Un'immagine concettuale fotorealistica che rappresenta la fine o la crisi del conservatorismo: una vecchia statua classica (simbolo di tradizione) che inizia a sgretolarsi leggermente, vista con un obiettivo grandangolare 24mm, con una luce crepuscolare che suggerisce incertezza sul futuro, profondità di campo.

Minogue, Oakeshott e il Tramonto del Conservatorismo: Serve Ancora la Filosofia?

Ah, il conservatorismo britannico! Un mondo affascinante, pieno di sfumature e, diciamocelo, anche di qualche bella battaglia intellettuale. Mi sono imbattuto di recente in una riflessione su Kenneth Minogue, una figura chiave ma forse oggi un po’ dimenticata, e sul periodo d’oro del pensiero conservatore Oltremanica, diciamo tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90. Un periodo segnato da due raccolte di saggi fondamentali: Conservative Essays del 1978, curato da Maurice Cowling, e Conservative Realism: New Essays in Conservatism del 1996, curato proprio da Minogue. E qui casca l’asino, perché questi due libri rappresentano quasi due anime diverse del conservatorismo.

Due Anime Conservatrici a Confronto

Da una parte, quella più legata a Cowling e all’ambiente di Cambridge (pensiamo a figure come Roger Scruton o Edward Norman), c’era un’anima più orientata al tradizionalismo culturale e sociale. Dall’altra, quella che faceva capo a Minogue e alla London School of Economics (LSE), con mentori come Michael Oakeshott e colleghi come Elie Kedourie e Shirley Robin Letwin, si concentrava di più sulla critica delle ideologie di sinistra e sulla promozione dell’individualismo e della libertà.

Capiamoci, non erano mondi completamente separati, ma le differenze toccavano questioni profonde: qual è la vera natura del conservatorismo? Che basi ha? Dove vuole arrivare? E che rapporto ha con la teoria e la pratica politica? È proprio su questo terreno che il pensiero di Kenneth Minogue diventa interessante. Lui, allievo e poi collega di Oakeshott alla LSE, amico e sostenitore di Margaret Thatcher, era un fiero oppositore di ciò che chiamava “ideologia”.

Le radici del suo pensiero affondano nell’opera di Oakeshott. Per Oakeshott, il ruolo della teoria è interpretare le diverse “sfere” o “modi” dell’esperienza, non applicarsi direttamente all’azione all’interno di esse. Seguendo questa linea, Minogue tendeva a trattare le filosofie politiche tradizionali come forme di ideologia. Per lui, però, l’ideologia aveva un senso più specifico: si trattava di quelle teorie che pretendono di svelare forme nascoste di oppressione sociale e spingono all’azione per rovesciarle. Il suo attacco alle ideologie (che, attenzione, per lui includeva anche certe forme di conservatorismo!) era strettamente legato alla sua difesa dell’individualismo e della libertà.

Ora, la riflessione che mi viene da fare, seguendo l’analisi da cui prendo spunto, è che questo modo di pensare forse poggia su qualche equivoco riguardo alla natura stessa della filosofia. E che, lungi dal doverla scansare, il conservatorismo farebbe bene a cercarla, eccome.

Minogue e il “Realismo Conservatore”

Kenneth Minogue è stato senza dubbio una voce importante nel panorama intellettuale conservatore britannico della seconda metà del XX secolo. Come dicevo, c’erano questi due poli: LSE (Oakeshott, Minogue, Kedourie, Letwin) e Cambridge (Cowling, Scruton, Norman, Casey). L’apice di questa attività intellettuale si colloca proprio tra il ’78 e il ’96. Nel suo Conservative Realism, Minogue celebrava il pensiero di Oakeshott, Kedourie e Letwin, scomparsi da poco. Cercava di definire la visione comune del gruppo LSE, usando categorie derivate da Oakeshott (da Rationalism in Politics e On Human Conduct), e ne sottolineava l’attualità contro il collettivismo statale e le ideologie totalizzanti.

