Un concetto visivo dell'Integrated Reporting: ingranaggi interconnessi che rappresentano finanza (colore oro), ambiente (verde), sociale (blu) e governance (grigio), che lavorano insieme armoniosamente per creare valore. Illuminazione drammatica, stile film noir con forti contrasti, obiettivo da 35mm con profondità di campo per mettere a fuoco gli ingranaggi centrali mentre lo sfondo rimane leggermente sfocato.

Integrated Reporting: Mission (Im)Possible? La Mia Guida per Svelare il Mistero della Sua Misurazione

Introduzione: Il Fascino e il Tranello dell’Integrated Reporting

Amici lettori, ben ritrovati! Oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta particolarmente a cuore e che, diciamocelo francamente, è un vero rompicapo per aziende e ricercatori: l’Integrated Reporting (IR). Immaginate un modo di raccontare la vostra azienda che non si limiti ai freddi numeri del bilancio, ma che abbracci la strategia, l’impatto sulla società e sull’ambiente, insomma, come create valore nel tempo a 360 gradi. Bello, vero? L’IR promette proprio questo: una visione olistica, una narrazione coesa che integra informazioni finanziarie e non finanziarie. L’International Integrated Reporting Framework (IIRF) ci ha dato le linee guida, ma qui casca l’asino: come diavolo si misura se un’azienda sta davvero “facendo” IR, se è conforme e, soprattutto, se lo fa bene? Ecco, questa è la domanda da un milione di dollari che mi ha spinto a tuffarmi in una revisione sistematica della letteratura scientifica, analizzando ben 84 studi pubblicati su riviste di alta qualità. E oggi sono qui per condividere con voi, in modo colloquiale e spero affascinante, cosa ho scoperto.

Il Nocciolo della Questione: Perché Misurare l’IR è un’Impresa?

Il problema principale è che l’IR è un framework basato su principi, non un rigido set di regole o una checklist da spuntare. Questo dà flessibilità alle aziende, il che è positivo, ma apre anche la porta a un po’ di “furbizia”: alcune aziende etichettano i loro report come “integrati” facendo un po’ di impression management, senza una vera sostanza dietro. E poi c’è l’adozione volontaria, che porta con sé il rischio che solo le aziende che si aspettano un ritorno di immagine o finanziario lo adottino, magari in modo opportunistico. Aggiungiamoci che alcune organizzazioni applicano i principi dell’IR ma evitano di usare il termine “integrated report”, e capirete che per noi ricercatori diventa un bel pasticcio capire chi fa cosa e come.

Mancano, di fatto, dei “costrutti” validi – cioè dei concetti chiari e misurabili – per valutare l’adozione, la conformità e la qualità dell’IR. E questo perché:

  • L’IR non è pensato per una valutazione a posteriori con checklist standard.
  • I costrutti teorici variano a seconda degli obiettivi di ricerca e dei contesti normativi, rendendo difficili i confronti tra studi.

Insomma, una vera e propria giungla! La mia ricerca si è quindi posta l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza: quali sono i punti di forza e i limiti dei diversi modi di “misurare” l’IR che esistono oggi?

La Mia Immersione nella Letteratura: Come Ho Cercato la Risposta

Per rispondere a questa domanda, mi sono armato di pazienza e ho condotto quella che in gergo si chiama systematic literature review. Ho setacciato database scientifici dal 2010 (anno di nascita dell’IIRC, l’ente che ha partorito l’IR) fino a metà 2022, concentrandomi su studi in inglese pubblicati su riviste accademiche di prestigio. L’obiettivo era capire come i ricercatori definiscono e misurano l’IR, quali tipi di report e organizzazioni analizzano, che metodi usano e cosa vogliono scoprire (adozione, estensione o qualità dell’IR).

