Pesci d’Acqua Dolce e Microplastiche: Un Cocktail Indigesto nel Bacino di Gelingüllü (Turchia)
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che, lo ammetto, mi preoccupa parecchio e dovrebbe far riflettere anche voi: le microplastiche. Quelle particelle invisibili, residui della nostra civiltà basata sulla plastica, che stanno invadendo ogni angolo del pianeta, compresi i luoghi che immaginiamo più incontaminati, come i laghi e i fiumi. E indovinate un po’? Finiscono anche nel cibo che portiamo in tavola, come il pesce.
Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante, il primo nel suo genere condotto nel bacino idrico di Gelingüllü, in Turchia. Un luogo importante non solo per l’ecosistema locale (pensate che è zona umida di importanza locale e tappa per uccelli migratori!) ma anche per l’economia, visto che da lì provengono pesci destinati pure all’esportazione. Beh, i risultati sono un vero campanello d’allarme.
L’invasione silenziosa: le microplastiche nelle acque dolci
Prima di tuffarci nello studio specifico, facciamo un passo indietro. Siamo sommersi dalla plastica, la produzione globale aumenta anno dopo anno e, diciamocelo, il riciclo è ancora troppo limitato. Tanta di questa plastica finisce nell’ambiente, dove sole, acqua e agenti atmosferici la sminuzzano in pezzi sempre più piccoli, fino a diventare microplastiche (MPs) – parliamo di frammenti tra 1 µm e 5 mm.
Il problema non è solo la plastica in sé, ma anche gli additivi chimici usati per produrla (bisfenolo A, ftalati…) che sono spesso tossici, mutageni, cancerogeni. Come se non bastasse, queste particelle agiscono come calamite per altri inquinanti presenti nell’acqua, come metalli pesanti o inquinanti organici persistenti (POPs), e possono persino favorire la crescita di batteri patogeni sulla loro superficie. Un bel cocktail, non c’è che dire!
Si stima che ogni anno finiscano nei sistemi acquatici tra i 19 e i 23 milioni di tonnellate di plastica. Una cifra spaventosa! E mentre si è parlato tanto di oceani, le nostre conoscenze sull’impatto nelle acque dolci sono ancora limitate. Eppure, i pesci d’acqua dolce sono fondamentali per l’ecosistema e per la nostra alimentazione.
Gelingüllü sotto la lente: cosa hanno trovato nei pesci?
Lo studio turco si è concentrato su tre specie comuni nel bacino di Gelingüllü: la carpa comune (Cyprinus carpio), la carpa specchio (Cyprinus carpio carpio) e il persico reale (Perca fluviatilis). I ricercatori hanno esaminato 77 esemplari, analizzando le branchie e il tratto gastrointestinale (GIT).
E i risultati? Tenetevi forte: ben 58 pesci (il 75,3%) avevano microplastiche al loro interno! Un dato davvero impressionante.
Analizzando più nel dettaglio:
- Nel tratto gastrointestinale (GIT): il 46,4% delle carpe comuni, il 30% delle carpe specchio e il 47,4% dei persici reali presentavano MPs. In media, circa 1 MP per pesce contaminato.
- Nelle branchie: le percentuali erano simili, se non leggermente superiori per alcune specie: 46,4% per la carpa comune, 53,3% per la carpa specchio e addirittura il 68,4% per il persico reale. Anche qui, la media era poco meno di 1 MP per pesce contaminato.
La cosa interessante è che, statisticamente, non c’erano differenze significative tra le tre specie, né tra branchie e GIT. Questo suggerisce che la contaminazione è diffusa e non dipende strettamente da cosa mangia il pesce (onnivoro vs. piscivoro) o da dove preferisce vivere (fondo vs. acque aperte). Sembra quasi che le MPs siano ovunque nell’acqua e i pesci le incontrino passivamente, respirando (attraverso le branchie) o inghiottendo acqua (finendo nel GIT).

