Monitorare lo Stress in Gravidanza: Mission (Im)Possible per le Infermiere?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che tocca la vita di tantissime professioniste là fuori: lo stress lavorativo, specialmente quando si aspetta un bambino. E in particolare, parliamo di una categoria che vive lo stress sulla propria pelle ogni giorno: le infermiere e i team infermieristici.
Sapete, il lavoro in ospedale non è una passeggiata. Turni notturni, orari lunghissimi, stare in piedi per ore, sollevare pesi… e mettiamoci pure la gestione di situazioni ad alta tensione, come emergenze, pazienti critici o familiari emotivamente provati. È un ambiente che mette a dura prova, non c’è che dire. Negli Stati Uniti, quasi 5 milioni di persone lavorano come infermieri, e circa la metà sono donne in età fertile. Immaginate cosa significhi affrontare tutto questo con un pancione!
Lo Stress in Gravidanza: Un Nemico Silenzioso
Sappiamo da tempo che lo stress cronico durante la gravidanza non fa bene. Studi lo hanno collegato a esiti non proprio felici, come aborti spontanei, parti pretermine e ipertensione gestazionale. Turni di notte, ore di lavoro infinite, preoccupazioni economiche… tutto contribuisce. I meccanismi? Probabilmente hanno a che fare con l’alterazione dei nostri ritmi circadiani (quelli che regolano sonno e veglia), la riduzione del sonno e uno scombussolamento a livello neuroendocrino.
Finora, però, la maggior parte degli studi si è basata su questionari, su ricordi, spesso raccolti una sola volta. Ma la vita, soprattutto quella di un’infermiera, è fatta anche di stress acuti, quei momenti improvvisi e intensi che ti fanno schizzare il cuore a mille: una rianimazione difficile, un paziente agitato… Come reagisce il corpo di una donna incinta a questi picchi di stress quotidiani?
Quando viviamo uno stress acuto, il nostro sistema nervoso simpatico si attiva, il cuore batte più forte, la pressione sale, vengono rilasciati adrenalina e cortisolo. È una risposta normale. Ma se questi picchi sono continui e il corpo non riesce a “tornare alla normalità” velocemente, alla lunga non è salutare. Potrebbe portare a problemi come ipertensione cronica e un maggior rischio cardiovascolare.
Possiamo Misurare lo Stress “Sul Campo”? L’Idea dello Studio Pilota
Ecco la domanda chiave: è possibile monitorare questi parametri fisiologici (battito cardiaco, pressione sanguigna, cortisolo) nelle infermiere incinte *mentre* lavorano, nel loro ambiente naturale, fuori dal laboratorio? Sembra facile a dirsi, ma non lo è.
Per capirlo, è stato condotto uno studio pilota molto interessante presso il Maine Medical Center (MMC), un grande ospedale e centro traumatologico. L’obiettivo non era tanto dimostrare *quanto* stress ci fosse, ma capire se fosse fattibile e tollerabile per le partecipanti sottoporsi a un monitoraggio continuo. In pratica: riusciamo a reclutare queste donne? Rimangono nello studio? Gli strumenti che usiamo sono sopportabili o danno troppo fastidio?
Hanno cercato di reclutare 16 infermiere incinte, sia quelle che lavoravano solo di giorno sia quelle che facevano solo turni di notte. A queste donne è stato chiesto di partecipare a due sessioni di monitoraggio di 24 ore: una durante un turno di lavoro e una in un giorno libero. Durante queste 24 ore, dovevano:
- Indossare uno smartwatch (un Fitbit Sense) per monitorare la frequenza cardiaca continuamente.
- Indossare un misuratore di pressione sanguigna ambulatoriale (un apparecchio chiamato Oscar 2) che misurava la pressione ogni ora.
- Raccogliere due campioni di urina (mattina e sera) per misurare i livelli di cortisolo.
- Compilare alcuni questionari su sonno, umore e benessere.
Alla fine, veniva chiesto loro un feedback sull’esperienza.

