Immagine fotorealistica potente che simboleggia il 'Grande Divario': da un lato, una terra arida con persone che guardano verso un orizzonte più prospero e tecnologicamente avanzato (Nord) visibile in lontananza, separate da una barriera naturale o simbolica. Lente 35mm, stile documentaristico, colori a contrasto (caldi/desaturati vs freddi/vividi).

Migranti Climatici: Il Grande Divario Nord-Sud e le Scelte Politiche che Ci Aspettano

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore e che, ne sono convinto, definirà gran parte del nostro futuro: la migrazione ambientale. Pensateci un attimo: quasi 270 milioni di persone nel mondo vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate. Un numero enorme! E negli ultimi decenni, la percentuale di immigrati nelle economie avanzate, quelle che chiamiamo il “Nord” del mondo, è quasi raddoppiata, passando dal 7% al 12%.

La ragione principale? Spesso è la ricerca di una vita migliore, spinta dalle enormi differenze di reddito tra paesi ricchi e poveri. C’è un vero e proprio “grande divario” in termini di stipendi, accesso alla conoscenza, capitale. Ma oggi c’è un nuovo, potentissimo fattore che sta mescolando le carte in tavola: il cambiamento climatico.

Il Clima come Moltiplicatore di Disuguaglianze

Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. Anzi, tende a picchiare più duro proprio dove si sta già peggio. Le regioni meno sviluppate, il “Sud” del mondo, sono spesso le più vulnerabili. Eventi climatici estremi, siccità, inondazioni riducono i raccolti, danneggiano le infrastrutture, abbassano il tenore di vita, sia in termini assoluti che rispetto ai paesi più ricchi. Questo non fa che allargare quel “grande divario” di cui parlavamo.

Di fronte a questa crescente disparità, per molte persone migrare verso il Nord diventa non solo una strategia di adattamento, ma a volte l’unica strategia di sopravvivenza possibile. Le Nazioni Unite ci avvertono: è molto probabile che i cambiamenti ambientali, amplificati dal clima che cambia, modificheranno profondamente i luoghi in cui viviamo. Le stime sul numero di “migranti climatici” entro il 2050 fanno venire i brividi: si parla di cifre che vanno da 25 milioni a addirittura 1 miliardo di persone!

Un Modello per Capire: Crescita, Clima e Spostamenti

Per cercare di capirci qualcosa di più, mi sono immerso in uno studio affascinante (trovate il link alla fine) che prova a modellizzare questa complessa realtà. Immagina un’economia mondiale divisa in Nord e Sud, dove la crescita dipende dagli investimenti in capitale fisico (fabbriche, macchinari) e in conoscenza (innovazione, tecnologia). Il motore di tutto è la creazione e la diffusione della conoscenza a livello globale.

In questo quadro, il cambiamento climatico entra come una conseguenza dell’uso di risorse non rinnovabili (i combustibili fossili). Le emissioni aumentano la temperatura, e questo ha impatti diversi a Nord e a Sud. Il modello cerca di calcolare come questi impatti climatici influenzino i redditi e, di conseguenza, spingano le persone a migrare dal Sud verso il Nord.

Lo studio non si ferma qui. Va oltre l’analisi degli effetti del clima con le politiche migratorie attuali, e prova a calcolare quali sarebbero le politiche ottimali, sia per la migrazione che per il clima. E qui le cose si fanno interessanti.

Fotografia realistica, stile reportage, di un confine affollato tra due aree geografiche contrastanti, una arida e povera (Sud), l'altra più verde e sviluppata (Nord), persone in movimento sullo sfondo. Lente prime 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco il contrasto.

Cosa Spinge Davvero a Partire (e Cosa Frena)?

Il modello arriva a una formula analitica che ci dice quanti migranti ci dovremmo aspettare in equilibrio. Questo numero dipende da un sacco di fattori:

  • L’impatto del clima: Più il clima danneggia il Sud (vulnerabilità (v_S)), più gente sarà spinta a partire. Al contrario, se il clima danneggia anche il Nord (vulnerabilità (v_N)), l’incentivo diminuisce un po’.
  • Le risorse naturali: La disponibilità relativa di risorse tra Nord e Sud gioca un ruolo.
  • I costi della migrazione: C’è un costo fisso (F) che il migrante deve sostenere (viaggio, difficoltà, adattamento) e un costo “di accoglienza” ((Omega)) nel Nord, che cresce con il numero di migranti (costi per integrazione, istruzione, forse congestione). Più alti sono questi costi, meno gente migra.
  • Le condizioni economiche: Ovviamente, il divario salariale tra Nord ((w_N)) e Sud ((w_S)) è fondamentale. Ma contano anche la produttività generale ((A_N, A_S)), la produttività del lavoro nell’innovazione ((kappa, eta)) e la velocità con cui la conoscenza si diffonde dal Nord al Sud ((theta)).

