Uomini, Donne e Disturbo Borderline: I Test Psicologici Dicono la Loro (e Dicono Giusto!)
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che, ne sono certo, interesserà molti di voi, soprattutto chi si occupa di salute mentale o chi, semplicemente, è curioso di capire meglio come funziona la “testa” delle persone. Parliamo di disturbo borderline di personalità (DBP) e, più nello specifico, di come facciamo a valutarlo in modo equo, sia negli uomini che nelle donne.
Il Grande Dilemma: Uomini e Donne Sono Davvero Diversi di Fronte al DBP?
Partiamo da un dato: il DBP, secondo le stime, colpisce tra lo 0.7% e il 2.7% della popolazione adulta. Un bel numerino, eh? Ma la cosa curiosa è che, mentre negli studi sulla popolazione generale uomini e donne sembrano essere colpiti in egual misura, quando guardiamo chi arriva nei servizi clinici, il rapporto cambia drasticamente: circa 3 donne per ogni uomo. Addirittura, dati svedesi parlano di solo il 15% di uomini tra i pazienti diagnosticati.
Ora, la domanda sorge spontanea: perché questa differenza? Gli uomini con DBP cercano meno aiuto? Finiscono più spesso in altri contesti, come il sistema giudiziario? Oppure, e qui la cosa si fa spinosa, c’è una sorta di “gender bias“, un pregiudizio di genere, nelle procedure diagnostiche? Magari i criteri diagnostici sono pensati più “al femminile”, o gli strumenti che usiamo per misurare i sintomi non funzionano allo stesso modo per entrambi i sessi. Pensate che alcuni studi con “casi fittizi” (le cosiddette case vignettes) hanno mostrato che i clinici tendono a giudicare i problemi legati al DBP in modo diverso a seconda che si trovino di fronte un uomo o una donna. Mica poco, eh?
L’Importanza di Parlare la Stessa Lingua (Psicometrica): L’Invarianza di Misurazione
Ecco che entra in gioco un concetto fondamentale: l’invarianza di misurazione (MI). Detta in parole povere, l’MI ci dice se uno strumento (come un questionario self-report) misura la stessa cosa (lo stesso “costrutto latente”, direbbero gli esperti) e allo stesso modo in gruppi diversi (ad esempio, uomini e donne) o in momenti diversi (tipo prima e dopo una terapia). Se un test non è “invariante”, capite bene che confrontare i punteggi tra uomini e donne, o valutare se una terapia ha funzionato, diventa un po’ come confrontare mele e pere.
Le interviste strutturate sono considerate il “gold standard” per la diagnosi di DBP, ma anche qui qualche problemino di MI è emerso. Ad esempio, in alcuni studi, l’instabilità affettiva sembrava meno riportata dagli uomini a parità di gravità del disturbo, mentre per l’impulsività uomini più anziani ne riportavano di più rispetto alle donne. Insomma, un bel ginepraio.
Oltre alle interviste, usiamo tantissimo i questionari self-report: sono comodi, veloci e ci danno un sacco di informazioni sulla gravità dei sintomi, sui cambiamenti durante la terapia, ecc. Il problema è che spesso, negli studi che validano questi questionari, gli uomini sono sottorappresentati, un po’ come succede nei servizi clinici. E allora, come facciamo a essere sicuri che questi test siano “giusti” anche per loro?
La Nostra Missione: Mettere alla Prova Due Test Famosi
Ed è proprio qui che si inserisce il succo del discorso di oggi, basato su uno studio recente molto interessante. L’obiettivo era proprio quello di verificare l’invarianza di misurazione di due questionari self-report molto usati per il DBP: il Borderline Symptom List (BSL-23) e l’Impulsivity and Emotion Dysregulation Scale (IES-27). Volevamo capire se questi strumenti “parlano la stessa lingua” quando li compiliamo noi uomini rispetto a quando li compilano le donne, e se continuano a misurare le stesse cose dall’inizio alla fine di un trattamento.
Per farlo, abbiamo analizzato i dati di un campione bello grosso: ben 3507 pazienti ricoverati in una clinica psicosomatica tedesca, tra cui 560 uomini. Non proprio bruscolini! Tutti avevano una diagnosi di DBP. Abbiamo usato tecniche statistiche piuttosto sofisticate, come l’analisi fattoriale confermativa (CFA), per vedere se la struttura dei questionari teneva botta e se i singoli item (le domande) funzionavano allo stesso modo nei due sessi e nel tempo.

I Risultati: Una Buona Notizia per Clinici e Pazienti!
Ebbene, tenetevi forte: i risultati sono stati davvero incoraggianti! Per il BSL-23, che valuta i sintomi borderline in generale, è stata confermata la sua struttura a singolo fattore. Per l’IES-27, che invece si concentra su impulsività, disregolazione emotiva e problemi interpersonali, è emerso un modello a tre fattori (Disregolazione Emotiva, Difficoltà Relazionali, e Comportamenti Suicidari/Autolesivi), dopo aver tolto qualche item che non “performava” al meglio.
