Onore e Sextortion: Perché in Italia Giudichiamo Più Duramente le Vittime?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento tosto, delicato, ma tremendamente importante: la sextortion. Un brutto neologismo, lo so, nato dalla fusione di “sex” ed “extortion”, sesso ed estorsione. Si tratta di quell’odioso crimine dove qualcuno abusa del proprio potere per ottenere favori sessuali. Un fenomeno che, purtroppo, è diffuso ovunque, anche qui da noi, e che lascia cicatrici profonde, fisiche e psicologiche, per non parlare del danno alla reputazione delle vittime.
Mi sono imbattuto in uno studio recente che ha acceso una lampadina nella mia testa, uno di quelli che ti fa dire “Ah, ecco perché!”. La ricerca, pubblicata su Springer, ha messo a confronto Italia e Regno Unito per capire se e come la nostra “cultura dell’onore” influenzi il modo in cui percepiamo le vittime di sextortion. E i risultati, ve lo dico subito, fanno riflettere parecchio.
Cos’è Esattamente la Sextortion?
Prima di addentrarci nei meandri culturali, chiariamo bene di cosa stiamo parlando. La sextortion è un mix micidiale tra violenza di genere e corruzione. Pensate a un funzionario che chiede favori sessuali per accelerare una pratica, un professore che li pretende per un buon voto, un poliziotto per chiudere un occhio. È un abuso di potere bello e buono, con una connotazione sessuale.
Il termine è stato coniato nel 2008 dall’Associazione Internazionale delle Donne Giudici (IAWJ), proprio per sottolineare questa specificità. Prima, si tendeva a far rientrare tutto nel calderone delle molestie sessuali. Il problema è che, nonostante se ne parli da anni, i dati concreti scarseggiano. Solo dal 2019 Transparency International ha iniziato a monitorarla seriamente. Questa mancanza di dati rende difficile capire dove colpisca di più e come si manifesti.
Sappiamo però che non fa distinzioni tra paesi ricchi e poveri, colpisce adulti e minori, e si insinua in tanti settori: giustizia, istruzione, impiego pubblico, immigrazione, persino nei campi profughi. E, dato forse non sorprendente ma comunque doloroso, le donne sono le vittime più frequenti. Questo ci dice chiaramente che la sextortion è anche una forma di violenza di genere.
Uno dei motivi per cui ci sono poche denunce ufficiali è lo squilibrio di potere tra vittima e carnefice. Provate voi a dimostrare un abuso del genere quando chi vi ricatta ha il coltello dalla parte del manico! Per questo la ricerca scientifica sul tema è ancora limitata, anche se gli studi recenti iniziano a dipingere un quadro preoccupante: la sextortion prospera dove c’è alta corruzione e colpisce di più le persone vulnerabili, come le donne in povertà o le migranti che cercano di attraversare confini o accedere a servizi essenziali.
La Vittima Sotto Giudizio: Stigma e Biasimo
Chi subisce sextortion, un po’ come chi subisce altre forme di violenza sessuale, spesso si sente invisibile, prova vergogna, viene stigmatizzato e, ciliegina amara sulla torta, viene incolpato. Sì, avete capito bene: victim blaming, il biasimo della vittima.
Ricerche precedenti, ad esempio, hanno mostrato come in scandali sessuali legati alla corruzione, le donne vengano spesso dipinte come seduttrici consenzienti, quasi complici. Altri studi evidenziano che la percezione della moralità della vittima gioca un ruolo chiave: una donna considerata “poco modesta” o che “cede” alla sextortion viene giudicata più negativamente, ritenuta più responsabile e meritevole di meno aiuto. Pensateci: una persona già vittima di un abuso, giudicata e incolpata dalla società. Un’ingiustizia nell’ingiustizia.

Ma finora, nessuno si era chiesto seriamente: la cultura in cui viviamo c’entra qualcosa in tutto questo? Può il nostro background culturale modellare il modo in cui guardiamo a queste vittime?
Culture dell’Onore vs. Culture della Dignità: Italia vs. Regno Unito
Ed eccoci al cuore dello studio. I ricercatori hanno usato una distinzione classica della psicologia culturale: quella tra culture dell’onore e culture della dignità.
* Nelle culture dell’onore (come quella mediterranea, mediorientale, sudamericana), la reputazione, l’immagine sociale, sono tutto. L’onore è qualcosa di fragile, che si può perdere facilmente con un comportamento sbagliato agli occhi degli altri. Ci sono regole sociali precise, spesso diverse per uomini e donne. L’onore maschile si lega alla forza, alla protezione della famiglia e della proprietà, e a volte giustifica l’aggressività per difendere la reputazione. L’onore femminile, invece, ruota attorno a modestia, riserbo sessuale, lealtà al partner, sottomissione all’autorità maschile e dedizione alla famiglia.
* Nelle culture della dignità (come quelle nordeuropee o nordamericane), il valore di una persona è considerato più intrinseco, legato ai propri principi e standard morali, qualcosa che non dipende troppo dal giudizio altrui.
