Fotografia concettuale, primo piano di ingranaggi luminosi che si interconnettono all'interno di una silhouette stilizzata di una testa umana, simboleggiando il processo del ragionamento logico, illuminazione drammatica controllata, obiettivo macro 90mm, alta definizione.

La Logica ci Guida Davvero? Sveliamo le Norme del Ragionamento

Ciao a tutti! Vi siete mai fermati a pensare non solo *a cosa* pensate, ma a *come* lo fate? È un viaggio affascinante nel cuore della nostra mente. Da secoli, filosofi e pensatori si interrogano sul ruolo della logica nel nostro modo di ragionare. L’idea che la logica stabilisca delle “norme” per il pensiero è antica quasi quanto la logica stessa. Ma è davvero così semplice? La logica, con le sue formule astratte e le sue relazioni formali, può davvero dirci come dovremmo modificare le nostre credenze, come passare da un pensiero all’altro nel tumulto della vita quotidiana?

Molti storcono il naso. Dopotutto, la logica non è una teoria psicologica del ragionamento. Studia relazioni statiche tra proposizioni (o formule), non il processo dinamico e psicologico con cui aggiorniamo le nostre convinzioni. E poi, ammettiamolo, seguire pedissequamente la logica a volte può portarci a conclusioni palesemente sciocche o inutili. Pensateci: se credo erroneamente a due premesse, un’inferenza logicamente valida mi porterà semplicemente a una conclusione altrettanto errata, anche se il “passaggio” logico è impeccabile.

In questo articolo, voglio tuffarmi in questa mischia e difendere l’idea che, sì, la logica fornisce delle norme per il nostro ragionamento. Ma per farlo, dobbiamo fare chiarezza su una distinzione fondamentale, spesso trascurata, che cambia completamente le carte in tavola. Con questa distinzione in mano, vi proporrò un modo semplice e diretto per capire come la logica ci guida, un modo che, a mio avviso, resiste alle obiezioni più comuni. E vedremo anche come, con qualche assunzione in più, possiamo spiegare *perché* la logica dovrebbe avere questo ruolo e come si collega anche alle norme che governano le nostre credenze. Pronti a seguirmi in questo percorso?

La Sfida di Harman: La Logica è Davvero una Guida?

Il filosofo Gilbert Harman, in alcuni lavori molto influenti, ha lanciato una sfida potente all’idea che la logica sia normativa per il ragionamento. La sua critica si basa su alcuni punti chiave:

  • Il ragionamento è un’attività psicologica, dinamica, che riguarda la revisione delle credenze.
  • La logica, invece, studia relazioni statiche e formali tra proposizioni o formule, non stati mentali. Sembra non avere nemmeno il “soggetto” giusto per dettare norme sul ragionamento.
  • Quando proviamo a formulare principi specifici che colleghino la validità logica a come dovremmo ragionare (i cosiddetti “bridge principles”), questi principi si rivelano spesso problematici o palesemente falsi.

Harman ci mette di fronte a un problema serio: se la logica non parla di credenze o di processi mentali, come può dirci come ragionare correttamente? E se i tentativi di collegarla al ragionamento falliscono, forse dovremmo abbandonare l’idea che sia normativa?

Una Distinzione Cruciale: Ragionare Bene vs. Credere Correttamente

Ecco dove, secondo me, entra in gioco la distinzione chiave: dobbiamo separare le norme del ragionamento dalle norme della credenza. Una cosa è valutare se le tue singole credenze (o un insieme di esse) sono giustificate, razionali, vere, corrette. Un’altra cosa, completamente diversa, è valutare il processo mentale, la transizione che fai quando passi da certe credenze (le premesse) a una nuova credenza (la conclusione).

Possiamo dire che hai ragionato “bene” anche se le tue premesse erano completamente sballate e, di conseguenza, anche la tua conclusione lo è. Immagina di credere (erroneamente) che le tue chiavi siano o in tasca o nella borsa. Controlli la tasca e non ci sono. Ragioni: “Allora devono essere nella borsa”. Questo *ragionamento*, considerato come passaggio mentale, è buono, segue uno schema valido (sillogismo disgiuntivo). Il fatto che la premessa iniziale fosse magari stupida (le avevi lasciate sulla porta!) non rende il *processo* di inferenza cattivo. Il tuo problema erano le premesse, non il modo in cui hai ragionato a partire da esse.

