Un medico esamina attentamente un elettrocardiogramma con un cuore stilizzato e una molecola di glucosio sovrapposti, simboleggiando il legame tra salute cardiaca, iperglicemia da stress e diabete. Luce da studio controllata, obiettivo prime da 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco l'ECG e il cuore, duotone blu e grigio.

Glicemia da Stress e Infarto: Un Nuovo Indice Rivela il Rischio Nascosto nei Diabetici!

Amici, parliamoci chiaro: quando si tratta di cuore e diabete, la situazione si fa subito seria. Chi di noi, con diabete di tipo 2, non si è mai preoccupato per il proprio cuore? Le sindromi coronariche acute (SCA) – un termine un po’ tecnico che include bestiacce come l’infarto miocardico e l’angina instabile – sono purtroppo ospiti frequenti e sgraditi. E se vi dicessi che abbiamo scovato un nuovo modo, quasi un “super indice”, per capire meglio chi rischia di più? Tenetevi forte, perché sto per raccontarvi di una scoperta che potrebbe davvero fare la differenza.

Ma cos’è questa “iperglicemia da stress”?

Immaginate il vostro corpo sotto attacco, magari a causa di un infarto. È normale che vada un po’ in tilt, rilasciando ormoni dello stress che, tra le altre cose, fanno schizzare la glicemia alle stelle. Questa è l’iperglicemia da stress. Il problema è che, se siete già diabetici, un picco di glicemia al momento del ricovero potrebbe essere scambiato per un semplice scompenso del vostro diabete. Ma non è così semplice! L’iperglicemia da stress è qualcosa di più: è un aumento acuto della glicemia rispetto al vostro livello di base, quello a cui siete abituati.

Per anni, noi ricercatori ci siamo chiesti come distinguere questa reazione acuta allo stress dalla normale variabilità glicemica di un paziente diabetico. Ed è qui che entra in gioco il nostro protagonista: il Rapporto di Iperglicemia da Stress, o SHR (dall’inglese Stress Hyperglycemia Ratio). Come si calcola? È un rapporto tra la glicemia a digiuno al momento del ricovero (quella che misuriamo subito, per intenderci) e una stima della glicemia media delle settimane precedenti (calcolata a partire dall’emoglobina glicata, o HbA1c). Più alto è questo rapporto, maggiore è lo “stress glicemico” che il corpo sta subendo in quel momento acuto, al di là del controllo glicemico cronico.

La nostra indagine: cosa abbiamo scoperto?

Nel nostro studio, abbiamo seguito per un bel po’ di tempo – una media di 927 giorni, quasi tre anni! – ben 791 pazienti con diabete di tipo 2 che avevano avuto una sindrome coronarica acuta e si erano sottoposti ad angioplastica coronarica (PCI). Abbiamo calcolato l’SHR per ognuno di loro al momento del ricovero e poi siamo stati a vedere cosa succedeva. L’obiettivo primario era monitorare i cosiddetti MACCE (Major Adverse Cardiovascular and Cerebrovascular Events), che in parole povere sono gli eventi brutti: morte per qualsiasi causa, ictus non fatale, infarto non fatale e nuove rivascolarizzazioni coronariche non programmate.

Ebbene, i risultati sono stati… illuminanti! Abbiamo diviso i pazienti in tre gruppi (terzili) in base al loro valore di SHR: basso, medio e alto. Sapete cosa è emerso? L’incidenza di MACCE aumentava drasticamente passando dal gruppo con SHR più basso (15.6%) a quello con SHR medio (21.9%), fino a schizzare al 36.1% nel gruppo con SHR più alto! Un trend chiarissimo e statisticamente super significativo.

Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo usato modelli statistici complessi (le analisi di Cox, per i più curiosi) per essere sicuri che questo legame non fosse dovuto ad altri fattori. E indovinate? Anche tenendo conto di età, sesso, pressione, colesterolo e un sacco di altre variabili, l’SHR alto rimaneva un predittore indipendente e potente di guai futuri. Per darvi un’idea: rispetto a chi aveva l’SHR più basso, chi era nel terzile medio aveva un rischio aumentato di circa 1.5 volte, ma chi era nel terzile più alto vedeva il rischio più che raddoppiato, precisamente 2.5 volte maggiore! Abbiamo anche identificato un valore soglia di SHR, pari a 0.8150: chi superava questa soglia aveva un rischio significativamente più elevato di MACCE.

Visualizzazione concettuale dell'iperglicemia da stress: un grafico che mostra un picco di glucosio sovrapposto a un cuore umano stilizzato, con simboli di stress (es. fulmini stilizzati) sullo sfondo. Macro lens, 90mm, high detail, controlled lighting per evidenziare la texture del grafico e del cuore.

