Spighe di grano in un campo desolato sotto un cielo plumbeo post-catastrofe, effetto macro 100mm, alta definizione, illuminazione drammatica e controllata per evidenziare la fragilità dell'agricoltura e il concetto di maladattamento.

Cereali Sotto Assedio: E Se il Sole Sparisse Domani? Il Dramma delle Nostre Varietà Tradizionali

Avete mai pensato a cosa succederebbe se, da un giorno all’altro, il nostro pianeta venisse avvolto da una coltre di fuliggine? Magari a causa di un conflitto nucleare su larga scala o l’impatto di un asteroide birichino. Scenari da film, direte voi. Eppure, noi ricercatori ci poniamo queste domande, non per fare gli uccelli del malaugurio, ma per capire come potremmo cavarcela, soprattutto per quanto riguarda il cibo.

Recentemente, con un team di colleghi, ci siamo tuffati in uno studio che esplora proprio questo: cosa accadrebbe alle nostre amate varietà tradizionali di cereali – quelle che i nostri nonni coltivavano, le cosiddette landraces – se una catastrofe del genere oscurasse i cieli. E, ve lo dico subito, il quadro non è dei più rosei.

Un Cielo Nero e Campi Gelidi: Lo Shock Climatico

Immaginatevi uno scenario da film post-apocalittico: enormi incendi sprigionano tonnellate di fuliggine nell’atmosfera. Questa fuliggine farebbe da schermo ai raggi solari. Le conseguenze? Un calo drastico delle temperature globali, meno luce per la fotosintesi e stravolgimenti nei regimi delle piogge. Un vero e proprio incubo per l’agricoltura, che dipende da un equilibrio climatico delicato.

Noi ci siamo concentrati su quattro pilastri della nostra alimentazione: orzo, mais, riso (sia indica che japonica) e sorgo. Si tratta di cereali fondamentali, specialmente per i piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo, dove le landraces rappresentano ancora una fetta importante della produzione e, soprattutto, della diversità genetica.

Le Landraces: Un Tesoro Genetico a Rischio

Perché proprio le landraces? Perché queste varietà, selezionate dai contadini nel corso dei secoli, sono spesso adattate in modo incredibile al loro ambiente specifico. Portano con sé un bagaglio di geni e caratteristiche che le varietà moderne, super produttive ma a volte più “viziate”, hanno perso. Pensate alla resistenza a siccità locali, a particolari malattie o a temperature estreme. Un vero tesoro di biodiversità!

Il problema è che questo adattamento così specifico potrebbe trasformarsi in un tallone d’Achille di fronte a un cambiamento climatico tanto rapido e brutale. Se l’ambiente cambia di colpo, quella che era una perfetta sintonia diventa un terribile maladattamento.

Un campo di grano maturo sotto un cielo oscurato da una densa coltre di fuliggine, luce solare filtrata e debole, effetto macro sulla spiga per dettaglio, illuminazione controllata per enfatizzare la drammaticità. Obiettivo macro 60mm, alta definizione.

Cosa Abbiamo Scoperto: Un Futuro Difficile

Utilizzando modelli di crescita delle colture e analizzando i dati genomici di migliaia di queste varietà tradizionali, abbiamo simulato diversi scenari di “inverno nucleare”, con quantità variabili di fuliggine immesse nell’atmosfera. I risultati sono stati piuttosto chiari: più fuliggine significa un cambiamento climatico più severo, e di conseguenza un maladattamento maggiore per le nostre landraces.

Le zone più colpite sarebbero quelle dove lo stravolgimento climatico indotto dalla fuliggine è più forte. Abbiamo visto che, in media, il picco del maladattamento si verificherebbe 2-3 anni dopo la catastrofe, quando la riduzione della radiazione solare e delle temperature globali toccherebbe il suo minimo. Per darvi un’idea, nello scenario peggiore (una guerra nucleare tra Stati Uniti e Russia con 150 Teragrammi di fuliggine), la temperatura media durante la stagione di crescita potrebbe crollare anche di 11-14°C! Questo si tradurrebbe in un allungamento spropositato dei tempi di maturazione delle colture, tanto che molte non arriverebbero nemmeno a frutto. Nello scenario più estremo, nel secondo anno post-catastrofe, il 90% dell’orzo, il 62% del riso indica e percentuali simili per mais e sorgo semplicemente non maturerebbero.