Interessante la distinzione che fa tra questo “realismo conservatore” e il “realismo Tory“:
“Quello che ho chiamato ‘realismo conservatore’ non va confuso con il realismo Tory, una visione della politica molto più specifica e radicata localmente – una che potrebbe essere descritta come ‘poetica’ piuttosto che filosofica. […] Oakeshott perché era un filosofo, e il conservatorismo Tory è soprattutto non una filosofia, e Letwin e Kedourie perché, come molti degli attuali contributori, venivano dall’estero.”

Due cose saltano all’occhio: primo, sembra suggerire che il “realismo conservatore” abbia una qualche componente filosofica; secondo, la descrizione del “realismo Tory” pare un riferimento neanche troppo velato a Cowling e alla scuola di Cambridge. Eppure, mentre molti autori di Conservative Essays frequentavano gruppi come il Conservative Philosophy Group o il Salisbury Group, pochissimi di quelli presenti in Conservative Realism lo facevano.

Un ritratto in stile film noir di un pensatore conservatore degli anni '80, forse Kenneth Minogue o Michael Oakeshott, seduto in uno studio pieno di libri alla LSE, con luce drammatica e ombre profonde, obiettivo 35mm, che riflette sulla tensione tra individualismo e tradizione.

La maggior parte di questi accademici, infatti, non erano filosofi di professione (con la notevole eccezione di Roger Scruton). Erano storici delle idee, teorici politici, studiosi di letteratura. Oakeshott stesso, pur essendo il più incline alla filosofia, aveva una formazione filosofica limitata e un approccio molto personale, influenzato dal neo-hegelismo inglese e distante dal mainstream analitico. Anzi, proprio per l’influenza di Oakeshott e Cowling, era comune tra questi pensatori conservatori negare esplicitamente un ruolo fondativo o legittimante alla filosofia per le teorie, i principi o i valori conservatori. Erano scettici, se non ostili, all’idea stessa di teoria normativa applicata alla morale, alla società e alla politica. L’espressione “teorie conservatrici” poteva quasi suonare come un ossimoro.

Eppure, allo stesso tempo, molti di loro invocavano idee di filosofi moderni (Hobbes, Hume, Smith, Burke) e usavano criticamente concetti centrali della teoria morale e sociale: conoscenza pratica, saggezza, sentimenti morali, virtù, autorità, costume, tradizione, individualità, comunità, ordine legale, proprietà, libertà. Questa avversione alla teoria riflette in parte l’idea che il conservatorismo sia essenzialmente un atteggiamento naturale, una sensibilità, un orientamento pragmatico. Un tema già presente in autori precedenti come Lord Hugh Cecil e Viscount Hailsham.

Cecil parlava di “conservatorismo naturale” come una tendenza della mente umana: avversa al cambiamento, diffidente verso l’ignoto, basata sull’esperienza più che sul ragionamento teorico, e sulla preferenza per ciò a cui siamo abituati. Oakeshott, decenni dopo, lo descriveva in termini simili:
“Essere conservatori […] è preferire il familiare all’ignoto, preferire il provato al non provato, il fatto al mistero, l’attuale al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al distante, il sufficiente al sovrabbondante, il conveniente al perfetto, la risata presente alla beatitudine utopica.”

Thatcherismo, Individualismo e la Frattura

Cecil vedeva questo “conservatorismo naturale” come la base del Partito Conservatore. Ma già ai suoi tempi, un’ala liberale si stava allontanando da questa combinazione di resistenza al cambiamento e fiducia nel costume. Una rottura simile, e ben più drammatica, avvenne negli anni ’70 con l’ascesa di Margaret Thatcher. La sua visione politica doveva forse più al liberalismo gladstoniano che al conservatorismo tradizionale.

E qui le strade si divaricano ancora: Minogue e Letwin furono entusiasti della rivoluzione Thatcheriana, mentre Cowling e Scruton ne furono più guardinghi. Questo rifletteva la tensione tra l’enfasi dei primi sull’individualismo e la libertà, e la difesa dei secondi della comunità e della tradizione. Consapevoli dell’accusa di essere quasi degli “apostati”, Minogue e Letwin si dedicarono a dimostrare che, lungi dall’essere in tensione, certe forme di comunità e tradizione erano condizioni necessarie per un autentico individualismo e libertà.