Reclutare e Mantenere le Partecipanti: Una Sfida Inattesa
E qui iniziano le note dolenti. Nonostante gli sforzi (volantini, email tramite i responsabili, contatti diretti), in 9 mesi sono arrivate 31 richieste di informazioni. Dopo lo screening, 18 donne erano idonee, ma alla fine ne sono state arruolate solo 12 (meno dell’obiettivo di 16). È stato più facile trovare partecipanti tra chi lavorava di giorno rispetto a chi faceva le notti.
Ma la vera sfida è stata la ritenzione. Ben 4 delle 12 partecipanti si sono ritirate prima ancora di iniziare il monitoraggio per vari motivi. Altre hanno avuto difficoltà a completare tutte le sessioni previste per spostamenti lavorativi, problemi di comunicazione o complicazioni della gravidanza. Alla fine, sono stati raccolti dati per 27 delle 36 sessioni di monitoraggio previste (il 75%). È interessante notare che tutte e 3 le infermiere notturne arruolate sono rimaste nello studio, mentre solo 5 su 9 di quelle diurne hanno completato il percorso.
Tecnologia Amica o Nemica? I Problemi con i Dispositivi
Il feedback delle partecipanti ha fatto luce sui motivi di queste difficoltà. E indovinate un po’? Gran parte del problema riguardava proprio gli strumenti di monitoraggio.
Il misuratore di pressione (quello da braccio, l’Oscar 2) è stato il principale imputato. Molte lo hanno descritto come:
- Scomodo e ingombrante.
- Fastidioso: si gonfiava ripetutamente, a volte dando errori.
- Disturbante per il sonno (sia per loro che per i partner): “Mi svegliava ogni ora!”.
- Limitante nelle attività lavorative e quotidiane: “Continuava a cadermi dalla maglietta”, “Difficile muoversi velocemente in sala operatoria”, “Si attivava solo se stavo ferma, difficile al lavoro”.
Qualcuna ha suggerito che un modello meno ingombrante o taglie diverse (più piccole) avrebbero aiutato.
Anche il Fitbit per la frequenza cardiaca non è stato esente da critiche, principalmente per problemi tecnici: alcune partecipanti hanno notato che mostrava data e ora sbagliate all’inizio, sollevando dubbi sull’accuratezza dei dati. Inoltre, diverse donne lo toglievano per fare la doccia, nonostante fosse resistente all’acqua (“So che è immergibile, ma non faccio mai la doccia con dispositivi addosso”).

Cosa Ha Funzionato e Cosa No: Il Bilancio dei Dati
Nonostante tutto, qualche risultato positivo c’è stato. La raccolta dei campioni di urina per il cortisolo è andata benissimo (successo nel 97% dei casi). Anche la compilazione dei questionari ha superato l’obiettivo di fattibilità (oltre l’80% di completamento).
Per quanto riguarda i dispositivi:
- Pressione sanguigna: L’obiettivo di ottenere almeno l’80% delle misurazioni attese è stato raggiunto (84%). Tuttavia, ci sono stati parecchi messaggi di errore (artefatti, perdite d’aria, valvola bloccata).
- Frequenza cardiaca: Qui le cose sono andate peggio. È stato raccolto solo il 60% dei dati attesi, ben sotto l’obiettivo dell’80%. Probabilmente a causa dei problemi tecnici e del fatto che le partecipanti lo toglievano.
Quando i dispositivi venivano indossati correttamente, però, i dati raccolti sembravano validi e mostravano variazioni significative tra i periodi di lavoro e non lavoro, suggerendo che, *in teoria*, questi strumenti possono fornire informazioni utili.
Altri commenti delle partecipanti riguardavano la difficoltà nel raccogliere l’urina a orari specifici e qualcuna ha sollevato dubbi sul compenso offerto ($25 per sessione), ritenuto forse non adeguato per l’impegno richiesto.
Lezioni Apprese e Prossimi Passi
Cosa ci insegna questo studio pilota? Che monitorare lo stress fisiologico nelle infermiere incinte nel loro ambiente di vita e lavoro è un’area di ricerca importante ma piena di ostacoli.
La fattibilità c’è, ma è minata da due grandi problemi:
1. Difficoltà nel reclutamento e alta percentuale di abbandono: Bisogna mettere in conto che molte partecipanti potrebbero ritirarsi.
2. Scarsa tollerabilità e problemi tecnici degli attuali dispositivi: Soprattutto il misuratore di pressione ambulatoriale classico sembra poco adatto a questa popolazione e a questo contesto.
Quindi, se vogliamo davvero capire l’impatto dello stress acuto sulle infermiere incinte (e probabilmente su altre lavoratrici in condizioni simili), dobbiamo ripensare l’approccio.

Le strade future potrebbero includere:
- Prevedere tassi di abbandono più alti nei piani di studio.
- Offrire compensi più adeguati all’impegno.
- Semplificare i protocolli (ad esempio, rendendo più flessibile la raccolta dei campioni di urina o usando metodi alternativi come la saliva o i capelli per il cortisolo).
- Esplorare e testare dispositivi alternativi: Magari anelli smart come l’Oura ring per la frequenza cardiaca? O misuratori di pressione da polso (anche se la loro validità è ancora dibattuta)? Ridurre la frequenza delle misurazioni della pressione potrebbe anche aiutare.
Insomma, la sfida è aperta. Capire come lo stress lavorativo influenzi la salute delle future mamme e dei loro bambini è fondamentale. Questo studio pilota, pur con i suoi limiti (piccolo campione, singolo ospedale), ci ha dato indicazioni preziose su come rendere questa ricerca non solo possibile, ma anche più “umana” e sostenibile per chi vi partecipa. Perché prendersi cura di chi si prende cura di noi, soprattutto in un momento delicato come la gravidanza, è essenziale.
Fonte: Springer
