Ipertensione a Città del Capo: Un Nemico Silenzioso Sotto la Lente, Tra Scoperte e Sfide Inattese!
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, nel cuore di Città del Capo, in Sudafrica, per parlare di un nemico subdolo e spesso invisibile: l’ipertensione, o più comunemente, la pressione alta. Sapete, è una di quelle condizioni che, se non tenuta sotto controllo, può fare danni seri al nostro sistema cardiovascolare, portando a infarti e ictus, che sono tra le principali cause di morte a livello globale. Un vero problema, eh?
Ecco, la cosa che mi ha sempre affascinato – e un po’ preoccupato – è che nonostante esistano trattamenti efficaci e relativamente economici, la gestione dell’ipertensione a livello mondiale, specialmente nei paesi a basso e medio reddito, lascia parecchio a desiderare. Pensate che nel 2019, quasi 1.3 miliardi di adulti tra i 30 e i 79 anni soffrivano di ipertensione! E il controllo? Bassissimo, specialmente in certe aree del mondo come l’Africa subsahariana, dove meno del 10% delle persone con ipertensione la tiene sotto controllo. In Sudafrica, poi, la pressione alta è il secondo fattore di rischio per mortalità. Insomma, c’era bisogno di capirci qualcosa di più, soprattutto in contesti urbani specifici.
La Nostra Missione a Città del Capo
È proprio qui che entra in gioco il nostro studio. Ci siamo chiesti: qual è la situazione reale riguardo alla diagnosi, al trattamento e al controllo dell’ipertensione tra i residenti neri adulti (>21 anni) di alcune aree urbane di Città del Capo? Volevamo capire non solo i numeri, ma anche quali fattori fossero associati a una migliore o peggiore gestione della malattia.
Per farlo, abbiamo condotto uno studio trasversale, andando direttamente nelle comunità. Abbiamo selezionato a caso i partecipanti, somministrato questionari dettagliati, effettuato misurazioni cliniche (come peso, altezza, pressione sanguigna) e analisi del sangue a digiuno, inclusi test di tolleranza al glucosio. L’ipertensione l’abbiamo definita come una pressione sanguigna ≥140/90 mmHg o il fatto di essere già in trattamento farmacologico per essa.
Abbiamo coinvolto 460 partecipanti con ipertensione, con un’età media di circa 50 anni, e il 65% erano donne. E qui iniziano le scoperte interessanti.
I Risultati: Un Quadro di Luci e Ombre
Allora, cosa abbiamo scoperto? Beh, che la situazione è tutt’altro che rosea, anche se con qualche sprazzo di luce.
- La diagnosi (cioè quante persone con ipertensione sapevano di averla): solo il 62.4%. Non male rispetto ad altre realtà, ma l’obiettivo ideale sarebbe molto più alto!
- Il trattamento tra chi aveva ricevuto una diagnosi: il 75.6%. Questo significa che quasi un quarto delle persone diagnosticate non riceveva cure.
- Il controllo della pressione tra chi era in trattamento: il 57.1%. Anche qui, c’è margine di miglioramento per arrivare a un controllo ottimale.
Un dato che è saltato subito all’occhio è la differenza di genere: le donne se la cavavano decisamente meglio degli uomini in tutte e tre le fasi (diagnosi: 73.6% vs 41.6% negli uomini; trattamento: 80.0% vs 61.2%; controllo: 59.1% vs 48.8%). Questa è una tendenza che vediamo spesso, probabilmente legata a una maggiore propensione delle donne a interagire con i servizi sanitari, magari per programmi materno-infantili, che offrono più occasioni per controlli.

Chi Viene Diagnosticato? E Chi Resta Indietro?
Andando più a fondo, abbiamo visto che alcuni fattori erano associati a una maggiore probabilità di diagnosi. Ad esempio:
- Avere 45 anni o più.
- Essere donna (come dicevamo, un fattore chiave!).
- Avere una storia familiare di ipertensione (magari si è più sensibilizzati).
- Aver trascorso almeno il 50% della vita in città (forse più accesso ai servizi?).
- Avere altre malattie come il diabete o problemi renali (CKD). Questo ha senso: chi ha già problemi di salute è più a contatto con i medici e quindi è più probabile che l’ipertensione venga scoperta.
Una scoperta sorprendente, e un po’ controintuitiva, è stata che un basso livello di istruzione (≤7 anni di scuola) era associato a una maggiore probabilità di diagnosi. Forse perché queste persone sono più raggiungibili dagli operatori sanitari comunitari durante le visite a domicilio? O magari passano più tempo a casa e sono più disponibili per screening? È un dato su cui riflettere.
Ma la nota dolente, davvero dolente, è che i partecipanti più poveri avevano la metà delle probabilità di vedersi diagnosticata l’ipertensione rispetto ai loro coetanei più abbienti. Questo è un campanello d’allarme enorme! Nonostante screening e trattamenti siano gratuiti a livello primario in Sudafrica, le barriere economiche, come i costi di trasporto per raggiungere le cliniche o il tempo perso da attività lavorative, pesano tantissimo.
Trattamento e Controllo: Ancora le Donne in Testa
Quando si trattava di passare dalla diagnosi al trattamento, essere donna era di nuovo un vantaggio significativo. Anche la presenza di diabete sembrava spingere verso il trattamento, anche se l’associazione non era statisticamente fortissima.
E per il controllo della pressione in chi era trattato? Indovinate un po’? Ancora una volta, le donne mostravano una probabilità più che doppia di avere la pressione sotto controllo rispetto agli uomini. Sembra proprio che il genere giochi un ruolo cruciale in ogni fase della gestione dell’ipertensione.
È interessante notare che, a parte il genere, pochi altri fattori sembravano influenzare significativamente il trattamento tra i diagnosticati e il controllo tra i trattati, almeno nelle nostre analisi. Questo potrebbe essere dovuto anche alle dimensioni più piccole dei campioni in queste fasi successive.