Mi concentrerò sulla versione di Minogue, ma suggerisco che questa preoccupazione per l’individualismo lo abbia distratto, o reso poco incline, ad affrontare tendenze morali e sociali che dovrebbero preoccupare i conservatori, in quanto contrastanti con visioni consolidate della natura umana e del suo fiorire. Questo è un problema di contenuto. Ma c’è anche un limite formale: la sua preferenza per spiegazioni narrative storico-ideali rispetto ad analisi e argomentazioni filosofiche. Si potrebbe obiettare che questo è proprio parte della visione conservatrice che Minogue sposa (evitare l’astratta dialettica), ma credo che ciò derivi da una concezione restrittiva della filosofia indotta da Oakeshott.

Questi aspetti potrebbero aver contribuito, insieme alla sua associazione con il “conservatorismo Thatcherita”, alla generale trascuratezza del lavoro di Minogue nella teoria politica contemporanea. C’è stato qualche recente interesse accademico, soprattutto grazie al lavoro di Ojel Rodríguez Burgos, ma Minogue rimane poco citato e discusso. Forse perché i suoi doni erano più retorici ed espositivi che concettuali e dialettici. Ma anche perché il suo rifiuto della teoria normativa morale e politica limita fortemente la possibilità di un confronto critico con i dibattiti attuali tra conservatori e “progressisti”.

Il contrasto con il compianto Roger Scruton è evidente. Nel volume del ’78, i loro capitoli erano vicini fisicamente, ma intellettualmente distanti. Si citavano raramente. Minogue, in una recensione del 1986, criticava un’affermazione di Scruton sull'”imparzialità”, definendo il suo conservatorismo “dogmatico” e lontano da quello di Oakeshott. Tuttavia, in una recensione successiva, quasi trent’anni dopo, Minogue sembrava aver cambiato idea, riconoscendo il valore della difesa della tradizione di Scruton e individuando la chiave nella sua “coltivazione di un mondo umano di significati”. Forse un ripensamento tardivo?

Una fotografia macro, obiettivo 60mm, di vecchi libri filosofici e politici accatastati, con titoli come 'Conservatism', 'Liberty', 'Tradition', illuminazione controllata per evidenziare la polvere e la trama della carta, simboleggiando le diverse radici e tensioni del pensiero conservatore.

Il Declino del Conservatorismo Morale e il Ruolo della Teoria

Gli anni ’80, con Thatcher e Reagan, sono stati forse l’apice del conservatorismo politico. Al di là dei giudizi politici, erano animati da idee precise: valore dell’individualismo, importanza degli affetti naturali e delle associazioni tradizionali (famiglia in primis), responsabilità personale e fiscale, libera impresa, mercati poco regolati, governo limitato. L’eredità economica del Thatcherismo è rimasta (deregolamentazione, privatizzazioni), pur con modifiche.

Ma il conservatorismo morale e sociale, attaccato fin dagli anni ’60, è arretrato, sostituito da un ampio consenso liberale su temi come aborto, sessualità, relazioni personali, matrimonio, famiglia, identità sociale, educazione, media, cultura. Si potrebbe discutere a lungo sulle cause di questo spostamento, e sul fatto che il conservatorismo economico possa averlo facilitato o accelerato. Ma la domanda è: l’approccio LSE, con la sua critica ad altri tipi di conservatorismo etichettati come “ideologici”, ha forse minato gli sforzi dei conservatori sociali nel contrastare questo movimento?

