Movimento e Cervello nei Bambini: Siamo Sicuri Che Più Attività Fisica Sia Sempre Meglio?
Il Legame Inaspettato tra Movimento e Funzioni Esecutive nei Più Piccoli
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero incuriosito e che, forse, metterà in discussione alcune delle nostre certezze sul benessere dei bambini. Siamo cresciuti con l’idea che far muovere i nostri piccoli sia fondamentale, non solo per il corpo ma anche per la mente. Più corrono, più giocano all’aperto, meglio è per il loro sviluppo cognitivo, giusto? Beh, tenetevi forte, perché una recente ricerca sembra raccontare una storia un po’ diversa, soprattutto quando parliamo di bambini in età prescolare (dai 3 ai 5 anni).
Il punto centrale riguarda le funzioni esecutive (EF). Cosa sono? Immaginatele come il “direttore d’orchestra” del nostro cervello: ci aiutano a pianificare, a concentrarci, a ricordare le istruzioni, a gestire più compiti contemporaneamente e a controllare i nostri impulsi. Sono capacità cruciali per l’apprendimento e, in generale, per cavarsela nella vita. È stato dimostrato più volte che avere buone funzioni esecutive da piccoli è un ottimo predittore di successo in tanti ambiti futuri.
Ora, la logica (e molte ricerche sperimentali, soprattutto sugli adulti) ci dice che l’attività fisica (PA) fa bene alle funzioni esecutive. E in effetti, diversi studi hanno mostrato effetti positivi di programmi di attività fisica strutturata anche sui bambini. Ma cosa succede quando guardiamo all’attività fisica quotidiana, quella spontanea, non legata a specifici interventi?
Lo Studio: Cosa Abbiamo Cercato di Capire
In questo studio osservazionale, abbiamo voluto indagare proprio questo: come l’attività fisica che i bambini fanno ogni giorno, nel loro ambiente naturale, si collega alle loro funzioni esecutive. Abbiamo coinvolto 68 bambini tedeschi tra i 3 e i 5 anni. Per misurare le loro capacità cognitive, abbiamo usato una serie di test computerizzati molto specifici (la batteria EF Touch), somministrati in due sessioni. Per monitorare l’attività fisica, invece, i bambini hanno indossato un piccolo dispositivo chiamato accelerometro per sette giorni consecutivi, che registrava quanto e come si muovevano.
In più, abbiamo raccolto informazioni dai genitori tramite questionari, chiedendo loro di valutare sia le funzioni esecutive dei figli nella vita di tutti i giorni, sia il loro livello di attività fisica e un aspetto molto interessante: il loro comportamento iperattivo-impulsivo.
Perché l’iperattività? Beh, c’era un’ipotesi affascinante. Alcuni studi precedenti avevano trovato risultati contrastanti: a volte l’attività fisica sembrava legata positivamente alle funzioni esecutive, altre volte no, o addirittura negativamente! Una possibile spiegazione avanzata da altri ricercatori (Willoughby et al., che hanno usato metodi simili ai nostri) era che forse i bambini più iperattivi e impulsivi tendono a muoversi di più, ma in modo meno strutturato e forse meno “utile” per lo sviluppo delle funzioni esecutive. Poteva essere l’iperattività, quindi, a “confondere” il quadro, agendo come un moderatore?

La Sorpresa: Più Movimento Intenso, Meno Performance?
E qui arriva il risultato che ci ha lasciati un po’ spiazzati. Contrariamente alle nostre aspettative iniziali (basate sull’idea generale “più movimento = cervello più efficiente”), abbiamo trovato una correlazione negativa tra il tempo trascorso in attività fisica da moderata a vigorosa (MVPA) – quella più intensa, come correre o giocare con molta energia – misurata dall’accelerometro, e le prestazioni nei test delle funzioni esecutive. In pratica, i bambini che passavano più tempo in attività fisica intensa tendevano ad avere punteggi leggermente più bassi nei test cognitivi.
Questo risultato è in linea con quanto trovato da Willoughby et al. nel loro studio su bambini americani, usando misure simili. Sembra quindi che, almeno nell’ambito dell’attività fisica quotidiana e spontanea dei bambini in età prescolare, il legame con le funzioni esecutive non sia così scontato e positivo come si potrebbe pensare.
Abbiamo anche controllato se fattori come l’età del bambino (i più grandi, come atteso, andavano meglio), il genere, l’indice di massa corporea (BMI) e il livello di istruzione dei genitori (più alto era, migliori erano le performance dei figli) influenzassero questo risultato. L’associazione negativa tra MVPA e funzioni esecutive rimaneva significativa anche tenendo conto di questi aspetti.
