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Chirurgia cervicale a 80 anni? I risultati svedesi che fanno riflettere (e ben sperare!)

Amici, diciamocelo chiaramente: l’orologio biologico avanza per tutti e, con l’aumento dell’aspettativa di vita, ci troviamo sempre più spesso a fare i conti con acciacchi che prima, forse, non avremmo nemmeno considerato “operabili” in età avanzata. Tra questi, i problemi alla colonna vertebrale, e in particolare alla cervicale, possono diventare davvero invalidanti. Ma cosa succede se a bussare alla porta del neurochirurgo è un ottuagenario con una mielopatia cervicale degenerativa? Fino a poco tempo fa, molti avrebbero storto il naso, pensando ai rischi. E invece, uno studio svedese appena pubblicato ci offre una prospettiva decisamente più ottimista! Preparatevi, perché sto per raccontarvi qualcosa che potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo alla chirurgia spinale negli “anta…anta…anta”!

La sfida: la mielopatia cervicale degenerativa negli over 80

Prima di tuffarci nei risultati, capiamo di cosa stiamo parlando. La mielopatia cervicale degenerativa (DCM) è una condizione un po’ antipatica in cui il midollo spinale nel tratto cervicale (il collo, per intenderci) viene compresso. Questa compressione può derivare dall’artrosi, da ernie discali o dall’ispessimento dei legamenti. I sintomi? Possono variare da dolore e rigidità del collo, a problemi di equilibrio, difficoltà nella deambulazione, perdita di destrezza nelle mani e, nei casi più seri, problemi con la funzione intestinale o vescicale. Insomma, una bella gatta da pelare che impatta pesantemente sulla qualità della vita.

L’intervento chirurgico più comune per decomprimere il midollo è la laminectomia, che consiste nella rimozione di una piccola porzione dell’osso vertebrale (la lamina) per dare più spazio al midollo. A volte, a questa procedura si associa una stabilizzazione con viti e barre (fissazione posteriore). Ora, la domanda sorge spontanea: un paziente di 80 anni o più può affrontare un intervento del genere e trarne beneficio come un paziente più giovane?

Lo studio svedese: numeri che parlano chiaro

Ed è qui che entra in gioco lo studio condotto utilizzando i dati del registro nazionale svedese della colonna vertebrale (Swespine), un database pazzesco che raccoglie informazioni su un’enorme quantità di interventi chirurgici spinali eseguiti in Svezia. I ricercatori hanno analizzato i dati di pazienti operati di laminectomia per DCM tra il 2006 e il 2020, mettendo a confronto un gruppo di 162 ottuagenari (età media 82 anni e spicci) con un gruppo ben più numeroso di 1.220 pazienti più giovani (età media quasi 64 anni).

L’obiettivo? Valutare la soddisfazione dei pazienti, la qualità della vita correlata alla salute (HRQoL) attraverso i cosiddetti Patient-Reported Outcome Measures (PROMs – in pratica, questionari compilati direttamente dai pazienti), e le complicanze a un anno dall’intervento. Per rendere il confronto il più equo possibile, hanno usato una tecnica statistica chiamata “propensity score matching”, che cerca di appaiare pazienti con caratteristiche simili nei due gruppi (sesso, fumo, precedenti interventi, numero di livelli operati, ecc.).

I risultati: una piacevole sorpresa!

Ebbene, tenetevi forte: a un anno dalla chirurgia, non c’erano differenze significative nella soddisfazione dei pazienti tra i due gruppi! Oltre il 50% degli ottuagenari (52%) si dichiarava soddisfatto, una percentuale molto simile a quella dei più giovani (58%). Anche per quanto riguarda gli altri PROMs – come il dolore al collo e al braccio (misurato con la scala NRS), la qualità di vita generale (EQ-5D, EQ-VAS), l’indice di disabilità del collo (NDI) e lo score europeo per la mielopatia (EMS) – i miglioramenti sono stati paragonabili. Anzi, un dettaglio interessante: la risoluzione completa del dolore al collo è stata riportata più frequentemente dagli ottuagenari (11%) rispetto ai più giovani (5,6%)! Certo, la risoluzione parziale era più comune nei giovani, ma il dato sulla risoluzione completa fa riflettere.

Primo piano di una sezione di colonna vertebrale cervicale umana trasparente che mostra chiaramente le vertebre e i dischi intervertebrali, con un'area evidenziata che indica la compressione del midollo spinale. Obiettivo macro, 100mm, alta definizione, illuminazione da studio per massima chiarezza dei dettagli anatomici.

