Un collage di immagini che rappresentano la matematica quotidiana – mani che contano monete, una ricetta, un metro da sarto – e la matematica scolastica – una lavagna con formule complesse. L'immagine dovrebbe trasmettere il divario ma anche la potenziale connessione, usando una lente da 50mm per un aspetto naturale e dettagliato, illuminazione bilanciata, con colori vivaci per la parte quotidiana e toni più freddi per quella scolastica.

Matematica: Amica o Nemica? Quando la Scuola Ci Allontana dai Numeri di Tutti i Giorni

Eccomi qui a parlarvi di un argomento che, ne sono certa, tocca le corde di molti di noi genitori e caregiver: la matematica. Quante volte ci siamo sentiti un pesce fuor d’acqua davanti ai compiti dei nostri figli, magari pensando: “Ma a cosa servirà mai tutta questa roba?”. Ebbene, non siamo soli. Esiste una ricerca molto interessante che esplora proprio questo senso di alienazione, soprattutto quando la matematica che si impara a scuola sembra lontana anni luce da quella che usiamo, spesso senza nemmeno accorgercene, nella vita di tutti i giorni.

Il “Tesoro Nascosto”: la Matematica nella Vita Quotidiana

Partiamo da un concetto affascinante: i “Fondi di Conoscenza” (FoK, dall’inglese Funds of Knowledge). Immaginate un approccio che dice: “Ehi, la matematica che usi per fare la spesa, per gestire il bilancio familiare (soprattutto quando le risorse scarseggiano!), per cucinare o per organizzare il tempo, è oro puro!”. L’idea è quella di valorizzare queste competenze, spesso radicate nelle nostre comunità e nelle nostre esperienze di vita, per creare un ponte con la matematica scolastica. L’obiettivo? Rafforzare il legame tra genitori, figli e scuola, e mostrare che la matematica non è solo formule astruse, ma uno strumento vivo e utile. Si cerca, insomma, di ribaltare la prospettiva: le famiglie non sono fonti di “problemi” per l’apprendimento, ma scrigni di risorse preziose.

Tuttavia, come in tutte le belle storie, c’è un “ma”. Alcuni studiosi, e mi ci metto anch’io tra quelli che riflettono criticamente su questi temi, hanno sollevato un dubbio: non è che a volte, concentrandoci solo sul portare queste conoscenze “quotidiane” a scuola, finiamo per valorizzare solo ciò che la scuola già riconosce come “capitale culturale”? In altre parole, rischiamo di aiutare i singoli studenti ad avere successo nel sistema attuale, senza però mettere in discussione le disuguaglianze che quel sistema, a volte, riproduce. È un po’ come dare una mano a qualcuno a giocare meglio a un gioco con regole che potrebbero essere ingiuste, invece di provare a cambiare le regole del gioco.

Un Passo Oltre: il Concetto di “Bene Culturale”

Ed è qui che entra in gioco un’idea che trovo potentissima: il “bene culturale” (cultural commodity). Non spaventatevi per il termine, cerco di spiegarvelo in modo semplice. Pensate a una conoscenza o a un saper fare. Questo “bene” ha due facce della stessa medaglia:

  • Un valore d’uso: quanto ci serve concretamente nella vita, per risolvere problemi, per arricchire la nostra esistenza sociale, politica, o anche per il tempo libero. È la conoscenza che ci aiuta a vivere meglio, a capire il mondo, a lottare per una maggiore giustizia.
  • Un valore di scambio: quanto quella conoscenza “vale” nel sistema, ad esempio per ottenere buoni voti a scuola, per accedere a determinate professioni, per avere una posizione dominante. È il “capitale” che può dare un vantaggio individuale.

Il punto cruciale è che queste due facce non sono separate, ma in una relazione dinamica, a volte anche contraddittoria. Ed è proprio analizzando questa contraddizione che possiamo trovare spunti per un cambiamento reale, per trasformare le disuguaglianze. Non si tratta solo di far entrare la matematica quotidiana a scuola, ma di capire come questa interazione possa scardinare meccanismi che rendono la matematica scolastica “arbitraria” e distante per molti.

