McDowell, Concetti e Percezione: Un Viaggio Affascinante nella Mente (con un Occhio a Cheng)
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un’esplorazione affascinante, un po’ intricata ma estremamente stimolante, nel pensiero di un filosofo contemporaneo di grande spessore: John McDowell. Nello specifico, ci tufferemo nella sua idea di “concettualità” legata alla percezione e come questa si sia evoluta, dialogando con le acute osservazioni di un altro pensatore, Tony Cheng. Preparatevi, perché addentrarsi nelle riflessioni di McDowell non è una passeggiata, ma prometto che ne varrà la pena!
Capire McDowell: Un Labirinto Stimolante
Prima di iniziare, una premessa: McDowell non è un autore “facile”. Usa termini come “concetti”, “capacità concettuali”, “ragioni”, “contenuto intuizionale” che possono cambiare sfumatura a seconda del contesto. Inoltre, il suo pensiero si nutre del dialogo con giganti come Kant, Sellars, Hegel, Davidson… un vero crocevia di tradizioni filosofiche! E come se non bastasse, ha pure cambiato idea su alcuni aspetti fondamentali della sua teoria della percezione. Insomma, bisogna muoversi con cautela.
Il libro di Tony Cheng, John McDowell on Worldly Subjectivity, è una guida preziosa in questo labirinto. Cheng non si limita a spiegare, ma propone una “riforma” interna al pensiero mcdowelliano, mettendo in discussione proprio la nozione di “concettualità”.
La Vecchia Guardia: Esperienza e Concetti Proposizionali
Partiamo dall’inizio. Per McDowell (nella sua prima fase, quella di Mente e Mondo), affinché le nostre esperienze percettive possano giustificare razionalmente i nostri giudizi (le nostre credenze sul mondo), devono avere un contenuto concettuale. Senza questo, cadremmo nel “Mito del Dato” criticato da Sellars: l’idea che l’esperienza ci fornisca dati “bruti”, pre-concettuali, su cui poi applicheremmo i concetti. Per McDowell, invece, l’esperienza è già intrisa di concetti.
La sua idea, ispirata a Kant, era che “l’intuizione” (l’input esperienziale) non è un dato grezzo, ma qualcosa che ha già un contenuto concettuale. Anzi, inizialmente pensava che questo contenuto fosse proposizionale, cioè avesse la stessa forma dei giudizi. Quando vedo che le cose stanno in un certo modo (es. “vedo che il sole è sorto”), questo “che…” è lo stesso contenuto che posso poi giudicare come vero. Il giudizio, in pratica, “sottoscrive” un contenuto già presente nell’esperienza. Bello, no? Sembra quasi ovvio: giudico che le cose stanno così perché vedo che stanno così.
La Svolta: Arrivano le Obiezioni e l’Intuizione Kantiana
Questa visione “proposizionalista” ha però incontrato diversi ostacoli. Critici come Charles Travis hanno fatto notare, ad esempio, che le proposizioni (“che il sole è sorto”) non sono cose che vediamo direttamente, come vediamo il sole stesso. Non sono oggetti sensibili. Queste critiche hanno spinto McDowell a rivedere la sua posizione.
Ha abbandonato l’idea che il contenuto dell’esperienza sia proposizionale, ma – attenzione! – non ha rinunciato all’idea che sia concettuale. Sarebbe stato “troppo drastico”. La soluzione? Un’idea di contenuto non più proposizionale, ma intuizionale, ispirata (secondo lui) a Kant. L’esperienza avrebbe ancora una natura concettuale perché il suo contenuto intuizionale “corrisponde” in qualche modo al contenuto proposizionale dei giudizi.