Che tipo di plastica hanno trovato?
Vi chiederete che aspetto avessero queste microplastiche. Beh, la stragrande maggioranza erano fibre. Pensate ai vestiti sintetici che indossiamo: ogni lavaggio rilascia migliaia di queste fibre invisibili che, attraverso gli scarichi e i sistemi di trattamento delle acque reflue non sempre efficienti, raggiungono fiumi e laghi. Solo nelle branchie della carpa comune è stata trovata una piccola percentuale (21,1%) di frammenti.
I colori più comuni? Blu e nero. Forse perché ricordano il colore dell’acqua o delle prede, o più probabilmente perché sono colori molto usati nei materiali plastici che finiscono nell’ambiente.
Le dimensioni? Piccolissime. La categoria più frequente era quella tra 0 e 100 µm (un micrometro è un millesimo di millimetro!). Questo è preoccupante, perché particelle così piccole possono potenzialmente passare dalle branchie o dall’intestino ad altri tessuti e organi.
Grazie all’analisi ATR-FTIR sui pochi frammenti trovati, è stato possibile identificare i polimeri:
- 50% Polistirene (PS): usato per imballaggi, stoviglie monouso…
- 25% Poliestere (PET/PES): comunissimo nei tessuti (pile, abbigliamento sportivo) e nelle bottiglie.
- 25% Polipropilene (PP): usato in tappi di bottiglia, contenitori alimentari, parti di auto, tessuti…
Tutti polimeri di larghissimo consumo. Studi precedenti hanno già mostrato che questi materiali possono avere effetti tossici sugli organismi acquatici, causando stress ossidativo, danni al DNA, alterazioni metaboliche.

Un problema sottovalutato con implicazioni serie
Questo studio sul Gelingüllü è una tessera importante in un puzzle che stiamo appena iniziando a comporre. Dimostra che la contaminazione da microplastiche nei sistemi d’acqua dolce è reale, diffusa e riguarda pesci che fanno parte della nostra catena alimentare.
Il fatto che non ci siano state differenze significative tra specie con diete e habitat diversi, o tra branchie e intestino, suggerisce che l’esposizione è probabilmente legata più alla concentrazione ambientale delle microplastiche che alle abitudini specifiche del pesce. L’acqua stessa sembra essere un veicolo di contaminazione costante.
Certo, in questo studio i pesci sembravano in buona salute (valutata con l’indice di Fulton), ma non possiamo abbassare la guardia. L’accumulo a lungo termine e il potenziale trasferimento di queste particelle (e delle sostanze chimiche associate) ai tessuti potrebbero avere effetti subletali difficili da rilevare immediatamente. E poi, c’è la domanda che ci riguarda tutti: queste microplastiche possono arrivare fino a noi, consumando questi pesci? La preoccupazione è legittima e richiede ulteriori indagini.
Cosa possiamo fare?
La situazione è complessa, ma non siamo impotenti. Lo studio stesso suggerisce alcune piste:
- Identificare le fonti: capire da dove arrivano queste microplastiche è fondamentale per bloccare il flusso alla radice.
- Migliorare il trattamento delle acque reflue: sistemi più efficienti potrebbero trattenere una quota maggiore di fibre e particelle.
- Gestire i fanghi di depurazione: evitare che le microplastiche separate finiscano comunque nell’ambiente.
- Promuovere alternative: l’uso di fibre naturali al posto di quelle sintetiche potrebbe ridurre il rilascio di microfibre.
- Riciclo e riduzione: la solita, ma sempre valida, regola delle “R”.
- Monitoraggio e normative: includere le microplastiche nei programmi di monitoraggio della qualità dell’acqua e stabilire limiti legali.
Questo studio è un monito: dobbiamo prenderci più cura dei nostri ecosistemi d’acqua dolce. Sono preziosi, fragili e, come vediamo, vulnerabili a inquinanti insidiosi come le microplastiche. La ricerca deve continuare, ma è chiaro che servono azioni concrete, a livello locale e globale, per invertire la rotta prima che sia troppo tardi.

Fonte: Springer