Questa distinzione apre la strada a un principio molto semplice.

Il Principio del Buon Ragionamento: Semplice ma Efficace

Propongo quello che chiamo il Principio del Buon Ragionamento (Good Reasoning Principle – GRP):

Se un’inferenza da A1,…,An a C è logicamente valida (A1,…,An ╞ C), allora il passaggio mentale dal credere A1,…,An al credere C conta come buon ragionamento.

Sembra quasi ovvio, no? Ma vediamo perché è potente e come risponde alle critiche.

  • Valuta la transizione, non le credenze: Come detto, giudica il “passaggio”, non la verità o la giustificazione delle credenze iniziali o finali.
  • “Buono” come ragionamento: Non significa “buono” in assoluto, ma “buono *come* ragionamento”. È una valutazione relativa al tipo di attività. Pensate a “cantare bene”: si può cantare bene una canzone terribile.
  • Non è un obbligo: Dire che un ragionamento è “buono” non significa che devi farlo. Se le tue premesse sono assurde, probabilmente non dovresti ragionare a partire da esse, ma dovresti piuttosto rivederle. Ma se ragioni seguendo uno schema valido, stai ragionando bene in quel senso specifico.
  • Riguarda schemi (pattern): La validità logica si applica a schemi inferenziali (come modus ponens, sillogismo disgiuntivo). Il GRP dice che questi schemi validi sono buoni schemi di ragionamento.
  • Validità è sufficiente, non necessaria: Il GRP non dice che *solo* il ragionamento logicamente valido è buono. Ci sono ottimi ragionamenti induttivi o basati sulla testimonianza che non sono deduttivamente validi.

Vediamo come il GRP schiva le obiezioni di Harman:

  • Obiezione della Revisione della Credenza: Harman dice che non sempre dobbiamo trarre le conseguenze logiche delle nostre credenze; a volte dovremmo rivedere le premesse. Il GRP è d’accordo! Non dice che *devi* inferire C. Dice solo che *se* lo fai, il passaggio è “buon ragionamento”.
  • Obiezione delle Richieste Eccessive: Harman nota che non possiamo essere obbligati a inferire tutte le conseguenze logiche, anche quelle complicatissime. Il GRP non impone nessun obbligo, quindi nessun problema. Dice solo che l’inferenza, se fatta, sarebbe “buona” (il che non significa nemmeno che siamo capaci di farla competentemente!).
  • Obiezione del Paradosso della Prefazione: In certi casi (come credere a ogni singola frase del tuo libro ma non alla loro congiunzione), sembra permesso non trarre una conseguenza logica ovvia. Ancora una volta, il GRP non dice che devi trarla. Implica che l’inferenza (credere che il libro sia senza errori) sarebbe “buon ragionamento”, e questo, secondo me, cattura proprio parte della tensione del paradosso: hai a disposizione buoni ragionamenti che portano a conclusioni contraddittorie!

Fotografia in bianco e nero, una persona seduta a una scrivania guarda pensierosa un complesso diagramma di flusso logico su un foglio, con alcune frecce cancellate e altre evidenziate, profondità di campo ridotta, obiettivo prime 35mm, stile film noir.

Perché il Ragionamento Valido è “Buono”? La Conservazione della Correttezza

Finora abbiamo distinto tra norme del ragionamento e norme della credenza. Ma non dovrebbero essere collegate in qualche modo? Certo! E qui entra in gioco un’idea affascinante: il buon ragionamento è quello che preserva la correttezza.

Cosa significa “correttezza”? È la proprietà che un atteggiamento mentale (come una credenza, un desiderio, un’emozione) ha quando “azzecca” il suo oggetto. Per la credenza, molti (me compreso) ritengono che la condizione di correttezza sia la verità: una credenza è corretta se e solo se ciò che crede è vero. Questa è un’assunzione normativa sostanziale, non una banalità.