Una cosa emerge chiara: se la conoscenza si diffonde più velocemente e viene adottata meglio nel Sud, l’incentivo a migrare diminuisce. Lo stesso vale se il Nord attua politiche climatiche efficaci: riducendo i danni climatici globali (e quindi anche quelli nel Sud), si riduce anche la spinta a emigrare.

Il Benessere Globale e le Prospettive Regionali: Un Puzzle Complesso

E qui arriviamo al cuore della questione: la migrazione fa bene o male? E a chi? L’analisi del benessere (welfare) fatta nello studio è illuminante perché distingue tra diverse prospettive:

  • Livello Globale: A livello mondiale, la migrazione dal Sud al Nord sembra aumentare il benessere complessivo. Perché? Principalmente perché permette di sfruttare meglio le “economie di scala” nella ricerca e innovazione, che avviene soprattutto nel Nord. Più cervelli (lavoratori) nel Nord, più veloce è il progresso tecnologico, e questo alla fine beneficia (in teoria) un po’ tutti attraverso la crescita economica globale. Il cambiamento climatico, invece, danneggia il benessere globale.
  • Nord (Aggregato): Anche guardando solo al Nord, il benessere totale (la somma del benessere di tutti gli abitanti) aumenta con la migrazione, sempre per via di quell’effetto positivo sulla crescita economica (il cosiddetto “scale effect”).
  • Sud (Aggregato): Per il Sud, la situazione è più ambigua. La migrazione fa crescere l’economia mondiale (e quindi anche quella del Sud nel lungo periodo), ma nell’immediato porta via forza lavoro, riducendo la produzione e il benessere totale del Sud, a meno che la migrazione non sia contenuta entro certi limiti.

Immagine fotorealistica di un campo agricolo devastato dalla siccità nel Sud del mondo, con crepe nel terreno e sullo sfondo infrastrutture danneggiate. Luce dura del mezzogiorno, lente macro 90mm per dettaglio sulle crepe, colori desaturati.

Ma aspettate, la storia non finisce qui. C’è una differenza fondamentale tra benessere totale e benessere pro capite (cioè, il benessere medio per persona). Ed è qui che le politiche diventano spinose.

Benessere Totale vs. Benessere Pro Capite: La Vera Sfida Politica

Se guardiamo al benessere medio di ogni abitante, il quadro cambia parecchio:

  • Nord (Pro Capite): Qui sta il punto dolente per le politiche del Nord. Per valori realistici dei parametri, la migrazione dal Sud al Nord tende a ridurre il benessere medio pro capite nel Nord. Anche se l’economia totale cresce, l’arrivo di nuovi lavoratori (che all’inizio potrebbero avere bisogno di supporto o abbassare la media della produttività percepita) può far sì che la “fetta di torta” per ogni abitante originario del Nord si riduca, almeno nel breve-medio termine. Solo se la migrazione è massiccia e l’effetto sulla crescita diventa preponderante, il benessere medio potrebbe aumentare. Questo spiega perché, anche se l’economia aggregata beneficia, spesso ci sono resistenze politiche all’immigrazione nel Nord.
  • Sud (Pro Capite): Al contrario, nel Sud il benessere medio pro capite aumenta con l’emigrazione. Chi rimane ha potenzialmente più risorse o capitale a disposizione, e beneficia della crescita globale trainata dal Nord (a cui i migranti contribuiscono).

Questa divergenza tra benessere aggregato e pro capite, e tra interessi del Nord e del Sud, è cruciale per capire le tensioni politiche attorno alla migrazione. Se il Nord punta a massimizzare il benessere medio dei suoi cittadini attuali, ha un incentivo a limitare l’immigrazione e, cosa interessante, anche ad attuare politiche climatiche. Perché? Perché riducendo i danni climatici, si attenua una delle cause principali della migrazione “forzata” dal Sud.

