Ostetriche in Africa Sub-Sahariana: Eroi Silenziose contro l’Emorragia Post-Parto e le Sfide dell’AMTSL
Amici, parliamoci chiaro. Quando pensiamo alla nascita di un bambino, immaginiamo gioia, sorrisi, una nuova vita che sboccia. Ed è giusto che sia così. Ma c’è un’ombra che, purtroppo, si allunga ancora troppo spesso su questo momento magico, specialmente in alcune parti del mondo: l’emorragia post-parto (PPH). Pensate che, a livello globale, è ancora la prima causa di mortalità materna. Un dato che fa accapponare la pelle, soprattutto se consideriamo che nel 95% dei casi queste tragedie avvengono nei Paesi in via di sviluppo.
L’Africa Sub-Sahariana (SSA), in particolare, porta un peso enorme: nel 2020, ben due terzi delle morti materne globali sono avvenute lì. E l’emorragia post-parto, definita come una perdita di sangue superiore ai 500 ml dopo il parto, ne è una protagonista silenziosa e letale, colpendo circa il 10.5% delle madri in SSA. Immaginate, una donna su dieci. Numeri che non possono lasciarci indifferenti.
Ma c’è una luce in fondo al tunnel, una strategia che, se applicata correttamente, può fare una differenza enorme. Si chiama Gestione Attiva del Terzo Stadio del Travaglio (AMTSL). Detta così sembra una formula magica complicata, ma in realtà è un insieme di interventi preventivi ben precisi: la somministrazione di farmaci uterotonici (come l’ossitocina) per aiutare l’utero a contrarsi, la trazione controllata del cordone ombelicale e il massaggio uterino. Semplici gesti che possono salvare vite.
La Teoria è Bella, Ma la Pratica? Le Voci delle Ostetriche
Ecco, qui entro in gioco io (o meglio, il team di ricerca di cui faccio parte idealmente per questo articolo!). Ci siamo chiesti: ma se l’AMTSL è così efficace, perché la sua aderenza nelle linee guida è ancora bassa in Africa Sub-Sahariana? Cosa vivono, cosa pensano, quali difficoltà incontrano le vere eroine di questa storia, le ostetriche, che sono in prima linea ogni giorno?
Per capirlo, abbiamo fatto quello che in gergo si chiama una “revisione sistematica qualitativa”. In pratica, abbiamo setacciato montagne di studi pubblicati tra il 2003 e il 2021, cercando tutte quelle ricerche che avessero raccolto le esperienze dirette delle ostetriche sull’implementazione dell’AMTSL in SSA. Dopo una lunga selezione, siamo rimasti con quattro studi “d’oro”, provenienti da Ghana, Sud Africa, Namibia ed Etiopia, che ci hanno aperto una finestra preziosa su questa realtà.
E cosa abbiamo scoperto? Sono emersi cinque temi principali, come cinque fili conduttori che tessono la complessa trama delle loro esperienze.
Tema 1: La Conoscenza dell’AMTSL – “Sì, la conosciamo!”
Le nostre ostetriche, queste professioniste incredibili, l’AMTSL la conoscono. L’hanno imparata sui banchi di scuola, durante la loro formazione, o attraverso training sul posto di lavoro. Una partecipante a uno studio raccontava: “A scuola ci hanno insegnato i tre passaggi del terzo stadio con un modellino… attraverso il teatro”. Un’altra, dal Ghana, confermava l’integrazione dell’AMTSL nei curricula infermieristici e ostetrici. Certo, chi si è laureata da poco sembra avere meno difficoltà nell’applicarla rispetto a chi ha più anni di esperienza alle spalle, il che suggerisce quanto sia vitale la formazione continua.
Tema 2: I Benefici dell’AMTSL – “Funziona, e come!”
Le ostetriche sono ben consapevoli dei rischi legati a una contrazione uterina inadeguata dopo il parto. Inizialmente, alcune potevano essere scettiche sui passaggi dell’AMTSL. Una di loro ha confessato: “Quando ci insegnavano [l’AMTSL], pensavo, come puoi far nascere la placenta se non è completamente separata?… Poi ho iniziato a praticarla e ho scoperto che con questo metodo non avevamo le PPH come prima”. Questa è la forza dell’esperienza diretta! In generale, credono fermamente che l’AMTSL sia più efficace della gestione “di attesa” nel prevenire l’emorragia, riducendo l’incidenza, la necessità di trasfusioni e il rischio di morte materna. E non solo: fa risparmiare tempo prezioso!

Quando si tratta di prepararsi per l’AMTSL, le ostetriche danno priorità alla somministrazione di ossitocina e alla trazione controllata del cordone. Tuttavia, è emerso un dato interessante: molte non menzionavano il massaggio uterino come parte del protocollo, semplicemente perché non lo eseguivano sempre. A volte, la decisione di applicare tutti i passaggi dell’AMTSL era influenzata dalla percezione del rischio materno: se il rischio di PPH sembrava basso, l’AMTSL poteva passare in secondo piano.