Ora, mettiamo insieme i pezzi:

  1. Le inferenze logicamente valide sono, per definizione, tali da preservare necessariamente la verità (se le premesse sono vere, la conclusione deve essere vera).
  2. Se la verità è la condizione di correttezza per la credenza, allora le inferenze valide preservano necessariamente la correttezza delle credenze.
  3. Possiamo postulare un principio generale: i buoni schemi di ragionamento sono quelli che preservano la correttezza (portano da atteggiamenti corretti ad altri atteggiamenti corretti, a parità di condizioni).

Da qui segue il nostro GRP! Il ragionamento valido è buono perché preserva la correttezza delle credenze. Questo ci dà anche un altro “bridge principle”, questa volta sulle credenze:

Principio di Conservazione della Correttezza (Correctness Preservation Principle – CPP):
Se A1,…,An ╞ C, allora se credere A1,…,An è corretto (cioè, se A1,…,An sono vere), allora credere C è corretto (cioè, C è vera).

Questo quadro mi sembra elegante: spiega *perché* il GRP è vero, collegando logica, verità, correttezza della credenza e una teoria generale del buon ragionamento. E notate che anche il CPP non cade nelle trappole di Harman, perché non dice che dovete credere C o che siete giustificati a farlo, ma solo che la correttezza (verità) viene preservata.

Ma Sono Norme “Vere”? Autorità e Ragioni

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ok, ‘buon ragionamento’, ma è solo uno standard tecnico. Ha vera autorità normativa? Abbiamo una *ragione* per ragionare bene?”. È una domanda legittima. Dopotutto, si può essere bravi a fare cose per cui non si ha alcuna ragione (o si hanno ragioni per non farle!).

La mia risposta è che sì, c’è un collegamento all’autorità normativa. Innanzitutto, ragionare bene ci protegge da un tipo di errore: garantisce che, se partiamo dal giusto (credenze corrette/vere), arriveremo al giusto (altre credenze corrette/vere). Questo ha un valore intrinseco.

Ma c’è di più. Penso che le premesse vere di un buon ragionamento siano esse stesse ragioni per credere alla conclusione. Se è vero che le chiavi sono in tasca o in borsa, e se è vero che non sono in tasca, questi fatti sono ragioni per credere che siano nella borsa. Il buon ragionamento è ciò che collega i fatti (ragioni) alla credenza che essi supportano.

Quindi, la logica, dicendoci quali inferenze sono valide (e quindi “buone” secondo il GRP), ci dice anche quali fatti costituiscono ragioni per credere ad altri fatti. Potremmo formulare un altro principio:

Principio delle Ragioni (Reasons Principle):
Se A1,…,An sono vere e A1,…,An ╞ C, allora i fatti A1,…,An sono ragioni per credere C.

Ecco che la logica acquista un’autorità normativa più robusta: non si limita a valutare il processo, ma aiuta a identificare le ragioni stesse per credere.
Fotografia still life, una bilancia antica perfettamente equilibrata su un tavolo di legno scuro, su un piatto una piuma etichettata 'Ragione', sull'altro un piccolo peso etichettato 'Conclusione', illuminazione laterale controllata, obiettivo macro 60mm, alta definizione dei dettagli.

La Logica Può Guidarci Davvero?

Un’altra preoccupazione: questa visione permette alla logica di *guidare* effettivamente il nostro ragionamento? Le norme devono poter essere seguite. Ma i fatti logici non sono sempre trasparenti.

Qui dobbiamo distinguere due modi in cui la logica guida:

  1. Indirettamente: Normalmente, ciò che ci guida sono le premesse stesse. Ragioniamo *a partire da* esse *in accordo con* schemi di buon ragionamento (validi). Per farlo, dobbiamo avere una certa sensibilità a questi schemi, anche se non li formuliamo esplicitamente.
  2. Direttamente: A volte, riflettiamo esplicitamente sulla validità di un argomento per decidere se accettare la conclusione date le premesse. In questo caso, il fatto logico stesso ci guida.

