Cancro alla Vescica: E Se Bastasse un ‘Lavaggio’ Post-Operatorio per Ridurre le Recidive?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero affascinato nel campo dell’urologia e dell’oncologia: la lotta contro le recidive del cancro alla vescica non muscolo-invasivo (NMIBC). Sapete, è una bella gatta da pelare. Si tratta della forma più comune di cancro alla vescica, e anche se l’intervento standard, la resezione transuretrale del tumore vescicale (TURBT), è efficace nel rimuovere il tumore visibile, le recidive sono purtroppo molto frequenti, parliamo del 60-70% dei casi! Un numero altissimo che ci spinge a cercare strategie sempre migliori.
Il Problema: Cellule Nascoste e Recidive
Dopo la TURBT, spesso si procede con instillazioni vescicali di chemioterapici (come l’epirubicina, usata nello studio di cui vi parlo) o BCG, proprio per cercare di eliminare eventuali cellule tumorali residue e ridurre il rischio che il tumore si ripresenti. Ma i dati ci dicono che non è sempre sufficiente. Una delle teorie è che durante l’intervento stesso, alcune cellule tumorali possano “staccarsi” e andare a impiantarsi in altre zone della vescica, pronte a ricrescere. Un po’ come seminare involontariamente nuovi problemi.
Per anni, abbiamo cercato un modo affidabile per “vedere” e contare queste cellule tumorali potenzialmente pericolose presenti nelle urine, soprattutto quelle ancora attive, cioè vive e capaci di proliferare. La citologia urinaria tradizionale ha una sensibilità bassina, e altri biomarcatori, pur utili, spesso non ci danno un’idea quantitativa del “carico” tumorale residuo.
Una Nuova “Lente” per Scovare le Cellule Attive: Il Test AUCC
Ed ecco che entra in gioco la novità di cui vi voglio parlare, basata su uno studio prospettico molto interessante. I ricercatori hanno messo a punto e validato un metodo quantitativo per identificare specificamente le cellule tumorali urinarie attive (AUCC). Come funziona? In parole povere, sfrutta un marcatore legato all’attività della telomerasi (TERT), un enzima spesso iperattivo nelle cellule tumorali, combinato con la citometria a flusso. Hanno usato un virus oncolitico modificato (oHSV1-hTERTp-GFP) che infetta selettivamente le cellule con alta attività TERT e le fa diventare fluorescenti (verdi, GFP+). Inoltre, usano un marcatore (CD45) per escludere i globuli bianchi. Quindi, le cellule che sono CD45-negativo e GFP-positivo sono le nostre AUCC!
La cosa notevole è che questo test si è dimostrato molto accurato: nello studio, su un totale di 416 partecipanti (324 pazienti con cancro alla vescica e 92 controlli sani), ha raggiunto una sensibilità dell’82,1% e una specificità del 90,2%. Molto meglio della citologia tradizionale, specialmente nei tumori a basso e medio rischio! E non solo: i livelli di AUCC rilevati prima dell’intervento correlavano bene con le caratteristiche cliniche del tumore, come il grado, la multifocalità, le dimensioni e l’infiltrazione sottomucosa. Insomma, una specie di “spia” super precisa dello stato della malattia.

La Scoperta Sorprendente: La TURBT Aumenta le AUCC!
Ma ora viene il bello, o meglio, la scoperta che mi ha lasciato più perplesso all’inizio. Analizzando i livelli di AUCC prima e dopo l’intervento di TURBT (seguito dall’instillazione immediata di epirubicina), i ricercatori hanno notato qualcosa di inaspettato: il primo giorno dopo l’operazione, i livelli di AUCC nelle urine erano significativamente aumentati rispetto a prima dell’intervento! Sembra un controsenso, vero? Togli il tumore e le cellule tumorali attive aumentano?
Questo dato, però, è una prova diretta fortissima a sostegno della teoria della disseminazione: la procedura di resezione, frammentando il tumore, causa il rilascio di numerose cellule tumorali vitali nell’urina. E l’instillazione chemioterapica immediata, almeno in questo studio, non è bastata a eliminarle tutte subito. Queste cellule “liberate” rappresentano un rischio concreto di reimpianto e futura recidiva.
Una Soluzione Semplice ed Efficace? L’Irrigazione Vescicale Continua (CSBI)
Cosa fare allora per contrastare questa disseminazione? Lo studio ha investigato una strategia relativamente semplice e già in uso per altri scopi (come ridurre il sanguinamento post-operatorio): l’irrigazione vescicale continua con soluzione salina (CSBI). In pratica, dopo l’intervento e l’instillazione chemioterapica, ad un gruppo di pazienti è stata applicata questa sorta di “lavaggio” continuo della vescica per alcune ore (in media 6 ore nello studio).