Da questa analisi, ho proposto una classificazione dei costrutti di IR in quattro categorie distinte, a seconda di come incorporano i principi chiave del Framework IR. Una cosa è emersa chiaramente: quasi tutti si concentrano sul report finale (l’output), trascurando gli sforzi organizzativi, le interazioni con gli stakeholder e le strutture di governance che stanno dietro (gli input e i processi). Un bel limite, non trovate?

Una scrivania da ricercatore piena di articoli scientifici sull'Integrated Reporting, con evidenziatori e appunti sparsi. Una lente d'ingrandimento è posata su un diagramma che illustra i 'sei capitali' dell'IR. Illuminazione da studio, obiettivo macro da 60mm per i dettagli dei documenti, luce calda e accogliente.

I Sei Capitali e il “Pensiero Integrato”: Le Basi dell’IR

Prima di addentrarci nelle categorie di misurazione, facciamo un piccolo ripasso. L’IR si fonda su tre concetti chiave: la creazione di valore, i famosi sei capitali (finanziario, manifatturiero, intellettuale, umano, sociale e relazionale, naturale) e il processo di creazione del valore. Questi concetti supportano sette principi guida (come il focus strategico, la connettività delle informazioni, le relazioni con gli stakeholder, la materialità) e otto elementi di contenuto (come la governance, il business model, i rischi e le opportunità). L’idea di fondo è promuovere il “pensiero integrato”, cioè un approccio strategico che allinei governance, informazioni finanziarie e non, sviluppi esterni e relazioni con gli stakeholder per creare valore a lungo termine. Non si tratta solo di mettere insieme pezzi di informazione, ma di pensare e agire in modo integrato!

È interessante notare che, nel 2021, la responsabilità del Framework IR è passata dall’IIRC all’ISSB (International Sustainability Standards Board), sotto l’egida della IFRS Foundation. Questo ha segnato un potenziale restringimento del focus, da una visione ampia per tutti gli stakeholder a una più centrata sulle esigenze degli investitori. Nonostante ciò, i concetti fondamentali dell’IR, come il pensiero integrato, rimangono super attuali e importanti.

Le Quattro Categorie di “Misurini” per l’IR: Cosa Ho Scoperto

Veniamo al dunque. Dopo aver analizzato gli 84 studi, ho identificato quattro modi principali con cui i ricercatori cercano di “catturare” l’essenza dell’IR. Tenetevi forte:

  1. IR Framework – Full: Qui troviamo i puristi, quelli che cercano di incorporare tutti i requisiti del Framework IIRC (concetti fondamentali, principi guida ed elementi di contenuto). Spesso si basano su costrutti di qualità dell’IR complessi, con sotto-costrutti e molteplici misure.
  2. IR Framework – Only content AND form: Questi costrutti si riferiscono sia ai requisiti di contenuto che di forma indicati dall’IIRC, ma non necessariamente a tutti. È un approccio più bilanciato, che cerca di cogliere sia cosa si dice sia come lo si dice.
  3. IR Framework – Only content OR form: Un approccio più selettivo, che si concentra o solo sugli aspetti di contenuto (cosa c’è nel report) o solo su quelli di forma (come è strutturato, la connettività, ecc.). Curiosamente, non ho trovato studi che misurassero l’IR basandosi solo sulla forma.
  4. Database: La categoria più popolosa! Molti studi si affidano a database esistenti (come quello dell’IIRC, il GRI Sustainability Disclosure Database, o l’EY Excellence in Integrated Reporting Awards Database) per identificare chi adotta l’IR o per ottenere un punteggio di qualità.

La maggior parte degli studi, soprattutto quelli che mirano a una valutazione completa (categoria 1), utilizza l’analisi di contenuto dei report. Questo non sorprende, data la natura olistica dell’IR. Tuttavia, questo significa che ci si concentra quasi esclusivamente sull’output (il report) e molto meno sugli input e sui processi che portano alla sua redazione. È un po’ come giudicare un piatto solo da come si presenta, senza sapere nulla degli ingredienti o di come è stato cucinato!