Il mio resoconto permette entrambi i tipi di guida. Non è necessario che i fatti logici siano sempre ovvi o trasparenti per poterci guidare (imperfettamente) o per poter essere sensibili ad essi. Pensate alla morale: i principi morali corretti potrebbero non essere ovvi, ma possiamo comunque essere guidati da ragioni morali e riflettere sui principi.

E i Casi Strani? Quando la Validità Sembra Sbagliata

Arriviamo a un punto spinoso. Ci sono inferenze che sono valide secondo la logica classica, ma che intuitivamente sembrano pessimi ragionamenti. L’esempio più famoso è ex falso quodlibet (o più precisamente, ex contradictione quodlibet): da una contraddizione (P e non-P), la logica classica permette di inferire qualsiasi cosa (Q).

Esempio: “Piove e non piove, quindi l’erba è blu”. Valido classicamente, ma suona malissimo come ragionamento. Cosa fare? Ci sono almeno tre strade:

  1. Rifiutare la logica classica: Si può sostenere che queste inferenze non siano *realmente* valide (magari perché manca la rilevanza tra premesse e conclusione, o perché non preservano la verità in senso stretto). Questa è la via delle logiche non classiche (rilevanti, paraconsistenti). Mantiene il GRP intatto, ma richiede di abbandonare la logica standard.
  2. Modificare il GRP: Si può mantenere la logica classica ma dire che la validità da sola non basta per il buon ragionamento. Serve qualcos’altro, ad esempio, che lo schema sia tale da poter essere seguito *competentemente* da un agente. Si potrebbe argomentare che non si può seguire *competentemente* l’ex falso, perché richiederebbe una sensibilità alla sua natura di preservazione della verità partendo da una contraddizione che si crede – il che sembra psicologicamente impossibile o incoerente. Il GRP diventerebbe: “Validità + Possibilità di Competenza = Buon Ragionamento”. Complica un po’ le cose, ma salva l’intuizione.
  3. Mordere la pallottola (Bite the bullet): Si può insistere che l’inferenza *è* valida ed *è* buon ragionamento, ma la nostra intuizione negativa è dovuta ad altri fattori. Nel caso dell’ex falso, il problema è che si parte da una premessa palesemente assurda (una contraddizione). Chiunque creda a una contraddizione ha un problema a monte, ben prima di iniziare a ragionarci sopra! Il suo dovere è abbandonare quella credenza, non ragionarci. Quindi, il ragionamento in sé può essere “buono” (preserva la verità/correttezza), ma l’atto complessivo è irrazionale a causa del punto di partenza. Per altri casi (es. inferire “Piove o non piove” da “L’erba è verde”), il problema potrebbe essere la ridondanza della premessa o l’incompetenza nel non riconoscere una verità logica.

Personalmente, trovo che ci siano buone ragioni per esplorare tutte e tre le vie, ma l’importante è che possiamo spiegare queste intuizioni difficili senza dover buttare via l’idea centrale che la logica (classica o rivista) fornisca norme per il ragionamento attraverso qualcosa come il GRP.

In Conclusione

Spero di avervi convinto che l’idea che la logica dia norme per il ragionamento è viva e vegeta. La chiave è distinguere attentamente tra la valutazione del processo di ragionamento (il “passaggio” mentale) e la valutazione delle credenze stesse. Il Principio del Buon Ragionamento (GRP) – l’idea che la validità logica renda un’inferenza un “buon ragionamento” – cattura un aspetto fondamentale di questa normatività, evitando le trappole classiche.

Inoltre, collegando il GRP alla preservazione della correttezza (verità) e alle ragioni per credere, possiamo costruire un quadro più ricco che spiega *perché* la logica ha questo ruolo e come si connette all’autorità normativa. Certo, ci sono sfide e casi difficili, ma abbiamo strategie promettenti per affrontarli.

La logica potrebbe avere anche altri ruoli normativi (sulla coerenza delle credenze, sui gradi di fiducia, ecc.), ma spero che questo viaggio nel rapporto tra validità e buon ragionamento abbia illuminato un aspetto cruciale di come le strutture formali del pensiero plasmano la nostra vita mentale. È un campo ancora aperto e pieno di fascino!

Fonte: Springer

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