Ma qui le cose si complicano. Come fa un contenuto non-proposizionale (che non afferma “che…”) ad essere ancora concettuale? E come può giustificare un giudizio, se manca di “forza assertoria”, cioè non ci dice come le cose sono?
L’Intervento di Cheng: Ragioni Sì, Concetti Forse No?
È qui che si inserisce Cheng con la sua proposta audace. Notando le difficoltà di McDowell nel tenere insieme concettualità e contenuto non-proposizionale, e il fatto che la lettura mcdowelliana di Kant è sempre stata dibattuta, Cheng suggerisce: perché non abbandonare l’idea che i concetti siano indispensabili? Forse ciò che è davvero vitale per il progetto di McDowell è la nozione di ragione.
Cheng sottolinea che, nella nuova visione, McDowell ammette che potremmo non avere il concetto di qualcosa (es. “cardinale”) per vederlo. Se io ho il concetto e tu no, vediamo lo stesso oggetto (l’uccello rosso), ma la mia esperienza mi “rivela” che è un cardinale, la tua no. Gli oggetti dell’esperienza possono essere non-concettuali. Ciò che conta, per Cheng, è che l’esperienza sia nello “spazio delle ragioni”, cioè sia strutturata, abbia una forma che ci permette di rifletterci sopra e usarla per giustificare credenze. Questa forma non deve essere necessariamente “concettuale”. Potremmo parlare di capacità razionali invece che capacità concettuali.
La Mia Prospettiva: Non Dimentichiamo la Distinzione Oggetto/Contenuto e la “Generalità”
Condivido molte delle perplessità di Cheng. Non è chiaro come un contenuto non-proposizionale possa essere concettuale o avere forza assertoria. L’idea di concentrarsi sulle “ragioni” è allettante. Tuttavia, mi sembra che Cheng trascuri un punto cruciale della nuova posizione di McDowell: la distinzione tra oggetti dell’esperienza (che possono essere non-concettuali) e contenuti dell’esperienza (che per McDowell restano concettuali).
McDowell insiste che, anche se non vediamo “proposizioni”, nell’esperienza ci sono comunque dei “pensabili” (thinkables), cioè modi in cui le cose sono, che sono disponibili alla nostra consapevolezza sensoriale. Come arriva a sostenerlo? Qui entra in gioco un’altra idea presa da Kant, quella che potremmo chiamare la “Tesi della Stessa Funzione” (SFT – Same Function Thesis). Kant dice (in un passaggio un po’ oscuro, A79/B104-5 della Critica della Ragion Pura) che la stessa funzione che unifica le rappresentazioni in un giudizio dà unità anche alla sintesi delle rappresentazioni in un’intuizione.
McDowell interpreta questo passo in modo forte: la facoltà del giudizio (l’intelletto, la facoltà dei concetti) è già all’opera nell’intuizione stessa. E qual è la funzione unificante dei concetti per Kant? È quella di portare diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune (gemeinschaftliche Vorstellung, B93). Questo introduce un elemento di generalità. Il concetto (es. “rosa rossa”) è generale perché si applica a molte rose rosse particolari. Se questa funzione è attiva già nell’intuizione, allora, secondo McDowell, un aspetto di generalità deve essere presente nell’esperienza stessa. L’esperienza ci presenterebbe gli oggetti come “casi particolari” che ricadono sotto “modi generali” in cui le cose possono essere.

Questa idea di generalità nell’esperienza è al centro del dibattito tra McDowell e Travis. Discutono sulla “relazione di esemplificazione” (instancing relation) tra i casi particolari dell’esperienza e i modi generali per cui le cose sono. Per Travis, il particolare (ciò che vedo qui e ora) è non-concettuale, mentre il generale (il modo di essere, es. “essere una rosa rossa”) è concettuale. Sono due categorie distinte. McDowell, invece, basandosi su argomenti grammaticali, sostiene che anche il caso particolare (“questa rosa rossa qui”) ha una forma concettuale, perché è comunque un caso di “essere una rosa rossa”. Hanno la stessa grammatica.
Il Nodo Cruciale: Generalità nel Particolare?
Qui sta il problema, secondo me, e forse il punto debole della nuova posizione di McDowell. Se McDowell ha ragione nel dire che gli oggetti dell’esperienza sono non-concettuali (avvicinandosi a Travis), ma poi insiste che i contenuti sono concettuali perché implicano generalità (appoggiandosi a Kant e alla SFT), si trova di fronte a una sfida enorme: come può l’esperienza (o l’intuizione kantiana), che per sua natura sembra essere intrinsecamente particolare e legata all’hic et nunc, contenere o esibire un carattere generale?
Travis ribatte proprio su questo: dire che il particolare esemplifica il generale è una cosa, ma dire che il particolare stesso *è* generale o ha una forma generale è un errore categoriale. Una cosa “è ciò che è”, un evento storico, non un tipo generale. Anche Kant sottolinea la natura singolare e immediata dell’intuizione.
McDowell sembra oscillare: da un lato concede il carattere non-concettuale degli oggetti per rispondere a Travis, dall’altro reintroduce la concettualità (e la generalità) attraverso i contenuti e la SFT per salvare il legame razionale con il giudizio. Ma può davvero avere entrambe le cose? Può la particolarità dell’esperienza convivere con la generalità del concetto al suo interno?

Conclusione Provvisoria: Un Dibattito Aperto
Come vedete, il percorso è tortuoso. La proposta di Cheng di focalizzarsi sulla “ragione” invece che sul “concetto” ha il merito di aggirare alcune di queste difficoltà, riconoscendo che l’esperienza, pur non essendo forse “concettuale” nel senso forte, non è nemmeno un dato bruto, ma qualcosa di strutturato su cui possiamo riflettere.
Io, però, ho voluto mostrarvi come McDowell, nonostante tutto, cerchi disperatamente di tenere agganciata l’esperienza alla concettualità, proprio attraverso questa idea di “generalità” presente nei contenuti intuizionali, mediata dalla sua lettura di Kant e dal confronto con Travis. La distinzione tra oggetti e contenuti è la sua mossa chiave.
La domanda fondamentale rimane: è una mossa sostenibile? Si può davvero difendere l’idea che la generalità sia in qualche modo presente nell’immediatezza particolare dell’esperienza sensoriale? Non ho una risposta definitiva, ma spero che questo viaggio nel pensiero di McDowell e nel dialogo con Cheng vi abbia offerto nuovi spunti di riflessione su come la nostra mente si rapporta al mondo attraverso i sensi e il pensiero. È un dibattito cruciale per capire la natura della conoscenza e della nostra soggettività.
Fonte: Springer
