Gusto Amaro e COVID-19: Il Gene TAS2R38 Rivela un Legame Inaspettato con la Gravità!
Ciao a tutti! Avete mai pensato che il modo in cui percepiamo i sapori, in particolare l’amaro, potesse avere qualcosa a che fare con la nostra suscettibilità a infezioni come il COVID-19 o con la gravità dei sintomi? Sembra quasi fantascienza, vero? Eppure, immergendomi nella ricerca scientifica più recente, ho scoperto qualcosa di veramente affascinante che collega proprio questi due mondi: il gusto e la nostra risposta immunitaria al SARS-CoV-2. E tutto ruota attorno a un gene specifico: il TAS2R38. Preparatevi, perché sto per raccontarvi una storia che intreccia genetica, gusto, immunità e l’esperienza che tutti abbiamo vissuto con la pandemia.
Un Gene, Due Volti: Gusto Amaro e Difese Immunitarie
Partiamo dalle basi. Il gene TAS2R38 è famoso nel mondo scientifico perché determina in gran parte la nostra capacità di percepire il sapore amaro di alcune sostanze chimiche, come il propiltiouracile (PROP). Alcuni di noi sentono questo sapore in modo molto intenso (i cosiddetti “super-tasters”), altri lo percepiscono mediamente, e altri ancora non lo sentono affatto (“non-tasters”). Questa differenza dipende principalmente da piccole variazioni (polimorfismi o SNPs) all’interno del gene, che danno origine a due versioni principali (aplotipi): la PAV, considerata funzionale, e la AVI, considerata non funzionale.
Ma la cosa davvero sorprendente è che i recettori codificati da questo gene, i T2R, non si trovano solo sulla lingua! Sono presenti anche in molti altri tessuti, incluse le nostre vie respiratorie. E qui svolgono un ruolo cruciale: agiscono come sentinelle del nostro sistema immunitario innato. Quando rilevano molecole specifiche prodotte da batteri o, come si sta scoprendo, forse interagiscono con meccanismi legati ai virus, attivano una risposta difensiva. Una delle armi principali di questa risposta è la produzione di ossido nitrico (NO), una molecola che ha dimostrato di avere attività biocida e, cosa importantissima nel contesto COVID-19, di poter inibire la replicazione del SARS-CoV-2. Pensateci: un recettore del gusto che aiuta a combattere un virus respiratorio!
L’Epigenetica Entra in Scena: La Metilazione del DNA
Ora, la genetica (avere la variante PAV o AVI) è solo una parte della storia. Esiste un altro livello di regolazione, affascinante e dinamico, chiamato epigenetica. Immaginate i geni come interruttori della luce: la genetica determina se l’interruttore è installato, ma l’epigenetica può regolare l’intensità della luce, accendendola, spegnendola o abbassandola. Uno dei meccanismi epigenetici più studiati è la metilazione del DNA (DNAm). Si tratta di piccole “etichette” chimiche (gruppi metilici) che si attaccano al DNA, in particolare in zone chiamate siti CpG. A seconda di dove e quanto avviene, la metilazione può influenzare l’espressione di un gene, cioè quanto quel gene viene “letto” e tradotto in una proteina funzionante.
Sappiamo che fattori ambientali, come le infezioni virali, possono modificare i pattern di metilazione del nostro DNA, influenzando così lo sviluppo o la gravità di alcune malattie. E se il SARS-CoV-2 potesse influenzare proprio la metilazione del nostro gene “sentinella” TAS2R38?

La Nostra Indagine: Metilazione di TAS2R38 e COVID-19
Ed è qui che entra in gioco lo studio che ha catturato la mia attenzione. Un gruppo di ricercatori (e quando dico “noi” in questo articolo, mi metto idealmente nei loro panni per raccontarvelo!) si è posto proprio questa domanda: l’infezione da SARS-CoV-2 modifica il pattern di metilazione del gene TAS2R38? E questa modifica è legata alla gravità dei sintomi del COVID-19?