E i risultati? Fantastici! Si è visto che, sebbene in entrambi i gruppi (con e senza CSBI) le AUCC tendessero a diminuire dal primo al quinto giorno post-operatorio (probabilmente per il normale flusso urinario e l’azione residua del farmaco), la diminuzione era molto più rapida e significativa nel gruppo che aveva ricevuto la CSBI. Al quinto giorno, i pazienti trattati con CSBI avevano livelli di AUCC significativamente più bassi rispetto ai loro livelli pre-operatori, cosa che non avveniva nel gruppo senza CSBI.
In pratica, la CSBI sembra agire come un efficace “risciacquo” che accelera l’eliminazione delle cellule tumorali disseminate, riducendo il tempo in cui queste rimangono a contatto con la parete vescicale e, potenzialmente, la possibilità che si attacchino e ricrescano.

Chi ne Beneficia di Più?
Andando ad analizzare i sottogruppi, è emerso un altro dato interessante: i benefici della CSBI sull’eliminazione delle AUCC erano ancora più evidenti nei pazienti con fattori di rischio maggiori per le recidive. Parliamo di pazienti con:
- Tumori di alto grado
- Tumori multifocali (più di un focolaio)
- Tumori di dimensioni maggiori (≥ 2 cm)
- Presenza di sintomi irritativi vescicali
- Presenza di leucociti o eritrociti nelle urine pre-operatorie
- Classificazione generale ad alto rischio
Questo suggerisce che proprio i pazienti che partono da una situazione più complessa e a maggior rischio di disseminazione sono quelli che potrebbero trarre il massimo vantaggio da questa procedura di “pulizia” aggiuntiva.
E le Recidive a Lungo Termine? Un Trend Promettente
Ok, abbiamo visto che la CSBI riduce le AUCC, ma questo si traduce in una reale diminuzione delle recidive nel tempo? Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno seguito per due anni i pazienti ad alto rischio inclusi nello studio (ottenendo dati completi per 104 di loro). Tutti questi pazienti hanno ricevuto le terapie adiuvanti standard post-operatorie (BCG o chemio instillazioni) secondo le linee guida.
I risultati del follow-up hanno mostrato un trend verso una migliore sopravvivenza libera da malattia (DFS) nei pazienti ad alto rischio che avevano ricevuto la CSBI rispetto a quelli che non l’avevano ricevuta. Questa tendenza era particolarmente evidente dopo il primo anno. Addirittura, analizzando i pazienti ad alto rischio che avevano avuto interventi più lunghi (≥ 60 minuti), indice di una maggiore complessità chirurgica e potenziale disseminazione, il beneficio della CSBI è apparso ancora più marcato.
C’è da dire che, a causa delle dimensioni ancora limitate del campione seguito, la differenza non ha raggiunto la significatività statistica formale (p=0.053), ma il trend è decisamente incoraggiante e merita conferma in studi più ampi. È una prova clinica preliminare che supporta l’evidenza di laboratorio sull’efficacia della CSBI.
Conclusioni e Prospettive Future
Quindi, cosa ci portiamo a casa da questo studio affascinante?
- Abbiamo un nuovo strumento, il test AUCC basato su TERT, che è molto promettente per diagnosticare il cancro alla vescica e monitorare la presenza di cellule tumorali attive nelle urine, correlando bene con i fattori di rischio.
- Abbiamo la prova diretta che la TURBT, pur necessaria, può causare una disseminazione di cellule tumorali attive che non vengono completamente eliminate dalla sola instillazione chemioterapica immediata. Questo fenomeno contribuisce probabilmente all’alto tasso di recidive.
- L’irrigazione vescicale continua con soluzione salina (CSBI) dopo l’intervento si è dimostrata efficace nell’accelerare l’eliminazione di queste cellule disseminate, specialmente nei pazienti a più alto rischio.
- I dati preliminari a 2 anni suggeriscono che questo effetto di “pulizia” possa tradursi in una riduzione delle recidive, soprattutto nei casi ad alto rischio e chirurgicamente complessi.
Certo, come in ogni ricerca, ci sono dei limiti. Lo studio è stato condotto in due centri, e i risultati sul lungo termine necessitano di conferme su coorti più grandi e magari con studi randomizzati specificamente disegnati per valutare l’impatto clinico della CSBI. Tuttavia, ci fornisce una base di conoscenze importantissima e apre la strada a una strategia post-operatoria potenzialmente semplice, sicura e a basso costo per migliorare gli esiti dei pazienti con cancro alla vescica NMIBC. Un semplice “lavaggio” potrebbe fare davvero la differenza! Staremo a vedere gli sviluppi futuri.
Fonte: Springer