Un genitore dall'aria confusa guarda un libro di matematica aperto, mentre sullo sfondo si intravede una cucina con ingredienti per una ricetta. L'immagine, scattata con una lente prime da 35mm, dovrebbe avere una profondità di campo che mette a fuoco il genitore e il libro, lasciando la cucina leggermente sfocata, con illuminazione naturale laterale per creare un'atmosfera intima e riflessiva, duotono seppia e crema.

La Ricerca sul Campo: Voci dalla Comunità

Per capire meglio come funziona questa idea del “bene culturale”, vi racconto di una ricerca dottorale condotta da Emilia (nome fittizio), una ricercatrice che è anche una mamma e vive nella stessa comunità “svantaggiata” del Nord dell’Inghilterra dove ha raccolto le sue storie. Questo è un dettaglio fondamentale: Emilia non è un’esterna che arriva, osserva e se ne va. Lei è “una di loro”, condivide le stesse esperienze, conosce le difficoltà e le risorse della sua gente. Questo le ha permesso di entrare in contatto con altri genitori in modo autentico, parlando delle loro percezioni sulla matematica quotidiana e quella scolastica.

L’obiettivo non era solo trovare esempi di matematica “nascosta” nelle case (come la gestione della povertà, che Zipin chiama “dark FoK”, fondi di conoscenza oscuri, perché spesso sfidano i valori del sistema educativo), ma capire come le contraddizioni percepite dai genitori potessero aprire la strada a un cambiamento.

Bianca: la Matematica del “Fare” e l’Algebra Misteriosa

Prendiamo Bianca, una mamma di una numerosa famiglia, cresciuta in una comunità di viaggiatori irlandesi e con poca istruzione formale. Bianca è una maga in cucina e usa la matematica continuamente, anche se non la chiama così. Quando la figlia le chiede come cucinare un pollo, lei risponde: “Quanto è grande il pollo? Se è più grande, devi cuocerlo più a lungo”. Questa è stima, è proporzione! Usa il biberon per misurare gli ingredienti per le torte. È matematica pratica, ingegnosa.

Bianca riconosce che saper leggere le ricette o usare i pesi (matematica e literacy “scolastiche”) potrebbe esserle utile, e qui emerge una prima contraddizione: una conoscenza che ha valore di scambio nel mondo della scuola (e che lei non possiede) avrebbe anche un valore d’uso per lei.

Ma quando si parla della matematica dei figli a scuola, l’alienazione diventa palpabile. “Paddy farà fatica… noi non siamo istruiti, non possiamo aiutarlo”. E poi racconta di un compito con “lettere dentro, A e B e C… halibu [algebra] si chiamava o qualcosa del genere… Ma cos’è? Quando mai gli servirà?”. Per Bianca, la matematica utile è quella per dare il resto giusto al negozio, quella che si impara giocando con le casse giocattolo. Propone che “la nostra matematica” entri a scuola.

L’idea di Bianca è preziosa e allineata con l’approccio FoK. Ma, riflettendoci, questo basterebbe a cambiare le cose in profondità? Introdurre il “far di conto” aiuterebbe a sfidare il fatto che l’algebra (o altre forme di matematica “alta”) continua a essere quella che apre le porte a percorsi educativi più prestigiosi, riproducendo di fatto delle gerarchie? Forse no. La contraddizione c’è (matematica quotidiana utile vs. matematica scolastica astratta), ma il potenziale trasformativo, nel senso di sfidare il sistema, non è così evidente.

Jamie: Numeracy Operaia vs. “Proper Maths” Borghese

Ora passiamo a Jamie, un papà che lavora nel reparto contabilità di una società immobiliare. Lui fa una distinzione interessante: “A scuola ero bravo in matematica… ora vedo che c’è una differenza tra matematica e numeracy, e io nel mio lavoro uso la numeracy… non la matematica”. Marcus, un altro papà presente alla conversazione, rincara la dose, parlando di “proper maths” (matematica vera e propria) usata dai geometri, una professione a cui ambiva.

Jamie osserva che nella sua azienda, i geometri, che vengono da “contesti privilegiati”, guadagnano di più e hanno più responsabilità, “non si sporcano le mani con la matematica… la lasciano a quelli come noi”. Emerge qui una divisione del lavoro basata sulla classe sociale: una “numeracy operaia” con valore d’uso nel suo lavoro, contrapposta a una “proper maths” che sembra avere un alto valore di scambio, dando accesso a professioni e stipendi migliori.