Un dato interessante è che le regioni equatoriali, pur subendo impatti, se la caverebbero relativamente meglio rispetto alle latitudini più elevate, che sperimenterebbero un raffreddamento più intenso.

Possiamo Salvare Qualcosa? La Strategia delle Sostituzioni

Di fronte a un quadro così cupo, ci siamo chiesti: potremmo usare la diversità genetica esistente per “tamponare” i danni? Ovvero, potremmo identificare delle landraces che, pur provenendo da altre regioni, potrebbero adattarsi meglio alle nuove, gelide condizioni di una certa area?

La risposta è un “sì, ma con molte cautele”. I nostri modelli ci hanno permesso di individuare, per le aree più vulnerabili, quali varietà esistenti nel nostro database globale potrebbero essere le “meno peggio” candidate per una sostituzione. Spesso, queste varietà “salvavita” proverrebbero da regioni attualmente più fredde o ad altitudini maggiori, e dovrebbero essere spostate anche per migliaia di chilometri, spesso attraversando confini nazionali. Questo, capite bene, solleva enormi questioni logistiche e geopolitiche in uno scenario già di per sé caotico.

Diverse varietà di spighe di cereali antichi (orzo, mais, riso, sorgo) disposte su un tavolo rustico, obiettivo macro 80mm, alta definizione dei semi, illuminazione da studio per evidenziare le differenze morfologiche e la biodiversità.

E se cercassimo soluzioni all’interno dello stesso paese? Qui le cose si complicano ulteriormente. I paesi con una maggiore diversità climatica interna avrebbero qualche chance in più di trovare sostituti “locali”, ma in generale le sostituzioni su scala globale si sono rivelate quasi sempre superiori. Tuttavia, anche la migliore sostituzione possibile potrebbe comunque significare raccolti drasticamente ridotti, perché l’ambiente post-catastrofe sarebbe davvero estremo.

La Prova del Nove: Il Mais Messicano

Per essere sicuri che i nostri modelli non fossero solo belle teorie, li abbiamo messi alla prova. Abbiamo usato dati reali sulla performance di oltre 11.000 varietà di mais messicano coltivate in diversi “common gardens” (campi sperimentali) sparsi per il Messico. Ebbene, i nostri modelli di “offset genomico” (una misura del maladattamento) sono riusciti a predire con buona approssimazione quali varietà si sarebbero comportate meglio o peggio in ciascun campo, a seconda di quanto il loro profilo genetico fosse “distante” da quello ideale per quel particolare ambiente. Un risultato che ci ha dato fiducia nella robustezza del nostro approccio.

Cosa Ci Insegna Tutto Questo?

Questo studio, per quanto possa sembrare focalizzato su uno scenario estremo, ci lancia un messaggio importante anche per il presente e il futuro prossimo, dominati dai cambiamenti climatici indotti dai gas serra. La diversità genetica custodita nelle landraces è preziosa, ma potrebbe non essere sufficiente a garantire la resilienza agricola di fronte a shock climatici di grande entità.

Ci dice che dobbiamo pensare globalmente, che la conservazione ex-situ (nelle banche del germoplasma) e in-situ (nei campi degli agricoltori) è fondamentale, e che forse dovremmo iniziare a esplorare strategie di “flusso genico assistito” o di introduzione di nuove colture più tolleranti al freddo (come la patata, ad esempio) in aree che potrebbero diventare inadatte ai cereali tradizionali.

Mappamondo stilizzato con frecce luminose che indicano migrazioni di sementi di cereali da regioni fredde e montuose verso l'equatore e pianure, effetto grandangolare 15mm, focus nitido sulle aree agricole chiave, colori desaturati tranne le frecce che simboleggiano speranza e adattamento.

Insomma, la ricerca va avanti, e anche se gli scenari che esploriamo sono a volte inquietanti, l’obiettivo è sempre quello di trovare soluzioni per un futuro più sicuro e sostenibile per tutti. Speriamo solo di non dover mai mettere in pratica queste strategie di emergenza per una catastrofe da fuliggine!

Fonte: Springer

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