Università e Intelligenza Artificiale Generativa: Come Difendiamo l’Autenticità del Pensiero?
Ragazzi, parliamoci chiaro. Viviamo in un’epoca pazzesca, dove la tecnologia corre più veloce dei nostri pensieri. L’intelligenza artificiale generativa (GenAI), quella roba tipo ChatGPT per intenderci, è entrata prepotentemente nelle nostre vite e, ovviamente, anche nelle aule universitarie. E qui sorge un bel dilemma: come facciamo a garantire che il lavoro degli studenti sia davvero… loro? Come assicuriamo l’integrità accademica, quel valore sacro che dovrebbe stare alla base di ogni percorso di studi superiori?
Ve lo dico subito: c’è un bisogno urgente di ripensare come governiamo le nostre università per rispondere a questa sfida. Non è un problema da poco, perché tocca il cuore stesso del valore di una laurea.
La Sfida della Digitalizzazione e l’Ansia da GenAI
Da tempo le università si confrontano con la digitalizzazione. Da un lato, è fantastica: apre a nuove funzionalità, efficienza, trasparenza. Dall’altro, c’è sempre stata la paura che potesse “appiattire” il lavoro, ridurre l’interazione umana e, sì, aumentare le violazioni dell’integrità accademica. Plagi, compiti copiati… roba vecchia, direte voi. Ma con la GenAI, il gioco si è fatto molto più complesso.
Il punto è che, mentre si è investito tanto in marketing e tecnologia, forse si è dedicata meno energia a rafforzare la governance accademica, cioè quell’insieme di regole, strutture e processi che dovrebbero garantire la qualità e l’onestà del percorso formativo. La mia ricerca, condotta in diversi paesi, mette in luce proprio questo: le strutture attuali faticano a gestire le minacce all’integrità portate dalla GenAI, specialmente quando si tratta di verificare l’autenticità delle valutazioni degli studenti. E la valutazione, ammettiamolo, è la base di tutto.
Lavorare su integrità e governance è delicato. Si toccano questioni etiche, legali, spesso poco chiare. E poi c’è la reputazione: nessun ateneo vuole finire sui giornali per scandali legati a studenti che imbrogliano. A volte, la fissazione per la ricerca e i ranking internazionali distoglie risorse e attenzione da quella che dovrebbe essere una priorità: assicurare che chi esce dall’università con un titolo se lo sia davvero meritato. Non esiste ancora una vera e propria “economia dell’integrità” nel mondo accademico, ma è ora di iniziare a costruirla.
Capire la Governance Accademica (e Perché è Speciale)
Ma cos’è esattamente la governance accademica? In parole povere, è il sistema con cui un’università si controlla, opera e rende conto del proprio operato. Ci sono statuti, policy, comitati, piani… un sacco di roba formale. Di solito, c’è un consiglio di amministrazione che supervisiona, assicurando che ci siano linee chiare di responsabilità.
Però l’università non è un’azienda come le altre. Il sapere, la conoscenza, hanno dinamiche particolari. Chi ha l’autorità di decidere cosa è “buona qualità” in una certa disciplina se non gli esperti di quella disciplina? Questo crea configurazioni uniche. Spesso chi è soggetto alle regole (professori, ricercatori) contribuisce anche a scriverle e applicarle. E poi ci sono gli studenti: l’educazione è un’attività co-prodotta, non un prodotto che si compra. Questo rende le divisioni di responsabilità meno nette e giustifica l’idea di una sorta di “democrazia accademica”.