Lo studio ha scelto l’Italia come esempio di cultura dell’onore e il Regno Unito come esempio di cultura della dignità. L’ipotesi di partenza era che in un contesto come quello italiano, dove l’onore (soprattutto femminile e familiare) ha un peso rilevante, le vittime di sextortion potessero essere giudicate più severamente. Dopotutto, se l’onore femminile si basa su riserbo e lealtà, cedere a un ricatto sessuale potrebbe essere visto come una grave violazione di queste norme.
Lo Studio: Cosa Hanno Scoperto?
Hanno reclutato circa 450 studenti, metà italiani e metà britannici, e hanno fatto leggere loro la storia fittizia di Sara, una donna di 25 anni che aveva bisogno di un visto urgente. Un funzionario le chiedeva sesso in cambio della pratica accelerata, e lei cedeva. Ma la storia aveva delle varianti:
- Sara cedeva per motivi personali (per curare una sua malattia) oppure per motivi familiari (per curare il figlio malato).
- Sara era descritta come una donna con alta modestia sessuale (tranquilla, casalinga, fedele) oppure con bassa modestia sessuale (socievole, festaiola, con un tradimento passato alle spalle).
Dopo aver letto la storia, i partecipanti dovevano esprimere i loro sentimenti (rabbia morale, disgusto, empatia), giudicare la moralità di Sara (onesta, sincera, morale vs. inaffidabile, immorale, sleale) e attribuirle la colpa per l’accaduto.
E qui arrivano i risultati che, come anticipavo, fanno pensare:
1. Differenza Italia-UK: Come ipotizzato, noi italiani abbiamo mostrato in generale più rabbia morale verso la vittima, l’abbiamo giudicata meno morale e le abbiamo attribuito più colpa rispetto ai partecipanti britannici. Questo suggerisce che la nostra “cultura dell’onore” potrebbe effettivamente portarci a essere più severi. Inoltre, gli italiani nello studio tendevano ad aderire maggiormente ai valori dell’onore familiare.
2. Motivazione Personale vs. Familiare: Entrambi i gruppi (italiani e britannici) hanno giudicato Sara meno morale quando cedeva per motivi personali rispetto a quando lo faceva per il figlio. Sembra quasi che il sacrificio per la famiglia “nobiliti” un po’ l’atto agli occhi della gente, in linea con l’idea dell’onore femminile legato alla dedizione familiare.
3. Modestia Sessuale (la sorpresa): Contrariamente alle aspettative, la vittima è stata giudicata marginalmente più colpevole quando era descritta come molto modesta! Strano, vero? I ricercatori ipotizzano che forse, proprio perché ci si aspetta che una donna “perbene” aderisca strettamente alle norme, vederla coinvolta in un atto di sextortion (anche se vittima) venga percepito come una violazione più grave di quell’immagine ideale, portando a un biasimo maggiore.
4. Il Peso dei Valori Individuali: Andando oltre la semplice divisione Italia/UK, lo studio ha scoperto una cosa fondamentale. Le persone (in entrambi i paesi) che aderivano di più ai valori dell’onore femminile (modestia, priorità alla famiglia) e dell’onore familiare (proteggere la reputazione della famiglia) tendevano a incolpare di più la vittima. E questa associazione era più forte nel campione italiano. Questo ci dice che non è solo una questione di “passaporto”, ma di quanto *personalmente* interiorizziamo certi valori legati all’onore.

Cosa Ci Portiamo a Casa?
Questo studio, pur con i suoi limiti (campione di studenti, più donne che uomini, scenario fittizio), ci lancia un messaggio forte: la cultura conta, eccome. Il modo in cui siamo cresciuti, i valori che respiriamo nella nostra società, specialmente quelli legati all’onore, possono influenzare profondamente come giudichiamo una vittima di sextortion.
Il fatto che in Italia, una cultura con radici profonde legate all’onore, emerga un biasimo maggiore verso la vittima è un campanello d’allarme. Non si tratta di puntare il dito contro “gli italiani”, ma di riconoscere che certi schemi culturali possono, involontariamente, rendere la vita ancora più difficile a chi ha già subito un abuso terribile. Aspetti come ideologie più tradizionali o episodi di vittimizzazione secondaria da parte di media e istituzioni, forse intrecciati con la logica dell’onore, potrebbero contribuire a questo quadro.
La ricerca sottolinea l’urgenza di campagne di sensibilizzazione sulla sextortion che siano culturalmente calibrate. Non basta dire “non si incolpa la vittima”. Bisogna scardinare quelle credenze profonde, quelle aspettative legate ai ruoli di genere e all’onore, che portano a giudicare chi dovrebbe essere solo protetto e supportato. Bisogna lavorare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, con le forze dell’ordine, per creare un ambiente in cui le vittime si sentano sicure a denunciare, senza paura di essere giudicate o colpevolizzate.
Dobbiamo rafforzare le leggi, certo, ma anche e soprattutto cambiare la mentalità. Sfidare le visioni tradizionali che contribuiscono al victim blaming, promuovere un approccio centrato sulla vittima, offrire supporto psicologico e legale. Solo così possiamo sperare di ridurre lo stigma e incoraggiare più persone a rompere il silenzio su questo crimine odioso.
È una sfida complessa, lo so. Ma iniziare a parlarne, a capire come funzionano certi meccanismi culturali, è il primo, indispensabile passo.
Fonte: Springer