Già alla fine degli anni ’70, Maurice Cowling, nel suo saggio introduttivo a Conservative Essays, metteva in guardia: le dottrine sull’autonomia della politica o sulla differenza tra pratico e teorico sembravano meno plausibili. I politici, scriveva, sono tanto vittime quanto iniziatori, e poiché molto di ciò che dicono è “parassitario”, conta molto *su cosa* sono parassitari. Sono parassitari su ciò che viene stabilito dall’intellighenzia in senso lato, contribuendo a creare quella che chiamava la “dottrina pubblica” di un paese:
“Una dottrina pubblica è quella combinazione lasca di assunti interconnessi su politica, economia, scienza, erudizione, moralità, educazione, estetica e religione che costituisce la base su cui vengono prese le decisioni su questioni pubbliche. […] Non ha bisogno di essere articolata per essere efficace, ma deve essere articolabile quando profondi cambiamenti di direzione suggeriscono che l’articolazione sia desiderabile.”

Evidentemente, Cowling pensava che fosse desiderabile articolarne una conservatrice, per rimpiazzare quella “Liberal-Sinistra dominante”. È interessante notare che, elencando i pensatori che avevano contribuito alla visione conservatrice, Cowling ometteva “Letwin” e “Minogue”, pur presenti nel volume. Forse perché non facevano parte del Salisbury Group? O forse per sottolineare una distanza intellettuale più profonda, nonostante l'”affinità” dichiarata?

Tipi di Conservatorismo: Dove si Colloca Minogue?

Per capire meglio Minogue, può essere utile distinguere diversi tipi (o gradi) di conservatorismo:

  • Naturale: Atteggiamenti e disposizioni favorevoli a norme, forme sociali, istituzioni e pratiche consolidate.
  • Riflessivo: Credenza nel valore della conoscenza accumulata e della prudenza, spesso legata a forme “naturali” di associazione e all’importanza dell’appartenenza.
  • Reazionario: Risposta a movimenti percepiti come destabilizzanti dell’ordine sociale e morale (es. Rivoluzione Francese, controcultura anni ’60, “progressismo radicale” odierno).
  • Sostanziale: Concezione specifica di beni culturali, morali e sociali che cerca non solo di proteggere ma anche di promuovere, insieme alle forme di vita in cui sono incorporati.
  • Filosofico: Teoria della persona umana come essere sociale, sistema di valori, virtù e requisiti, teoria dell’ordine politico, e comprensione della razionalità incarnata in istituzioni e tradizioni (Aristotele, Burke, Hegel, Scruton…).

Il conservatorismo politico non è in questa lista perché può abbracciare uno o più di questi tipi.

Dove si colloca Minogue? Sembra corrispondere al conservatorismo riflessivo e reazionario. In un suo scritto inedito, cita Cecil sull’impossibilità di distinguere il conservatorismo prima della Riforma, commentando:
“Il conservatorismo è una dottrina politica autocosciente che attinge agli attaccamenti, identità e pratiche consolidate di una popolazione, e finché non diventa autocosciente, ci sono solo quegli attaccamenti, identità e pratiche. Il conservatorismo è un tipo specifico di risposta a un tipo specifico di minaccia. La minaccia deriva dalla diffusione del razionalismo costruttivista…”
Questo sottolinea il carattere reazionario e intenzionale del conservatorismo politico per Minogue. Il suo forte sostegno all’agenda Thatcheriana, però, lo avvicina forse più al liberalismo classico con una forte enfasi individualista.

L’Ombra di Oakeshott e il Rifiuto della Filosofia Normativa

Intellettualmente, Minogue attingeva molto da Oakeshott: la distinzione tra razionalismo (l’errore di applicare modelli scientifici deduttivi alla politica, derivando azioni da principi astratti) e razionalità (la capacità di dare senso e operare all’interno dei vari modi dell’esperienza); l’idea che la politica sia un’attività plasmata da scopi e metodi in evoluzione, la cui razionalità non è deduttiva ma legata al funzionamento di quei metodi nel perseguire scopi mutevoli dati dalla vita sociale sotto la legge. Questa è la concezione Oakeshottiana del conservatorismo politico: non sostanziale o filosofico, ma una sorta di conservatorismo metodologico riflessivo.