Un'infografica stilizzata che mostra quattro percorsi divergenti da un punto centrale etichettato 'Integrated Reporting', ogni percorso rappresenta una delle quattro categorie di misurazione. Colori distinti per ogni percorso, design pulito e moderno, obiettivo da 35mm per una visione d'insieme.

Database: Croce e Delizia della Ricerca sull’IR

I database sono gettonatissimi perché offrono accesso rapido a una marea di informazioni. Però, c’è un “ma” grande come una casa. Molti di questi database non sono trasparenti su come misurano l’IR o su quali criteri usano per includere un report. Ad esempio, l’IR Examples Database dell’IIRC elenca report considerati “Leading Practices” o “Recognized Reports”, ma non svela il processo di selezione. Il GRI Sustainability Disclosure Database si basa sull’autodichiarazione delle aziende. L’unico che ho trovato più trasparente è l’EY Excellence in Integrated Reporting Awards Database, che però si riferisce solo al Sud Africa (dove l’IR è obbligatorio su base “comply-or-explain”) e rivela le sue misure non binarie. Altri database, come Bloomberg e Thomson Reuters, usano misure ESG (Environmental, Social, Governance) che non sono necessariamente la stessa cosa dell’IR, creando confusione.

Questo problema di opacità e affidabilità dei dati è una bella spina nel fianco per chi fa ricerca. Se non sai come è stato costruito un dato, come puoi fidarti dei risultati che ottieni usandolo?

Obiettivi Diversi, Strumenti Diversi: Qualità, Disclosure o Adozione?

Ho notato che i ricercatori scelgono come misurare l’IR a seconda di cosa vogliono scoprire. Ho identificato tre obiettivi principali:

  • Qualità dell’IR: Qui si valuta come l’IR presenta gli elementi strategici che descrivono la performance e la creazione di valore. Non basta contare quante informazioni ci sono, ma bisogna capire se sono quelle giuste e presentate bene. Studi di questo tipo usano costrutti complessi, spesso della categoria 1, e fanno un’analisi di contenuto approfondita.
  • Disclosure dell’IR: L’obiettivo è misurare la conformità ai requisiti dell’IR, senza entrare troppo nel dettaglio della qualità. Si usano spesso costrutti di contenuto (categoria 3) o si guarda sia al contenuto che alla forma (categoria 2).
  • Adozione dell’IR: Semplicemente, si vuole sapere se un’azienda pubblica o meno un report integrato. Questi studi si affidano molto ai database (categoria 4), usando misure binarie (sì/no).

È fondamentale che i ricercatori allineino bene l’obiettivo dello studio con il costrutto di misurazione scelto. Usare un “misurino” troppo semplice per un obiettivo complesso, o viceversa, può portare a conclusioni fuorvianti.

Quindi, Quale “Misurino” Scegliere? I Miei Consigli

Dopo tutta questa analisi, ho provato a stilare delle raccomandazioni. Se l’obiettivo è semplice (ad esempio, l’IR è solo una variabile di controllo), i database possono andare bene, facendo attenzione alle loro specificità (l’EY Database per contesti obbligatori, l’IR Example Database per quelli volontari). Ma se l’indagine è complessa e si vuole davvero capire il “pensiero integrato” e la qualità, allora bisogna guardare a costrutti più sofisticati, come quelli proposti da Lueg e Lueg (2021) che distinguono bene tra contenuto e forma, o quelli di Pistoni et al. (2018) e Liu et al. (2019) per un’analisi bilanciata di contenuto e forma. Se ci si concentra solo sul contenuto, Adhikariparajuli et al. (2021) offrono un approccio interessante. Per distinguere semplicemente tra adottanti e non adottanti in contesti volontari, l’indice di Rivera-Arrubla et al. (2017) può essere una scelta efficiente.

La chiave è sempre: qual è il mio obiettivo di ricerca e qual è il contesto (obbligatorio o volontario)?