Per scoprirlo, abbiamo analizzato campioni (tamponi nasofaringei e saliva) prelevati da persone positive al COVID-19 con diversi livelli di gravità (da asintomatici a gravi) e da persone che si erano riprese dall’infezione (post-COVID). Abbiamo misurato i livelli di metilazione in un sito CpG specifico (chiamato cg25481253) all’interno della regione codificante del gene TAS2R38 e abbiamo anche determinato il genotipo di ciascun partecipante (PAV/PAV, PAV/AVI o AVI/AVI).
Risultati Sorprendenti: Il Virus “Alza il Volume” della Metilazione nei Casi Gravi?
E qui le cose si fanno davvero interessanti! I risultati sono stati piuttosto chiari:
- Metilazione e Gravità: Durante l’infezione attiva, abbiamo osservato una relazione positiva tra i livelli di metilazione di TAS2R38 e la gravità della malattia. In pratica, i pazienti con COVID-19 grave mostravano livelli di metilazione significativamente più alti rispetto a quelli con sintomi lievi/moderati o asintomatici, e anche rispetto a chi era guarito. Un livello di metilazione più alto in una regione codificante potrebbe suggerire un tentativo di “spegnere” o ridurre l’espressione del gene. È come se il virus, nei casi più seri, cercasse di silenziare questa sentinella immunitaria!
- Ritorno alla Normalità: La buona notizia è che nei partecipanti che si erano ripresi dal COVID-19 (post-COVID), i livelli di metilazione sembravano tornare a uno stato “normale”, indipendentemente dalla gravità dei sintomi che avevano avuto durante la malattia. Questo suggerisce che l’effetto del virus sulla metilazione di questo gene è reversibile una volta cessata l’esposizione al virus. Questo potrebbe anche essere collegato al recupero della funzione gustativa che molti pazienti sperimentano dopo l’infezione.
- Metilazione e Genotipo (Post-Infezione): Un altro dato intrigante è emerso analizzando i livelli di metilazione nelle persone guarite, mettendoli in relazione con il loro genotipo TAS2R38. Abbiamo scoperto che, una volta eliminato l’effetto “perturbatore” del virus, le persone con il genotipo PAV/PAV (i potenziali “super-tasters”, con il recettore più funzionale) mostravano livelli di metilazione significativamente più bassi rispetto sia agli eterozigoti (PAV/AVI) sia agli omozigoti AVI/AVI.

Cosa Significa Tutto Questo? Implicazioni e Prospettive Future
Questi risultati, anche se basati su un numero di partecipanti che necessita di essere ampliato in studi futuri, aprono scenari davvero affascinanti. Ci suggeriscono che:
- Il virus SARS-CoV-2 potrebbe attivamente modulare l’epigenetica dell’ospite, in particolare la metilazione di geni chiave per la risposta immunitaria come TAS2R38, forse per eludere le difese.
- L’aumento della metilazione (e potenziale silenziamento) di TAS2R38 nei casi gravi potrebbe contribuire a una risposta immunitaria meno efficace mediata dall’ossido nitrico nelle vie respiratorie.
- Il ritorno alla normalità della metilazione dopo l’infezione è un segnale positivo della resilienza dei nostri sistemi epigenetici.
- Il fatto che i portatori della variante PAV/PAV abbiano una metilazione di base più bassa (e quindi potenzialmente un’espressione genica più alta) anche dopo l’infezione, potrebbe aggiungere un altro tassello al perché questa variante è spesso considerata protettiva: non solo il recettore funziona meglio, ma forse è anche più “acceso”.
Certo, come in ogni ricerca pionieristica, ci sono limiti. Serviranno studi più ampi, magari longitudinali (seguendo le stesse persone prima, durante e dopo l’infezione) e che misurino direttamente l’espressione del gene e la funzione del recettore (come la sensibilità al gusto amaro) per confermare queste ipotesi.
Ma la strada è tracciata. Abbiamo scoperto un legame inaspettato tra il nostro senso del gusto, la nostra epigenetica e la nostra battaglia contro il COVID-19. Il piccolo gene del gusto amaro TAS2R38 potrebbe avere un ruolo molto più grande di quanto pensassimo nella complessa partita che il nostro corpo gioca contro le infezioni virali. La ricerca continua, e io non vedo l’ora di scoprire cosa ci riserverà il futuro!
Fonte: Springer
