Immagine simbolica di una donna incinta che guarda verso un futuro incerto durante il periodo del lockdown, luce soffusa che filtra da una finestra, obiettivo 35mm, stile introspettivo e leggermente malinconico, colori tenui.

Lockdown e Nascita: Cosa è Successo Davvero a Mamme e Neonati nei Paesi Ricchi?

Ciao a tutti! Ricordate i lockdown del 2020? Quel periodo stranissimo in cui il mondo si è fermato per combattere il COVID-19. Ci siamo ritrovati chiusi in casa, le strade deserte, un’atmosfera surreale. Mentre cercavamo di capire cosa stesse succedendo, molti di noi si sono chiesti: che impatto avranno queste misure drastiche sulla nostra salute, al di là del virus stesso? E in particolare, cosa è successo alle donne in gravidanza e ai loro bambini?

Beh, non sono stato l’unico a pormi questa domanda. Un gruppo di ricercatori si è messo al lavoro per capirci qualcosa di più, analizzando dati provenienti da ben 28 paesi ad alto reddito (quelli che chiamiamo HICs, High-Income Countries). Hanno realizzato quella che in gergo si chiama “revisione sistematica e meta-analisi”, che tradotto significa: hanno raccolto tutti gli studi seri pubblicati sull’argomento tra il 2019 e giugno 2023, li hanno valutati e hanno messo insieme i risultati per avere un quadro più chiaro e robusto. Parliamo di ben 132 studi analizzati! Un lavoraccio, ve lo assicuro. L’obiettivo? Vedere se i lockdown fossero associati a cambiamenti negli esiti avversi della gravidanza e del parto (i cosiddetti ABPOs, Adverse Birth and Pregnancy Outcomes) e se avessero accentuato le disuguaglianze già esistenti.

La Sorpresa: Meno Nascite Premature Durante il Primo Lockdown?

E qui arriva una delle scoperte forse più inaspettate. Analizzando i dati di milioni di nascite (oltre 3 milioni durante il lockdown e quasi 32 milioni prima), è emerso che durante il primo lockdown c’è stata una leggera ma significativa riduzione del rischio di parto pretermine (PTB). Parliamo di un calo del 4% circa (rischio relativo 0.96). Sembra quasi controintuitivo, vero? In un periodo di stress e incertezza, ci si aspetterebbe forse il contrario.

Ma attenzione, la storia non è così semplice. Innanzitutto, i ricercatori hanno fatto un passo in più: hanno considerato i trend temporali preesistenti, cioè hanno verificato se questa diminuzione non fosse semplicemente parte di una tendenza già in atto. Ebbene, anche tenendo conto di questo fattore, la riduzione, seppur minore (3%, rischio relativo 0.97), sembrava rimanere.

La vera sorpresa, però, è stata scoprire che questo effetto non era uguale dappertutto. L’analisi per regione ha mostrato che la diminuzione dei parti prematuri era evidente soprattutto in Europa (calo del 6%) e in Australia (calo del 6%). In Nord America, Medio Oriente, Asia e Sud America, invece, non è emersa un’associazione statisticamente significativa tra lockdown e riduzione dei parti pretermine. Come mai queste differenze? Difficile dirlo con certezza. Forse le diverse modalità di lockdown, i sistemi sanitari, le condizioni socio-ambientali o persino la composizione etnica delle popolazioni hanno giocato un ruolo.

Approfondendo ancora, sembra che la diminuzione riguardasse soprattutto i parti pretermine spontanei, mentre per quelli indotti medicalmente (iatrogeni) non c’erano prove sufficienti per trarre conclusioni. Cosa potrebbe spiegare questo calo? Le ipotesi sono tante: forse la riduzione dell’inquinamento atmosferico, meno stress lavorativo per chi ha potuto lavorare da casa, un cambiamento nelle infezioni comuni (diverse dal COVID), un maggiore supporto sociale in alcuni contesti familiari, o persino cambiamenti nell’accesso alle cure prenatali (anche se questo aspetto è complesso e potrebbe aver avuto effetti sia positivi che negativi).

Ritratto fotografico di una donna incinta che guarda pensierosa fuori dalla finestra durante il lockdown, luce naturale soffusa che entra dalla finestra, stile intimo e riflessivo, obiettivo 35mm, profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo esterno.

Salute Mentale Materna: Un Campanello d’Allarme

Se sul fronte dei parti pretermine c’è stata questa sorpresa (almeno in alcune aree), c’è un altro dato che purtroppo non stupisce più di tanto, considerando lo stress e l’isolamento di quel periodo. La meta-analisi ha rivelato un aumento significativo (+37%) del rischio che le donne incinte risultassero positive agli screening per la depressione durante la gravidanza (antenatale). Dieci studi hanno fornito dati su questo aspetto, e il risultato (rischio relativo 1.37) suggerisce che il carico psicologico del lockdown si sia fatto sentire pesantemente sulle future mamme.

È interessante notare, però, che non è emersa un’associazione altrettanto chiara per la depressione postpartum (dopo il parto) né per l’ansia (né prenatale né postpartum), anche se per quest’ultima i dati erano più limitati. Bisogna comunque essere cauti: questi studi si basano spesso su questionari di screening, non su diagnosi cliniche definitive, e le modalità di raccolta dati potevano variare. Tuttavia, il segnale sull’aumento del rischio di depressione in gravidanza è un campanello d’allarme importante, che conferma quanto riportato anche da altre ricerche: l’accesso limitato al supporto sociale e sanitario durante i lockdown potrebbe aver aggravato la vulnerabilità psicologica.

Cosa Non È Cambiato (o Quasi)?