E le complicanze? Anche qui, buone notizie. I tassi di complicanze sono risultati simili: 8,0% negli ottuagenari contro l’11% nei più giovani. Nessuna lesione radicolare nervosa riportata nel gruppo degli ottuagenari, e nessun caso di durotomia iatrogena (lesione della dura madre, la membrana che avvolge il midollo). Anche il tasso di reintervento è stato simile.

C’è un “ma”? La degenza ospedaliera

Un’unica differenza significativa è emersa: la durata della degenza ospedaliera. Gli ottuagenari sono rimasti in ospedale in media per 5,08 giorni, contro i 3,76 giorni dei pazienti più giovani. Questo, diciamocelo, era abbastanza prevedibile, considerando la maggiore fragilità e la più alta prevalenza di altre patologie (comorbidità) negli anziani, come indicato anche dai punteggi ASA (una classificazione dello stato di salute del paziente prima dell’anestesia) più alti nel gruppo degli over 80.

Un’analisi più approfondita all’interno del solo gruppo degli ottuagenari ha rivelato un altro dato cruciale: quelli sottoposti a laminectomia con fissazione posteriore e strumentazione hanno avuto una degenza ospedaliera significativamente più lunga (in media 7,73 giorni) rispetto a quelli sottoposti a laminectomia senza fissazione (3,87 giorni). Questo suggerisce che l’aggiunta della strumentazione potrebbe essere il fattore principale che contribuisce al prolungamento del ricovero in questa fascia d’età.

Cosa ci portiamo a casa da questo studio?

Il messaggio forte e chiaro che arriva da questa ricerca svedese è che l’età, da sola, non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile alla chirurgia decompressiva per la mielopatia cervicale. Gli ottuagenari possono ottenere benefici in termini di soddisfazione, riduzione del dolore e miglioramento della qualità della vita del tutto paragonabili a quelli dei pazienti più giovani. Certo, la degenza ospedaliera può essere più lunga, e questo è un fattore da considerare, specialmente se si opta per una procedura con strumentazione.

Questi risultati sono in linea con altre ricerche recenti che sottolineano come, più dell’età anagrafica, siano le comorbidità (cioè la presenza di altre malattie) a influenzare gli esiti chirurgici e i rischi di complicanze. In altre parole, un ottuagenario in buona salute generale potrebbe essere un candidato migliore per la chirurgia di un sessantenne con molteplici problemi di salute.

Ritratto di un uomo anziano, sui 80 anni, che sorride con fiducia al suo medico in uno studio luminoso e moderno. Il medico, più giovane, ascolta attentamente. Obiettivo da ritratto 35mm, bianco e nero film, profondità di campo, per enfatizzare l'interazione e la fiducia.

È fondamentale, quindi, una valutazione individualizzata del paziente. Non si tratta di dire “sì” a tutti gli ottuagenari, ma di selezionare attentamente i candidati che possono realmente beneficiare dell’intervento, considerando il loro stato di salute generale, le aspettative e, ovviamente, la gravità della mielopatia.

Limiti e prospettive future

Come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti. Essendo retrospettivo e basato su dati di registro, ci possono essere questioni come dati mancanti o errori di codifica. Inoltre, il follow-up è limitato a un anno, quindi non sappiamo cosa succede a lungo termine, specialmente per quanto riguarda la chirurgia strumentata, che negli anziani può essere associata a rischi di mancata fusione o fallimento dell’hardware a causa della qualità ossea. Il registro svedese, per esempio, non fornisce dati sulla densità ossea o sulle cause specifiche di reintervento nella maggior parte dei casi, il che rende difficile approfondire questi aspetti.

Nonostante ciò, lo studio offre spunti preziosissimi perché si concentra sulla prospettiva del paziente, che è ciò che conta di più. Sapere che un ottuagenario può essere altrettanto soddisfatto di un paziente più giovane dopo un intervento di laminectomia cervicale è un’informazione cruciale per medici e pazienti nel processo decisionale.

In conclusione, cari amici, se l’età avanza ma la voglia di vivere bene non manca, e se una mielopatia cervicale degenerativa vi sta mettendo i bastoni tra le ruote, parlatene con il vostro specialista. Questo studio svedese ci dice che le opzioni ci sono, e che l’età sulla carta d’identità non è l’unico fattore da considerare. Una valutazione attenta e personalizzata può aprire la strada a un miglioramento significativo della qualità della vita, anche a 80 anni e oltre! E questa, consentitemelo, è una notizia davvero incoraggiante.

Fonte: Springer

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