E l’Iperattività? Il Mistero Rimane
Ma allora, l’ipotesi dell’iperattività come “chiave di lettura” reggeva? Poteva essere che questo legame negativo fosse valido solo per i bambini meno iperattivi, o magari più forte per quelli più iperattivi?
Abbiamo testato specificamente se il livello di iperattività-impulsività riportato dai genitori moderasse l’associazione tra MVPA e funzioni esecutive. La risposta è stata: no. Il comportamento iperattivo-impulsivo non sembrava influenzare in modo significativo questa relazione nel nostro campione. Quindi, l’ipotesi che l’iperattività potesse spiegare i risultati “strani” non ha trovato conferma nei nostri dati.
Questo ci lascia con un quadro ancora più complesso. La relazione tra movimento quotidiano e sviluppo cognitivo nei primissimi anni di vita potrebbe essere diversa da quella che osserviamo in età più avanzata o in contesti di attività fisica più strutturata.

Perché Questa Differenza? Attività Strutturata vs. Movimento Spontaneo
Una possibile spiegazione potrebbe risiedere nel tipo di attività fisica. Gli interventi che spesso mostrano benefici per le funzioni esecutive includono attività più strutturate, magari con regole da seguire, obiettivi da raggiungere, o che richiedono un certo grado di pianificazione e controllo (pensiamo ai giochi di squadra, o a percorsi motori specifici). Queste attività potrebbero allenare direttamente le funzioni esecutive.
L’attività fisica quotidiana misurata con l’accelerometro, invece, cattura tutto il movimento, compreso quello più “caotico” e meno finalizzato (come correre avanti e indietro senza uno scopo preciso). È possibile che questo tipo di movimento, pur essendo importante per la salute fisica, non offra gli stessi stimoli cognitivi, specialmente nei bambini molto piccoli che magari non intraprendono ancora attività fisica con obiettivi specifici (come “fare sport per stare in forma”).
Interessante notare che, in via esplorativa, abbiamo anche guardato al tempo trascorso in attività sedentaria. E qui, un’altra piccola sorpresa: nel nostro campione, più tempo passato in attività sedentarie era associato a migliori performance nei test delle funzioni esecutive. Attenzione però! Questo non significa che stare fermi faccia bene al cervello in assoluto. Potrebbe dipendere moltissimo da cosa fanno i bambini quando sono sedentari. Nel nostro campione, proveniente da famiglie con un livello socio-culturale mediamente alto, è possibile che il tempo sedentario fosse dedicato ad attività cognitivamente stimolanti (come leggere, fare puzzle, disegnare) piuttosto che, ad esempio, passare ore davanti a uno schermo passivamente. Questa è un’area che merita sicuramente ulteriori indagini.
Cosa Portiamo a Casa (e Cosa Dobbiamo Ancora Scoprire)
Quindi, cosa ci dice tutto questo? Prima di tutto, che la relazione tra quanto si muovono i bambini piccoli e come funziona il loro cervello è più sfumata di quanto pensassimo. L’idea che “più movimento intenso è sempre meglio” per le funzioni esecutive potrebbe non essere accurata quando parliamo dell’attività fisica quotidiana e spontanea in età prescolare.
Importante: questo studio è osservazionale, il che significa che abbiamo osservato delle associazioni, ma non possiamo stabilire un rapporto di causa-effetto. Non stiamo dicendo che l’attività fisica intensa causi un peggioramento delle funzioni esecutive! Potrebbero esserci altri fattori in gioco.
Inoltre, il nostro campione era composto principalmente da bambini provenienti da famiglie con un buon livello di istruzione, e con livelli di iperattività-impulsività generalmente bassi. Questo limita un po’ la possibilità di generalizzare i risultati a tutta la popolazione e potrebbe aver reso più difficile osservare un eventuale ruolo dell’iperattività.
La ricerca futura dovrà scavare più a fondo:
- Distinguere meglio i tipi di attività fisica (strutturata vs. non strutturata).
- Capire cosa fanno i bambini durante il tempo sedentario.
- Studiare campioni più diversificati, includendo bambini con diversi background socio-economici e magari a rischio di ADHD.
- Utilizzare metodi che permettano di osservare le funzioni esecutive nel contesto della vita quotidiana, non solo in laboratorio.
Insomma, il viaggio per capire come aiutare al meglio lo sviluppo dei nostri bambini è ancora lungo e pieno di scoperte affascinanti. Continuiamo a incoraggiare il movimento, ma forse con un occhio di riguardo in più alla qualità e al tipo di attività, piuttosto che solo alla quantità!
Fonte: Springer