E per gli altri esiti? Lo studio ha esaminato un bel po’ di cose:

  • Nati morti (Stillbirth): Non è emersa un’associazione significativa con i lockdown, nemmeno dopo aver considerato i trend temporali.
  • Basso peso alla nascita (LBW): Anche qui, prove insufficienti per dire che i lockdown abbiano avuto un impatto.
  • Taglio cesareo: Nessuna associazione significativa trovata, né per i cesarei in generale, né per quelli d’urgenza o programmati.
  • Lesioni ostetriche gravi (OASI), isterectomia peripartum, sepsi materna: Dati limitati o insufficienti per trarre conclusioni.
  • Ricovero materno prolungato: Pochi studi, ma quelli disponibili suggerivano una diminuzione della durata del ricovero.
  • Riammissione materna in ospedale: Nessuna associazione generale, ma un calo è stato osservato in Europa (specificamente nel Regno Unito).

Un dato interessante riguarda la mortalità neonatale. L’analisi iniziale ha mostrato una diminuzione del 18%, che sembrerebbe una notizia fantastica. Tuttavia, i ricercatori stessi invitano alla cautela: questo risultato era fortemente influenzato da un singolo, grande studio. E quando in quello studio si teneva conto dei trend a lungo termine, la diminuzione non era più così evidente. Quindi, anche se promettente, è un dato da approfondire con analisi più specifiche che considerino l’andamento temporale.

Anche per i ricoveri neonatali (in terapia intensiva o sub-intensiva), il quadro generale non mostrava associazioni, ma emergevano differenze regionali: un calo in Medio Oriente, un aumento in Asia, e nessuna variazione significativa altrove. Ancora una volta, la complessità e le differenze locali sembrano essere la chiave.

Fotografia macro ad alto dettaglio di cartelle cliniche e grafici statistici su una scrivania in uno studio medico o di ricerca, luce controllata e messa a fuoco precisa sui documenti, obiettivo macro 90mm.

La Questione Aperta delle Disuguaglianze

Una delle domande più importanti era: i lockdown hanno peggiorato le disuguaglianze in termini di salute materno-infantile? Sappiamo che purtroppo, anche nei paesi ricchi, le minoranze etniche e le persone che vivono in aree svantaggiate hanno spesso esiti peggiori. Il timore era che i lockdown, con le restrizioni all’accesso alle cure, la perdita del lavoro e l’insicurezza economica, avessero colpito più duramente proprio queste fasce di popolazione.

Purtroppo, rispondere a questa domanda si è rivelato molto difficile. Pochissimi studi riportavano dati disaggregati per etnia o livello di deprivazione socio-economica, e quelli che lo facevano usavano criteri molto diversi tra loro, rendendo complicato mettere insieme i risultati. Per quanto riguarda il parto pretermine, l’analisi dei dati disponibili non ha fornito prove sufficienti per dire che l’associazione (la riduzione vista in Europa e Australia) fosse diversa tra i vari gruppi etnici o livelli di deprivazione.

Ma questo non significa che le disuguaglianze non ci siano state o non siano peggiorate. Significa piuttosto che i dati a disposizione erano troppo scarsi ed eterogenei per poterlo dimostrare con questa meta-analisi. Soprattutto per i gruppi etnici non bianchi, i campioni erano troppo piccoli per avere una potenza statistica sufficiente. Inoltre, usare indicatori di deprivazione a livello di area geografica (come il reddito medio del quartiere) può “appiattire” le differenze reali a livello individuale. Insomma, la questione delle disuguaglianze rimane un’area critica che richiede assolutamente ulteriori ricerche con dati più dettagliati e consistenti.

Cosa Ci Portiamo a Casa?

Quindi, cosa ci dice questo enorme lavoro di analisi? Ci dice che l’impatto dei lockdown sulla gravidanza e sulla nascita nei paesi ricchi è stato complesso e non uniforme.

  • Abbiamo visto una riduzione dei parti pretermine associata al primo lockdown, ma solo in alcune regioni (Europa, Australia).
  • Abbiamo avuto conferma di un aumento del rischio di depressione rilevato tramite screening durante la gravidanza.
  • Per molti altri esiti importanti (nati morti, basso peso alla nascita, taglio cesareo), non sono emerse associazioni chiare a livello generale.
  • La grande domanda sull’impatto sulle disuguaglianze rimane in gran parte senza risposta a causa della mancanza di dati adeguati.

Questo studio è prezioso perché mette insieme tantissime informazioni, ma come spesso accade nella scienza, apre anche nuove domande. Perché quelle differenze regionali nel parto pretermine? Quali meccanismi specifici (ambientali, lavorativi, sanitari, sociali) hanno influenzato gli esiti? E come possiamo raccogliere dati migliori per capire veramente l’impatto sulle fasce più vulnerabili della popolazione?

Una cosa sembra chiara: i lockdown sono stati un “esperimento naturale” su larga scala che ha modificato profondamente l’ambiente socio-sanitario. I risultati suggeriscono che un approccio “taglia unica” (l’ombrello del lockdown uguale per tutti) ha conseguenze diverse e potenzialmente diseguali. Per il futuro, e per promuovere davvero la salute di mamme e bambini, servono politiche più mirate e strutture di supporto personalizzate, capaci di tener conto delle diverse esigenze e vulnerabilità. La ricerca deve continuare, magari usando anche metodi qualitativi per ascoltare direttamente le esperienze delle donne, per capire meglio cosa è successo e come fare meglio la prossima volta (sperando ovviamente che non ce ne sia bisogno!).

Fotografia grandangolare di una sala parto moderna e luminosa ma vuota, che simboleggia la ricerca e le domande aperte sulla nascita durante la pandemia, obiettivo grandangolare 15mm, messa a fuoco nitida su tutta la scena.

Fonte: Springer

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