Immagine al microscopio elettronico a scansione (SEM) di batteri Staphylococcus aureus di forma sferica (cocchi) raggruppati a grappolo. Colori scientifici migliorati per la visualizzazione, ad esempio duotone blu e oro. Obiettivo macro simulato, alta definizione, per evidenziare la struttura tridimensionale dei batteri.

MRSA in corsia: Viaggio nel cuore di un’emergenza batterica in Etiopia!

Amici lettori, oggi vi porto con me in un’indagine che tocca un nervo scoperto della sanità globale, un problema che, sebbene lontano geograficamente per alcuni, risuona forte e chiaro ovunque: le infezioni del sangue e, in particolare, quelle causate da un nemico sempre più astuto e resistente, lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, meglio noto come MRSA.

Immaginatevi in un grande ospedale, un centro specializzato e di riferimento, come quello Universitario di Gondar, nel nord-ovest dell’Etiopia. È qui che un team di ricercatori ha deciso di vederci chiaro, analizzando la situazione delle infezioni del flusso sanguigno (quelle che in gergo chiamiamo batteriemie o setticemie) tra gennaio e giugno 2022. E, ve lo dico subito, i risultati fanno riflettere parecchio.

Cosa sono queste infezioni del sangue e perché preoccupano?

Prima di addentrarci nei numeri, facciamo un piccolo passo indietro. Le infezioni del sangue, o BSI (Bloodstream Infections), si verificano quando batteri, funghi o altri microrganismi entrano nel flusso sanguigno. Non è una bella cosa, ve lo assicuro! Possono scatenare una risposta infiammatoria generalizzata in tutto il corpo, nota come sepsi, che può portare a shock settico, insufficienza d’organo e, nei casi più gravi, alla morte. Lo Staphylococcus aureus è uno dei principali colpevoli a livello mondiale quando si parla di queste infezioni.

Pensate che prima dell’era antibiotica, una batteriemia da S. aureus aveva una mortalità che sfiorava l’80%! Oggi, nonostante i progressi, il tasso di mortalità rimane alto, oscillando tra il 10% e oltre il 40%. Un vero incubo, soprattutto quando questo batterio impara a difendersi dai nostri farmaci più comuni.

L’incubo MRSA: un nemico sempre più diffuso

Ed eccoci al punto cruciale: l’MRSA. Questo “superbatterio” è una versione dello Staphylococcus aureus che ha sviluppato resistenza alla meticillina, un antibiotico della famiglia delle penicilline, e spesso anche a molti altri antibiotici beta-lattamici. La sua comparsa, nel lontano 1961, ha segnato l’inizio di una sfida sanitaria globale. Negli ultimi decenni, le infezioni da MRSA sono diventate sempre più comuni negli ospedali di tutto il mondo, e la sepsi da MRSA è ormai riconosciuta come un problema strettamente legato all’assistenza sanitaria.

La mortalità associata alla batteriemia da MRSA è spesso significativamente più alta rispetto a quella da S. aureus sensibile alla meticillina (MSSA). Questo perché l’MRSA possiede un gene, il famoso mecA, che codifica per una proteina (PBP2a) capace di legare le penicilline con minore affinità, rendendo di fatto inefficaci questi antibiotici. Nei paesi a basso reddito, come l’Etiopia, il peso della resistenza antimicrobica sull’economia e sulla salute pubblica è ancora più gravoso.

Lo studio di Gondar: i numeri che parlano chiaro

Torniamo al nostro ospedale etiope. Su 1200 pazienti sospettati di avere un’infezione del sangue, i ricercatori hanno trovato una crescita batterica nelle emocolture nel 35,3% dei casi (424 pazienti). Un dato già di per sé significativo. Ma andiamo più a fondo.

Tra i batteri isolati:

  • I cocchi Gram-positivi rappresentavano il 51,2% (217 casi).
  • I bacilli Gram-negativi il 41,0% (173 casi).

E indovinate un po’ chi era il protagonista tra i cocchi Gram-positivi? Proprio lui, lo Staphylococcus aureus, responsabile del 26,2% di tutte le infezioni del sangue con batterio isolato (111 casi su 424). Questo dato è in linea con studi condotti in Arabia Saudita, ma inferiore ad altri report etiopi o di paesi come Nepal e India. Tuttavia, è superiore a studi precedenti nella stessa Gondar, o ad Addis Abeba, e a dati provenienti da USA e Italia. Perché questa variabilità? Probabilmente, la sua ampia diffusione negli ambienti ospedalieri come contaminante gioca un ruolo, così come la sua natura di commensale della pelle e delle mucose, pronto a invadere l’organismo durante procedure chirurgiche o manipolazioni strumentali.