Perché l’SHR è così importante? E meglio di altri indicatori?

Vi chiederete: ma non bastava guardare la glicemia al ricovero o l’emoglobina glicata? Bella domanda! Abbiamo confrontato il potere predittivo dell’SHR con quello della sola glicemia a digiuno al ricovero (AFBG) e della sola emoglobina glicata (HbA1c). Risultato? L’SHR si è dimostrato superiore nel predire gli eventi avversi. Questo perché l’SHR cattura l’essenza dell’iperglicemia *da stress*, cioè quella reazione acuta e sproporzionata del corpo all’evento cardiaco, depurandola dall’effetto del controllo glicemico di base.

L’iperglicemia acuta, quella legata allo stress, non è affatto innocua. Scatena una serie di reazioni a catena nel nostro organismo:

  • Aumenta lo stress ossidativo e l’infiammazione, nemici giurati dei nostri vasi sanguigni.
  • Provoca disfunzione endoteliale (cioè fa funzionare male il rivestimento interno dei vasi).
  • Aumenta gli effetti procoagulanti e protrombotici, favorendo la formazione di trombi.
  • Può addirittura annullare meccanismi di protezione naturale del cuore, come il precondizionamento ischemico.

È interessante notare che, in passato, alcuni studi avevano suggerito che l’iperglicemia al ricovero fosse un problema soprattutto per i non diabetici, mentre nei diabetici il suo ruolo era meno chiaro. Il nostro studio, focalizzandosi sull’SHR, fa luce proprio su questo aspetto nei pazienti con diabete di tipo 2, dimostrando che questa “vera” iperglicemia da stress è un campanello d’allarme cruciale anche per loro, anzi, forse soprattutto per loro, perché più difficile da smascherare.

Cosa significa tutto questo per noi pazienti?

La bellezza dell’SHR è che è un parametro facilmente calcolabile nella pratica clinica quotidiana. Non servono esami strani o costosi: bastano la glicemia a digiuno al ricovero e l’emoglobina glicata, dati che si raccolgono di routine.
Identificare precocemente i pazienti con SHR elevato ci permette di capire chi, tra quelli con diabete e sindrome coronarica acuta, è a maggior rischio di futuri eventi cardiovascolari e cerebrovascolari. Questo apre la porta a strategie terapeutiche più aggressive e personalizzate per questi soggetti. Immaginate di poter dire: “Ok, tu hai un SHR alto, dobbiamo essere extra-vigili con te, intensificare la terapia, monitorarti più da vicino”. Potrebbe davvero fare la differenza nel lungo periodo.

Il nostro studio ha mostrato che un valore di SHR pari o superiore a 0.8150 è una sorta di spartiacque per una prognosi peggiore. Questo non è solo un numero, è un segnale che ci dice che quel paziente merita un’attenzione particolare.

Un grafico a barre che illustra l'aumento del rischio di MACCE (eventi cardiovascolari avversi maggiori) con l'aumentare dei tertili di SHR, con icone rappresentative di cuore, cervello e vasi sanguigni. Obiettivo macro 100mm, precise focusing sui dati del grafico, illuminazione da studio.

Qualche cautela e prospettive future

Come ogni studio scientifico che si rispetti, anche il nostro ha delle limitazioni. Essendo uno studio osservazionale retrospettivo (sebbene su dati raccolti prospetticamente), non possiamo stabilire un rapporto di causa-effetto definitivo tra SHR e MACCE. Inoltre, la nostra popolazione era composta da pazienti cinesi, quindi bisognerà vedere se questi risultati si confermano anche in altri gruppi etnici. E poi, non abbiamo incluso tra gli eventi avversi quelli legati allo scompenso cardiaco, un altro problema comune nei diabetici.

Nonostante ciò, i risultati sono davvero promettenti. L’SHR si è dimostrato un indicatore valido, indipendente e con un valore aggiunto rispetto ai parametri tradizionali per la stratificazione precoce del rischio nei pazienti con diabete di tipo 2 e sindromi coronariche acute sottoposti ad angioplastica.
La speranza è che, in futuro, l’ottimizzazione della gestione medica basata sull’SHR possa effettivamente ridurre il rischio di successivi eventi cardiovascolari avversi. Serviranno, ovviamente, altri studi ben disegnati per confermarlo, ma la strada sembra tracciata. E io, da ricercatore e da persona che vive la realtà del diabete, non posso che essere entusiasta di queste nuove prospettive!

Fonte: Springer

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