Il Problema dell’Ipertensione “Nascosta”
Abbiamo anche dato un’occhiata a chi avesse l’ipertensione senza saperlo (undetected hypertension). Qui, gli uomini avevano il doppio delle probabilità rispetto alle donne di avere la pressione alta senza esserne consapevoli. Anche la fascia d’età 35-64 anni è emersa come particolarmente a rischio di ipertensione non diagnosticata. Questo ci dice che programmi di screening mirati a uomini e a questa fascia d’età potrebbero essere molto efficaci per scovare i casi nascosti.
Curiosamente, altri fattori come lo stile di vita (fumo, alcol), la storia familiare o altre malattie non sembravano legati all’ipertensione non diagnosticata. Quindi, usare queste variabili per identificare chi “nasconde” la pressione alta potrebbe non essere la strategia migliore.
Cosa Ci Insegna Tutto Questo?
Beh, prima di tutto, che la gestione dell’ipertensione a Città del Capo, pur con alcuni aspetti migliori rispetto ad altre aree, è ancora subottimale. Siamo lontani dagli obiettivi raccomandati, ad esempio, dalla World Hypertension League per l’Africa (che punta a un 80% di diagnosi, 80% di trattamento tra i diagnosticati, e 80% di controllo tra i trattati).
Le disparità sono evidenti: le donne se la cavano meglio, probabilmente grazie a un maggiore contatto con i servizi sanitari. I più poveri e i meno urbanizzati (magari migranti recenti da aree rurali, meno familiari con la città e i suoi servizi) sono invece più vulnerabili e hanno meno probabilità che la loro ipertensione venga scoperta. Questo è inaccettabile e richiede strategie per garantire una distribuzione più equa delle cure.
La maggiore diagnosi in chi ha già diabete o problemi renali è una buona notizia a metà: significa che il sistema funziona per chi è già “dentro”, ma dobbiamo migliorare nel raggiungere chi è apparentemente sano.
L’associazione tra familiarità per ipertensione e migliore diagnosi suggerisce che la consapevolezza e forse l’incoraggiamento familiare giocano un ruolo. Ma sappiamo che la conoscenza sull’ipertensione in Sudafrica è spesso scarsa. C’è un grande bisogno di educazione sanitaria, magari sfruttando anche la tecnologia (mHealth, messaggi SMS, ecc.) per incoraggiare comportamenti salutari e controlli regolari.

Anche il fatto che solo il 57% di chi è in trattamento abbia la pressione controllata, sebbene soddisfi l’obiettivo minimo del piano strategico nazionale sudafricano (50%), è ben lontano dall’ideale 80%. Ci sono tanti fattori che contribuiscono a questo: dalla disponibilità dei farmaci nelle cliniche, all’inerzia dei medici nell’ottimizzare la terapia, alla scarsa aderenza dei pazienti alle cure o alle visite. Un vero ginepraio!
Limiti e Punti di Forza del Nostro Lavoro
Ogni studio ha i suoi limiti, e il nostro non fa eccezione. Essendo uno studio trasversale, non possiamo stabilire rapporti di causa-effetto. Abbiamo avuto una partecipazione maschile un po’ bassa, cosa comune in questi studi. E le misurazioni della pressione sono state fatte in una singola occasione. Inoltre, non avevamo dati su altri fattori importanti come l’aderenza ai farmaci, la conoscenza specifica dell’ipertensione, le distanze dalle cliniche, o le influenze culturali.
Tuttavia, i punti di forza ci sono: abbiamo usato misurazioni cliniche e biochimiche oggettive per le comorbidità (diabete, colesterolo, problemi renali, obesità) in una popolazione comunitaria, non solo ospedaliera.
La Strada da Percorrere
Cosa ci portiamo a casa da questa esperienza? Che c’è un bisogno urgente di colmare i divari nella diagnosi, nel trattamento e nel controllo dell’ipertensione. Dobbiamo trovare modi per raggiungere i più vulnerabili: i più poveri, i meno urbanizzati, e soprattutto gli uomini, che sembrano sfuggire più facilmente alla rete dello screening.
Servono strategie innovative: forse cliniche mobili che vanno nelle comunità, orari di apertura dei servizi più flessibili, un maggiore coinvolgimento degli operatori sanitari comunitari, e l’uso della tecnologia per consultazioni a distanza o promemoria. È fondamentale capire meglio le barriere specifiche che le persone affrontano, perché queste possono variare enormemente in base all’età, al genere, allo stato socioeconomico e al livello di assistenza sanitaria a cui hanno accesso.
Insomma, la lotta all’ipertensione è una maratona, non uno sprint. E studi come il nostro, spero, aiutano a illuminare il percorso, un passo alla volta, verso una salute migliore per tutti.
Fonte: Springer