Due uomini, uno con abiti da lavoro e l'altro con abiti più formali da ufficio, discutono animatamente davanti a un grafico finanziario su un computer. La scena è ambientata in un ufficio moderno, con una lente teleobiettivo da 100mm per comprimere la prospettiva e focalizzare l'attenzione sulle loro espressioni e sul grafico, luce artificiale fredda tipica degli uffici.

Questa, secondo me, è una manifestazione del “bene culturale” in azione. La matematica sul posto di lavoro diventa un’entità che contiene questa dialettica contraddittoria tra valore d’uso e valore di scambio, e questa contraddizione è letta da Jamie e Marcus attraverso la lente della classe sociale.

Ma c’è di più. In un’altra conversazione, Jamie collega la sua abilità con i numeri alla sua esperienza di vita, segnata dalla povertà: “Per me era una questione di soldi… per capire i soldi devi capire i numeri… quindi ero più motivato a impararli”. Racconta di ufficiali giudiziari alla porta, della necessità di capire prestiti e diritti per aiutare la madre. “Non avevo interesse nei concetti matematici… trovavo molta matematica scolastica noiosa e irrilevante”.

Qui, il “denaro” stesso diventa un “bene culturale”. Il denaro ha un valore di scambio ovvio (compri cose), ma per Jamie, capire i meccanismi finanziari per sopravvivere alla povertà e ai debiti aveva un enorme valore d’uso, legato a bisogni umani fondamentali. È questa contraddizione che lo ha motivato ad avvicinarsi ai “numeri” della matematica scolastica. Se la scuola riuscisse a intercettare questa motivazione, a collegare i “concetti matematici” a queste realtà, non sarebbe incredibilmente potente?

Il Ruolo Chiave del Ricercatore “Insider”

Il fatto che Emilia fosse una “mamma-ricercatrice” è stato cruciale. La sua conoscenza del contesto, le sue esperienze condivise, le hanno permesso di creare uno spazio di dialogo in cui queste contraddizioni potessero emergere. Ha saputo fare le domande giuste, cogliere le sfumature, aiutando i genitori ad articolare pensieri che forse, con un ricercatore “esterno”, sarebbero rimasti inespressi. Lei ha agito da “broker”, da mediatrice, aiutando a rendere esplicito il potenziale trasformativo di queste esperienze.

Cosa Possiamo Imparare e Come Agire?

Allora, cosa ci portiamo a casa da tutto questo?

  • Rendere visibili le contraddizioni: Dobbiamo parlare di più di come il valore d’uso della matematica quotidiana si scontri (o possa incontrarsi) con il valore di scambio della matematica scolastica. Aumentare la consapevolezza di genitori, insegnanti e studenti su come certe forme di sapere matematico vengano privilegiate può essere un primo passo.
  • Ricostruire la “matematica che conta”: Non si tratta di eliminare la matematica “formale”, ma di ripensarla. Come possiamo fare in modo che serva a comprendere meglio il mondo, ad affrontare le disuguaglianze, a promuovere un cambiamento collettivo? Pensiamo a progetti che partano da problemi reali delle comunità e li colleghino ai concetti matematici.
  • Pedagogie dialogiche: Creare spazi in cui diverse forme di sapere matematico possano essere condivise alla pari. Portare studenti, famiglie, membri della comunità a co-partecipare ad attività che valorizzino sia la matematica quotidiana sia quella scolastica, mettendo al centro il loro valore d’uso per la vita di tutti.

Credo fermamente che, analizzando queste dinamiche con la lente del “bene culturale”, possiamo trovare modi per rendere la matematica meno alienante e più significativa per tutti. Si tratta di immaginare una matematica scolastica che non serva solo a selezionare e a riprodurre gerarchie, ma che diventi uno strumento di emancipazione e di azione collettiva. Un compito arduo, certo, ma affascinante e necessario. E il ruolo di noi genitori, nel portare le nostre esperienze e le nostre voci in questo dialogo, è fondamentale.

Fonte: Springer

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