Fotografia di una sala riunioni moderna nel Nord, politici o economisti discutono davanti a grafici che mostrano andamenti economici e demografici contrastanti. Luce controllata da ufficio, lente zoom 24-70mm, focus selettivo sui volti pensierosi.

La Politica Climatica del Nord: Un Interesse (Anche) Egoistico?

Lo studio mostra che il Nord ha un interesse “egoistico” a combattere il cambiamento climatico, anche senza coordinarsi col Sud (politica unilaterale). Ci sono vari motivi:

  1. Riduce i danni diretti nel Nord: Meno eventi estremi, meno costi di adattamento, meno perdite di capitale anche nel Nord.
  2. Riduce la pressione migratoria: Come detto, se il clima è meno ostile nel Sud, meno persone sentiranno il bisogno impellente di migrare. Questo riduce i “costi di accoglienza” ((Omega)) e le tensioni sociali nel Nord, aumentando potenzialmente il benessere medio.
  3. Migliora la produttività: Un ambiente più stabile favorisce gli investimenti e la produttività.

Certo, c’è un costo: ridurre l’uso di risorse fossili può frenare un po’ l’economia nel breve termine. Ma l’analisi suggerisce che i benefici di una politica climatica attiva (in termini di minori danni e minore pressione migratoria indesiderata) superano questi costi per il Nord, specialmente se l’obiettivo è il benessere pro capite.

E Se l’Innovazione Rallenta? Il Ruolo della Migrazione nella Crescita Futura

Un’ultima riflessione affascinante riguarda il motore della crescita a lungo termine: la conoscenza. Il modello base assume che l’innovazione generi benefici “proporzionali” (più investi, più ottieni in modo costante). Ma cosa succede se, come alcuni economisti temono (la teoria della crescita “semi-endogena”), diventa sempre più difficile fare nuove scoperte man mano che la conoscenza accumulata aumenta? In questo scenario, la crescita economica mondiale rischierebbe di rallentare fino a fermarsi, o addirittura diventare negativa a causa dell’esaurimento delle risorse.

Qui la migrazione potrebbe giocare un ruolo inaspettato e cruciale. Se l’innovazione dipende anche dal numero di persone che ci lavorano, un flusso costante di migranti dal Sud verso il Nord (dove si concentra la ricerca) potrebbe agire come una sorta di “crescita demografica” per il settore ReD, compensando i rendimenti decrescenti della conoscenza e mantenendo vivo il motore della crescita globale. È un’idea potente: la mobilità umana come fattore chiave per sostenere il progresso economico a lungo termine in un mondo con risorse limitate e sfide climatiche.

Paesaggio grandangolare (lente 15mm) che mostra un impianto di energia rinnovabile (pannelli solari o turbine eoliche) fiorente in una regione precedentemente dipendente da combustibili fossili, simboleggiando la transizione e la mitigazione climatica. Cielo limpido, colori vividi, messa a fuoco nitida.

Conclusioni: Navigare la Complessità

Allora, cosa ci portiamo a casa da tutto questo? La migrazione ambientale è una realtà complessa, intrecciata a doppio filo con le disuguaglianze economiche globali e il cambiamento climatico. Non è un fenomeno “buono” o “cattivo” in assoluto.

  • Aumenta il benessere globale aggregato e quello del Nord, ma può ridurre il benessere medio nel Nord, creando tensioni politiche.
  • Aumenta il benessere medio nel Sud, ma può ridurre il potenziale economico aggregato del Sud e dipende dalla volontà (o necessità) delle persone di partire.
  • La migrazione è una forma di adattamento al clima, ma non è l’unica né forse la più desiderabile, specialmente se “forzata”.
  • Le politiche climatiche, in particolare quelle del Nord, hanno un impatto diretto sui flussi migratori. Il Nord ha un incentivo ad agire sul clima anche solo per ridurre la pressione migratoria.
  • Nel lungo periodo, la mobilità umana potrebbe essere fondamentale per sostenere la crescita economica globale.

Affrontare la migrazione ambientale richiede quindi un approccio olistico, che consideri sia le cause profonde (disuguaglianze, clima) sia gli effetti complessi sul benessere a diversi livelli. Servono politiche intelligenti, che bilancino gli interessi economici, sociali e ambientali, e che riconoscano la dignità e le aspirazioni di chi è costretto a muoversi a causa di un pianeta che cambia. La sfida è enorme, ma capire queste dinamiche è il primo passo per provare a governarle.

Fonte: Springer

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