Una persona che sceglie con cura uno strumento da una cassetta degli attrezzi ben fornita. Ogni attrezzo ha un'etichetta che simboleggia un diverso costrutto di misurazione dell'IR. Illuminazione da officina, obiettivo da 50mm, profondità di campo per mettere a fuoco la mano che sceglie l'attrezzo.

Il Grande Assente: Il Processo! E Qui Entra in Gioco l’IA

Come dicevo, la stragrande maggioranza degli studi si concentra sul report finale. Ma l’IR è, o dovrebbe essere, il risultato di un processo interno di pensiero integrato, di coinvolgimento degli stakeholder, di trasformazione dei capitali. Misurare solo l’output è limitante. È come se un’azienda potesse “truccare” il report per sembrare virtuosa, senza aver davvero cambiato nulla al suo interno.

Qui si aprono scenari affascinanti per la ricerca futura. Dobbiamo sviluppare misure di input e di processo! Ad esempio, per il capitale sociale e relazionale, invece di limitarci a vedere se il report menziona il coinvolgimento degli stakeholder (output), dovremmo indagare quante risorse sono state dedicate, chi è stato coinvolto, se c’è stata una verifica esterna, come il feedback ha influenzato le decisioni (input/processo). Questo ci darebbe un quadro molto più fedele della realtà.

E qui, l’Intelligenza Artificiale (IA) e il machine learning potrebbero darci una mano enorme! Pensate a:

  • Integrare fonti di dati alternative ai report (social media, siti web, verbali di riunioni) per verificare le affermazioni.
  • Analizzare i report in modo sistematico e imparziale con text mining e Natural Language Processing (NLP), superando i limiti dell’analisi di contenuto manuale.
  • Tracciare l’evoluzione tematica dei report nel tempo.
  • Sviluppare tassonomie più robuste per classificare le aziende.

Cosa Significa Tutto Questo per Chi Fa Impresa (e per i Consulenti)?

Se siete in azienda o fate consulenza, queste riflessioni hanno implicazioni pratiche.
Primo: la credibilità dei vostri report IR sarà sempre più importante. Non basterà un bel report patinato (oggi con i modelli di linguaggio chiunque può farlo). Dovrete dimostrare la sostanza, documentando i processi interni.
Secondo: l’IA può diventare vostra alleata, non solo per redigere i report, ma per un reporting continuo e in tempo reale, magari con chatbot che permettano agli stakeholder di interrogare i dati.
Terzo: quando valutate l’IR (vostro o di altri), scegliete lo strumento (costrutto, database) giusto per la domanda che vi ponete. Non aspettatevi che un singolo database risponda a tutte le vostre esigenze.
Quarto: siate critici verso i dati dei database. Chiedetevi come sono stati raccolti e classificati. E, perché no, dialogate con i fornitori di database per migliorarli!

Tirando le Somme: Una Sfida Aperta e Stimolante

Misurare l’Integrated Reporting è complesso, non c’è dubbio. I costrutti variano molto, la loro affidabilità è spesso difficile da valutare e c’è una forte tendenza a usare checklist a posteriori che mal si conciliano con la natura basata su principi dell’IR. La mia ricerca ha cercato di fare un po’ d’ordine, proponendo una classificazione e delle raccomandazioni contestualizzate.

La grande sfida per il futuro, a mio avviso, è spostare il focus dall’analisi del solo report finale alla misurazione degli input e dei processi che lo generano. Solo così potremo capire veramente se un’azienda ha abbracciato il “pensiero integrato” o se sta solo facendo bella figura. L’Intelligenza Artificiale ci offre strumenti potentissimi per affrontare questa sfida e per rendere la misurazione dell’IR più rigorosa, trasparente e, in definitiva, più utile per creare un’economia davvero sostenibile. È un percorso ancora lungo, ma estremamente affascinante!

Spero che questo viaggio nel mondo della misurazione dell’IR vi sia piaciuto e vi abbia offerto qualche spunto di riflessione. Alla prossima!

Fonte: Springer

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