Tema 3: Esperienze sul Campo – Tra Fiducia e Sfide
Applicare l’AMTSL dà alle ostetriche un senso di padronanza, grazie a un approccio strutturato. Vedere migliorare gli esiti materni è una fonte di grande soddisfazione. La trazione controllata del cordone e il massaggio uterino, quando eseguiti, seguono la procedura: tensione sul cordone dopo la contrazione uterina, contropressione sull’utero fino al distacco della placenta. “Ci hanno detto di fare la controtrazione così… mettere pressione sull’utero verso l’alto e poi iniziare a retrarre la placenta”, spiegava un’ostetrica. Un’altra aggiungeva: “Il bambino esce… e poi faccio la CCT (trazione controllata del cordone)”.
Tuttavia, non mancano le perplessità. Alcune ostetriche ritengono che il sanguinamento sia un evento naturale e individuale, quasi indipendente dalla somministrazione di ossitocina: “Direi che il sanguinamento è un evento individuale, quando la persona sanguinerà, sanguinerà. Se non dovesse, non sanguinerà. Non penso che la somministrazione di ossitocina sia davvero un fattore che contribuisce al fatto che la persona sanguini o meno”. Questo scetticismo, nonostante l’evidenza scientifica, è un campanello d’allarme.
Tema 4: Gli Ostacoli all’Implementazione – Un Percorso a Ostacoli
E qui, purtroppo, arrivano le note dolenti. Le ostetriche riconoscono l’importanza dell’AMTSL, ma si scontrano con barriere significative. Le principali? Carichi di lavoro eccessivi e carenza di personale, specialmente con l’aumento delle partorienti. “Non c’era tempo per controllare cosa dicono le linee guida… la carenza di ostetriche è un problema nella nostra struttura”, lamentava una di loro. Un’altra rincarava la dose: “Non è facile gestire le donne da sola… usare solo le linee guida, nella realtà, non è possibile”.
Immaginate sale parto affollate, dove più donne partoriscono contemporaneamente. In queste condizioni, eseguire l’AMTSL correttamente diventa un’impresa eroica. “Circa tre persone stanno spingendo nello stesso momento… a volte la gestione attiva non è ben eseguita”. Poi c’è il “dilemma madre-bambino”: se un neonato ha bisogno di cure urgenti per asfissia, l’attenzione si sposta lì, e l’AMTSL può essere trascurata. “Vuoi dare la priorità a cosa fare prima… è qui che l’ostetrica prende la sua decisione”.
Non dimentichiamo le barriere comunicative tra colleghe più giovani e quelle più anziane, con le prime esitanti a mettere in discussione le tecniche delle seconde per timore di essere viste male. E, infine, i problemi logistici: la mancanza di farmaci essenziali, come l’ossitocina. Un’ostetrica raccontava della sua esperienza in un’area rurale: “Quando lavoravo in zona rurale, non avevamo ossitocina… tiravamo semplicemente fuori la placenta”. Parole che pesano come macigni.

Tema 5: Come Migliorare? – Le Proposte delle Ostetriche
Ma non disperiamo! Le stesse ostetriche ci danno la dritta su come migliorare. Una delle strategie è la delega di compiti specifici e il coinvolgimento attivo delle donne durante il travaglio. A volte, le ostetriche delegano la somministrazione di ossitocina ad assistenti, fidandosi delle loro capacità. “Se mi rendo conto che può somministrare l’iniezione di ossitocina… posso chiederle di farlo per me”. Alcune incoraggiano persino le madri a eseguire il massaggio uterino, alleviando così il proprio carico di lavoro, anche se questo dipende dalla lucidità e dalla collaborazione della donna dopo un parto magari difficile.
Il lavoro di squadra, la comunicazione efficace e, soprattutto, garantire la disponibilità costante di ossitocina di buona qualità (con adeguate condizioni di conservazione) sono raccomandazioni chiave emerse con forza. Le politiche sanitarie devono spingere in questa direzione, dando priorità anche alla formazione continua sul campo.
Cosa Ci Portiamo a Casa?
Questa nostra “chiacchierata” con le esperienze delle ostetriche ci dice chiaramente una cosa: l’implementazione dell’AMTSL riduce l’emorragia post-parto e migliora gli esiti materni, ma le sfide, specialmente in contesti a basse risorse, sono ancora tante. Le ostetriche hanno le conoscenze, ma la mancanza di trasferimento di queste conoscenze tra colleghe, la scarsa formazione continua, i carichi di lavoro disumani, la carenza di personale e di forniture essenziali come l’ossitocina, e talvolta una cultura organizzativa poco collaborativa, frenano l’adozione diffusa di questa pratica salvavita.
È fondamentale che i sistemi sanitari investano in queste professioniste: formazione continua, condizioni di lavoro dignitose, stipendi adeguati, strategie di fidelizzazione del personale. Bisogna creare ambienti di lavoro supportivi, dove le ostetriche abbiano gli strumenti, le forniture, la sicurezza e il sostegno sociale per operare al meglio. E poi, diciamocelo, migliorare le relazioni interpersonali e i meccanismi di comunicazione all’interno dei team può fare miracoli.
Insomma, la strada per azzerare le morti materne prevenibili è ancora lunga, ma ascoltare e supportare le ostetriche, le vere custodi della salute di mamme e bambini, è il primo, imprescindibile passo. Dobbiamo garantire che ogni donna, ovunque si trovi, possa vivere il momento del parto con la sicurezza e la gioia che merita.
Fonte: Springer