Nonostante queste complessità, governare l’integrità accademica resta fondamentale. Parliamo di principi come onestà, correttezza, responsabilità, fiducia e rispetto. L’integrità accademica significa agire secondo questi principi. La cattiva condotta accademica (academic misconduct) è la sua violazione. E le minacce sono tante e in continua evoluzione: dal plagio classico al “contract cheating” (pagare qualcuno per fare il lavoro), dall’imbrogliare agli esami all’uso improprio dell’AI, fino a impersonificazione, corruzione e coercizione.
Il Cuore del Problema: L’Integrità della Valutazione
L’integrità tocca ogni aspetto della vita universitaria, dall’ammissione all’orientamento, dal curriculum alla didattica. Ma la valutazione è il punto nevralgico. È attraverso esami, tesi, progetti che si misura l’apprendimento, si ammettono gli studenti, li si fa progredire e, alla fine, si conferisce un titolo. Le vite degli studenti e delle loro famiglie ruotano attorno ai risultati delle valutazioni. I datori di lavoro li usano per selezionare personale. I governi ci contano per formare professionisti.
Eppure, l’integrità della valutazione è sempre più sotto pressione. La pandemia, con la didattica a distanza, ha aumentato le distanze fisiche e sociali, e pare abbia spinto verso un aumento delle cattive condotte. Gli studenti sembrano più “strumentali”, forse schiacciati da sistemi di massa, mercati del lavoro instabili, contesti geopolitici tesi. In tutto questo, la riforma della valutazione è stata spesso lenta, frammentata, lasciata ai singoli docenti o dipartimenti, con poco input dalla governance centrale.
E poi è arrivata la GenAI. Come un fulmine a ciel sereno. Certo, l’AI esiste da decenni, ma la GenAI è stata dirompente. Offre potenzialità enormi per l’apprendimento, se usata con intelligenza. Ma è fin troppo facile usarla per “fare i compiti” senza metterci testa, bypassando proprio quel processo di pensiero critico che l’università dovrebbe coltivare.
Cosa Ci Serve per Affrontare la Tempesta? Nuove Informazioni
Quindi, la domanda è: come possiamo rafforzare la governance accademica per proteggere l’integrità della valutazione nell’era della GenAI? La mia ricerca si è concentrata su due aspetti. Primo: di quali nuove informazioni avrebbero bisogno i responsabili della governance per fare meglio il loro lavoro? Le università sono piene di dati, ma servono quelli giusti.
Dal 2021 abbiamo lavorato per sviluppare un set di indicatori sull’integrità della valutazione a livello di governance. È stato un percorso lungo, fatto di:
- Analisi approfondita della letteratura scientifica degli ultimi dieci anni.
- Studio di casi concreti in diverse università (in Australia, per esempio) per capire le pratiche reali, i punti deboli, le esigenze.
- Sviluppo di un framework con 8 dimensioni chiave dell’integrità della valutazione (dalla progettazione delle prove alla gestione dei dati, dalla formazione all’innovazione) e 130 item specifici.
- Confronto con esperti internazionali (accademici, rettori, specialisti di valutazione) per validare l’approccio e raccogliere feedback.
- Analisi quantitative preliminari per testare la metrica e vedere come si posizionano diverse istituzioni.
Il risultato è uno strumento che può fornire ai comitati di governance una fotografia chiara di dove l’istituzione è forte e dove invece è vulnerabile rispetto alle minacce attuali. Avere dati raccolti in modo sistematico, magari a livello di dipartimento o corso di laurea, permetterebbe di intervenire in modo mirato.

Non Solo Dati: Riformare Strutture, Persone e Tecnologie
Ma i dati da soli non bastano. Servono riforme concrete alla governance. Dobbiamo mettere le università un passo avanti rispetto a chi vende servizi illeciti o a chi usa la tecnologia in modo scorretto. Cosa significa in pratica?
- Aggiornare le architetture di governance: Serve una visione chiara a livello di ateneo. Le policy vanno riviste, così come le procedure. Forse servono nuovi comitati o gruppi di lavoro con competenze specifiche su integrità e cybersecurity. La governance della tecnologia non è più un optional, è parte integrante del core business.
- Investire sulle persone: Bisogna formare chi ha ruoli di governance, ma anche docenti e studenti. Tutti devono capire le responsabilità, i processi, i rischi e le opportunità della GenAI. Lavorare con le associazioni professionali è cruciale per assicurare che i laureati abbiano le competenze richieste.
- Rivedere le operazioni: La riforma della valutazione è imprescindibile e deve essere continua. Bisogna valutare i rischi a livello di corso e di modalità di erogazione. Serve coltivare una cultura dell’integrità e dell’alfabetizzazione tecnologica. Un’idea interessante viene dalla cybersecurity: il “red teaming”, cioè simulare attacchi (in questo caso, tentativi di aggirare l’integrità della valutazione) per scoprire le vulnerabilità del sistema.
Alcune università si stanno già muovendo in questa direzione, sviluppando framework specifici, gruppi di lavoro dedicati, progetti di trasformazione infrastrutturale, come evidenziato da agenzie come TEQSA in Australia o QAA nel Regno Unito.
Guardare Oltre i Confini: Pressione Esterna e Collaborazione
Difficilmente le singole università possono farcela da sole. Le sfide sono globali. La trasparenza limitata sulla cattiva condotta accademica rende tutto più difficile. Ecco perché il benchmarking (confrontarsi con gli altri), la collaborazione e la pressione esterna da parte delle agenzie di qualità e regolamentazione sono essenziali.
Sta nascendo una consapevolezza globale. Network come il Global Academic Integrity Network (GAIN) cercano di unire le forze. Agenzie nazionali stanno producendo linee guida e stimolando il dibattito. È fondamentale creare dialogo e far emergere le buone pratiche. L’obiettivo finale? Forse, come suggerito da alcuni studi, creare una “economia della reputazione” basata sull’etica accademica, non solo sui ranking di ricerca.

In Conclusione: Una Sfida Continua
Insomma, la GenAI ci ha messo di fronte a una realtà ineludibile: la governance accademica deve evolversi, e in fretta. L’integrità della valutazione è la chiave per garantire l’autenticità del pensiero critico e il valore dei nostri titoli di studio. Abbiamo bisogno di nuove informazioni, come gli indicatori che stiamo sviluppando, e di riforme coraggiose nelle strutture interne ed esterne.
Riformare l’istruzione superiore è sempre difficile. Ma le minacce sono reali e la posta in gioco è altissima. Serve un impegno collettivo, trasparenza, collaborazione internazionale e, perché no, un po’ di sana competizione basata sull’etica. Il lavoro è appena iniziato, la conversazione è aperta e urgente. Dobbiamo essere pronti a rispondere, attrezzati e capaci di navigare questa nuova era digitale senza perdere la bussola dell’integrità.
Fonte: Springer