Ma la cosa più importante è che entrambi gli strumenti hanno dimostrato di essere invarianti rispetto al sesso e al tempo! Questo significa che, almeno per questi due test, uomini e donne con DBP sembrano capire e riportare i loro sintomi in modo simile. E significa anche che possiamo usare questi questionari per monitorare l’efficacia di un trattamento, confrontando i punteggi prima e dopo, con una buona dose di fiducia.
Questi risultati sono in linea con quanto trovato in studi su campioni di popolazione generale che usavano misure self-report, ma un po’ in contrasto con alcuni studi che usavano interviste strutturate, dove, come dicevamo, qualche differenza tra i sessi era emersa, soprattutto per criteri come l’impulsività e l’instabilità affettiva. Ad esempio, item del BSL-23 come “Il mio umore variava rapidamente in termini di ansia, rabbia e depressione” o item dell’IES-27 come “I miei sentimenti cambiavano rapidamente tra cattivo umore, rabbia, paura, solitudine e tristezza” non hanno mostrato differenze significative nel modo in cui venivano “pesati” o “soglia di risposta” tra uomini e donne. Lo stesso vale per item che misurano la rabbia incontrollata (“Ero così arrabbiato che a malapena riuscivo a controllarmi“) o i comportamenti suicidari/autolesivi (“Mi sono fatto del male tagliandomi o graffiandomi superficialmente“) nell’IES-27.
Perché Questa Differenza tra Self-Report e Interviste?
Una possibile spiegazione? Forse quando siamo noi pazienti a descrivere i nostri stati interni, riusciamo a farlo in modo più diretto e accurato. Quando invece c’è un valutatore esterno (come nell’intervista strutturata), potrebbero entrare in gioco idee stereotipate su come uomini e donne “dovrebbero” esprimere o regolare le emozioni, portando a soglie di giudizio diverse per classificare un sintomo come parte del DBP. È un’ipotesi affascinante, non trovate? Fa riflettere su quanto il “filtro” dell’osservatore possa influenzare la valutazione.
Il fatto che abbiamo trovato invarianza anche nel tempo (prima e dopo il trattamento) è un altro dato positivo. Potrebbe essere che i pazienti nel nostro campione, essendo già in trattamento e probabilmente già diagnosticati in passato, avessero già una buona comprensione del costrutto del DBP grazie a precedenti interventi di psicoeducazione. Questo potrebbe aver ridotto il rischio di “ricalibrazione” (cambiare il proprio standard interno di misurazione) o “riconcettualizzazione” (ridefinire il costrutto stesso) durante la terapia.
Non È Tutto Oro Quello che Luccica: I Limiti dello Studio
Ovviamente, come in ogni ricerca, ci sono dei limiti da considerare. Primo, il nostro campione includeva solo uomini che erano già entrati nel sistema dei servizi di salute mentale. Sarebbe importante testare l’invarianza anche in uomini provenienti da altri contesti, come il sistema giudiziario, dove si sospetta una maggiore prevalenza di DBP maschile. Inoltre, non abbiamo incluso pazienti con recenti tentativi di suicidio o abuso di sostanze attivo. E non dimentichiamo che gli uomini con DBP hanno più probabilità di avere anche diagnosi di disturbo antisociale o narcisistico di personalità (anche se nel nostro campione le percentuali erano basse, rispettivamente 0.5% e 8.8%).
Secondo, non abbiamo distinto tra identità di genere e sesso biologico al momento del ricovero, né abbiamo raccolto informazioni sull’orientamento sessuale. Quest’ultimo punto è rilevante perché studi con case vignettes hanno mostrato che i terapeuti erano più propensi a diagnosticare il DBP in uomini percepiti come omosessuali o bisessuali. Un bel pasticcio, se ci pensate.
Terzo, ci siamo basati solo sui dati self-report dei pazienti, senza una valutazione esterna. Avere anche il parere di esperti o interviste strutturate avrebbe permesso di confrontare meglio i sintomi.
Infine, anche se non abbiamo trovato varianza nel tempo per BSL-23 e IES-27, sarebbe utile testare questi strumenti in campioni clinici dove il DBP viene diagnosticato e trattato per la prima volta, per vedere se i risultati tengono.

Cosa Portiamo a Casa?
Nonostante i limiti, i risultati di questo studio sono una ventata di aria fresca! Suggeriscono che il BSL-23 e l’IES-27 misurano i sintomi del DBP in modo simile negli uomini e nelle donne, e lo fanno altrettanto bene prima e dopo un trattamento. Questo è importantissimo per noi clinici, perché significa che possiamo usare questi strumenti per valutare i sintomi borderline in entrambi i sessi e per confrontare i risultati pre e post terapia con maggiore serenità. E per i ricercatori, apre la strada a studi sull’efficacia dei trattamenti che possono confrontare i dati con più affidabilità.
Certo, la ricerca non si ferma qui. Sarà fondamentale continuare a indagare l’invarianza di misurazione di questi e altri strumenti in campioni più diversificati, magari con una percentuale maggiore di uomini e con comorbidità differenti. Ma per ora, possiamo dire che abbiamo due frecce in più al nostro arco per comprendere e aiutare meglio chi soffre di disturbo borderline, indipendentemente dal genere. E questa, amici miei, è sempre una gran bella notizia!
Fonte: Springer