E, soprattutto, l’idea che la filosofia (della politica, dell’arte, ecc.) sia un resoconto descrittivo-interpretativo di secondo ordine, non una guida normativa per i praticanti. Usare la filosofia per creare una visione normativa dei fini della politica è visto come un’intrusione razionalista e un abuso dello scopo stesso della filosofia, che è capire, non dirigere. Come diceva Wittgenstein: “La filosofia lascia tutto com’è”.

Minogue applica questo martello Oakeshottiano contro la “filosofia politica normativa”, considerata “ideologica”. Abbiamo visto la critica a Scruton come “dogmatico”. Ma è ancora più duro con la filosofia post-Rawls:
“La domanda fondamentale che possiamo porci è: perché non esiste una versione conservatrice della filosofia politica normativa? […] Mentre il conservatorismo parte dalla condizione attuale del mondo, il normativismo parte dai materiali per una fondazione politica, di solito principi supposti derivati dalla razionalità umana. […] [La filosofia] non può fare altro che interpretare il mondo, e quindi sarebbe del tutto irrilevante chiedere come le sue proposizioni debbano essere implementate; non c’è nulla lì da implementare.”

Critica Rawls, nonostante le precisazioni di quest’ultimo sul non derivare i suoi principi da verità necessarie ma da una coerenza complessiva (“mutual support of many considerations”). Per Minogue, sembra esserci solo la scelta tra necessità e caso, ignorando lo spazio intermedio del pragmatismo filosofico coerentista di Rawls. Sembra quasi che, avendo solo il martello (modificato) di Oakeshott, tutto ciò che è normativo gli appaia come un chiodo ideologico.

Ma questo ignora che gran parte della storia della filosofia (da Platone a Kant a Hegel) ha sempre intrecciato analisi descrittivo-speculativa e ragionamento normativo su valori e azioni.

Verso un Futuro Filosofico per il Conservatorismo?

Verso la fine della sua riflessione, però, Minogue tocca qualcosa di importante: la preoccupazione umana per le “identità morali” (lodando Charles Taylor per la sua esplorazione del tema). Queste identità riguardano le valutazioni morali di motivi e carattere che facciamo su noi stessi e sugli altri. Qui, sembra che Minogue stesse iniziando a muoversi in una nuova direzione, il che potrebbe spiegare il suo cambiamento di opinione su Scruton, riconoscendo il valore della sua “coltivazione di un mondo umano di significati”.

Scruton, partito dall’estetica, ha sviluppato un’antropologia filosofica per dare senso a questo “mondo umano di significati”, radicandolo nella nostra natura di animali razionali. E tutto questo, ovviamente, era normativo e filosofico.

La mia impressione, seguendo l’analisi critica del pensiero di Minogue, è che la sua visione del rapporto tra teoria e pratica, ereditata da Oakeshott, lo abbia limitato. Gli ha impedito di sviluppare critiche ragionate (e non solo polemiche) degli errori, dei fallimenti e dei mali morali, sociali e culturali contemporanei. Anche quando li individuava, come nel caso delle “identità morali”, li trattava come nozioni formali senza approfondire casi concreti.

Minogue è stato un conservatore in vari sensi: naturale, riflessivo, reazionario. Ma il futuro del pensiero conservatore, mi sembra, dipende proprio dallo sviluppo di filosofie conservatrici – la cosa stessa a cui lui si opponeva. Il fine (telos) del conservatorismo riflessivo, come mostra la traiettoria di Scruton, è articolare una visione della natura umana, dei beni e delle pratiche che conducono al fiorire umano (o ne sono parte costitutiva). Senza una componente filosofica – senza una risposta argomentata alla domanda: qual è la vita buona per gli esseri umani e come realizzarla in comunità? – il conservatorismo rischia di non avere futuro, di estinguersi.

Forse Minogue stesso, alla fine, ha intravisto i limiti del suo approccio. Ma per chi viene dopo, seguire quella strada oggi significherebbe contribuire alla fine del conservatorismo, nel senso più terminale del termine.

Fonte: Springer

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