente visto come positivo, essendo un precursore importante per l’energia (glucosio) nell’animale.
- Acido Acetico e Metano (CH4): Ecco la notizia forse più eclatante! All’aumentare dei pellet, la produzione di acido acetico e, soprattutto, di metano è diminuita. La riduzione del metano è un risultato importantissimo, sia per l’efficienza energetica (meno energia persa come gas) sia per l’impatto ambientale, dato che il metano è un potente gas serra. Gli autori ipotizzano che i tannini condensati presenti nella polpa di cassava possano aver contribuito a questo effetto.
Questo spostamento nel profilo fermentativo, con più propionato e meno metano, è generalmente associato a una maggiore efficienza energetica della dieta.

Il microcosmo del rumine: chi vince e chi perde?
E i microbi? L’analisi delle popolazioni microbiche ha rivelato che batteri totali e funghi non sono stati influenzati significativamente dai diversi livelli di pellet. Tuttavia, la popolazione di protozoi è diminuita in modo statisticamente significativo all’aumentare della percentuale di pellet. Anche qui, i tannini della cassava potrebbero essere i “colpevoli”, avendo un noto effetto anti-protozoario. Ridurre i protozoi può avere effetti positivi, ad esempio diminuendo la predazione sui batteri “buoni” e contribuendo indirettamente alla riduzione del metano (alcuni protozoi vivono in simbiosi con metanogeni).
Più proteine dai microbi? Efficienza al top!
Infine, la sintesi proteica microbica, cioè la capacità dei microbi del rumine di produrre proteine utilizzabili dall’animale. Lo studio ha misurato l’escrezione dei derivati purinici (un indicatore di questa sintesi). Sebbene il rilascio totale non fosse significativamente diverso, l’assorbimento dei derivati purinici e l’efficienza della sintesi proteica microbica sono risultati maggiori nei bovini alimentati con i pellet di alta qualità rispetto a quelli senza. In pratica, i microbi sembravano lavorare in modo più “efficiente” nel trasformare l’azoto della dieta in preziose proteine microbiche quando i pellet erano presenti in quantità elevate.
Tirando le somme
Cosa ci portiamo a casa da questo studio? Sembra che sostituire il mangime concentrato con pellet di alta qualità fino al 60% della dieta possa essere una strategia vantaggiosa per i bovini da carne. Non tanto per l’appetito o la crescita (che non sono cambiati), ma per:
- Migliorare la digestibilità di materia organica e fibra NDF.
- Modulare la fermentazione ruminale aumentando gli acidi grassi volatili “buoni” come il propionico.
- Ridurre significativamente la produzione di metano, con benefici ambientali ed energetici.
- Diminuire la popolazione di protozoi nel rumine.
- Aumentare l’efficienza della sintesi proteica microbica.
Tutto questo mantenendo stabili i parametri di salute generale dell’animale. Certo, ogni allevamento è una storia a sé, ma questi risultati suggeriscono che i pellet di qualità, usati nelle giuste proporzioni, possono davvero fare la differenza per un’alimentazione più efficiente e sostenibile. Una pista decisamente interessante da approfondire!
Fonte: Springer