Fotografia di un'unità di terapia intensiva neonatale (NICU) moderna e pulita, con incubatrici visibili. Un medico o un'infermiera, con mascherina e camice, si china con cura su un'incubatrice. Luce soffusa ma chiara, che crea un'atmosfera di attenzione e speranza. Obiettivo prime, 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco il personale e l'incubatrice, lasciando lo sfondo leggermente sfocato.

Ma la vera doccia fredda arriva quando si guarda alla resistenza. Dei 111 ceppi di S. aureus isolati, ben il 68,5% (76 casi) erano MRSA! Un valore altissimo, che supera di gran lunga i tassi riportati in molti altri studi, inclusi quelli in altre aree dell’Etiopia, Arabia Saudita, Nuova Zelanda, Australia, Taiwan, Canada, America Latina e Spagna. È un segnale d’allarme che indica una diffusione preoccupante di questo superbatterio in contesti ospedalieri, specialmente nelle unità di terapia intensiva.

Chi sono i più colpiti?

Lo studio ha rivelato alcuni pattern interessanti. La batteriemia in generale era più prevalente nei maschi (60,1%) e nelle unità di terapia intensiva neonatale (NICU), con un picco del 57,1%. Nello specifico, l’MRSA ha mostrato una predilezione per:

  • Maschi: 59,2% dei casi di MRSA.
  • Pazienti pediatrici: 56,6%.
  • Unità di Terapia Intensiva Neonatale (NICU): 44,7%.

Questi dati sono in parte supportati da altri studi, specialmente per quanto riguarda la vulnerabilità dei neonati nelle NICU. I loro meccanismi di difesa ancora immaturi, uniti a interventi invasivi come cateterizzazione, ventilazione meccanica e procedure chirurgiche, li rendono bersagli facili. È interessante notare che altri studi, invece, avevano indicato una maggiore prevalenza in età più avanzata o nel sesso femminile; questa discrepanza potrebbe essere dovuta al gran numero di neonati inclusi nello studio di Gondar.

Resistenza agli antibiotici: un quadro preoccupante

Oltre alla resistenza alla meticillina (evidenziata tramite il test con cefoxitina, a cui il 68,5% degli S. aureus era resistente), lo studio ha testato la sensibilità ad altri farmaci. I risultati sono stati i seguenti per S. aureus:

  • Penicillina: Resistenza altissima, ben il 91,9%! Praticamente inutile.
  • Gentamicina: Sensibilità nel 63,7% dei casi. Un barlume di speranza.
  • Tobramicina: Sensibilità nel 62,2% dei casi. Simile alla gentamicina.

La sensibilità alla gentamicina è un dato confortante e in linea con altri studi africani e asiatici. Tuttavia, la massiccia resistenza alla penicillina e l’elevata prevalenza di MRSA sottolineano come le opzioni terapeutiche si stiano restringendo pericolosamente.

Immagine macro di una piastra di Petri con colonie batteriche di Staphylococcus aureus (dorate) coltivate su un terreno agar sangue. Illuminazione da laboratorio controllata per evidenziare la texture e il colore delle colonie. Obiettivo macro, 90mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sulle colonie batteriche.

Cosa ci insegna questo studio (e cosa fare)?

Questo studio, pur con alcune limitazioni (come la mancanza di dati clinici dettagliati dei pazienti o l’assenza di caratterizzazione molecolare del gene mecA per motivi di risorse), lancia un messaggio forte e chiaro. La prevalenza di batteriemie da MRSA all’Ospedale Universitario di Gondar è elevata, specialmente in gruppi vulnerabili come i neonati e i pazienti pediatrici, e nei maschi.

Cosa possiamo fare? Gli autori stessi suggeriscono la via:

  • Migliorare le pratiche di prevenzione delle infezioni: l’igiene delle mani, la sterilizzazione degli strumenti, l’asepsi nelle procedure sono fondamentali. Bisogna essere rigorosissimi!
  • Implementare tecniche di laboratorio rigorose e di routine: una diagnosi rapida e accurata è il primo passo per un trattamento mirato.
  • Ricorrere a tecniche avanzate: quando possibile, la caratterizzazione molecolare dei geni di resistenza, come il mecA, può fornire informazioni preziose per capire la diffusione e l’evoluzione di questi superbatteri.

Insomma, la battaglia contro l’MRSA e le infezioni resistenti è tutt’altro che vinta. Richiede un impegno costante, risorse adeguate e una sorveglianza continua. Studi come questo, condotti in contesti spesso difficili, sono cruciali per tenere alta l’attenzione e guidare le strategie di contrasto. Perché la salute di uno, in un mondo interconnesso, è la salute di tutti.

Fonte: Springer

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