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Reni Sotto Stress: L’Insufficienza Renale Acuta negli Ospedali Italiani – Lo Studio SIN-AKI Svela la Realtà

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un nemico silenzioso ma incredibilmente diffuso nei nostri ospedali: l’Insufficienza Renale Acuta, o AKI (dall’inglese Acute Kidney Injury). Magari non ne avete sentito parlare spesso, ma credetemi, è una condizione che ha un impatto enorme sulla salute dei pazienti, sulla durata delle loro degenze e, purtroppo, anche sulla mortalità. E i costi per il sistema sanitario? Alle stelle.

Recentemente, come parte di un gruppo di ricerca supportato dalla Società Italiana di Nefrologia (SIN), abbiamo voluto vederci chiaro. Ci siamo immersi nei dati reali degli ospedali italiani per capire quanto sia davvero frequente l’AKI e quali siano le sue reali conseguenze. È nato così lo studio SIN-AKI, un’analisi retrospettiva che ha coinvolto due grandi ospedali universitari italiani, il Policlinico San Martino di Genova e l’Azienda Ospedaliera Universitaria Maggiore della Carità di Novara.

Cosa abbiamo fatto? Un tuffo nei dati reali

Abbiamo analizzato i dati di ben 87.087 pazienti ricoverati tra il 2016 e il 2019. L’obiettivo era semplice ma cruciale: fotografare la situazione dell’AKI nella “vita reale” dei nostri ospedali. Abbiamo escluso i pazienti che già soffrivano di una malattia renale cronica (CKD) molto avanzata (stadi 4-5), per concentrarci sui nuovi casi o su quelli che si sviluppavano su una malattia renale preesistente più lieve.

Come abbiamo identificato l’AKI? Seguendo i criteri internazionali KDIGO, basandoci sulle variazioni della creatinina sierica (sCr), un indicatore chiave della funzionalità renale. In pratica, un aumento significativo e rapido della creatinina durante il ricovero segnala che i reni sono entrati in sofferenza acuta. Abbiamo anche distinto tra AKI “de novo” (in pazienti senza problemi renali noti prima del ricovero) e AKI su CKD (in pazienti che avevano già una funzione renale ridotta).

I risultati? Sorprendenti e preoccupanti

Tenetevi forte: quasi 18.000 pazienti, ovvero il 20.6% del totale (più di uno su cinque!), hanno sviluppato un episodio di AKI durante il ricovero. Un numero davvero impressionante.

Chi sono questi pazienti? Tendenzialmente sono più anziani e presentano un carico maggiore di comorbidità, ovvero altre malattie croniche come:

  • Diabete (11.2% nei pazienti AKI vs 9.3% nei non-AKI)
  • Scompenso cardiaco (14.7% vs 7.4%)
  • Malattia renale cronica preesistente (forme lievi) (9% vs 6.1%)
  • Sepsi (un’infezione grave generalizzata) (10.7% vs 2.1%)

La differenza è netta e statisticamente significativa.

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L’impatto clinico è stato pesante. I pazienti con AKI hanno mostrato una mortalità intra-ospedaliera significativamente più alta: il 17.7% contro il 4.3% dei pazienti senza AKI. Un rischio quasi quadruplicato! L’analisi statistica ha confermato che l’AKI è un fattore di rischio indipendente per la mortalità (Hazard Ratio 1.23), anche tenendo conto di altri fattori come età e comorbidità.

Non solo. L’AKI si associava a:

  • Ricoveri ospedalieri più lunghi (LOS – Length Of Stay).
  • Una maggiore probabilità di finire in Terapia Intensiva (ICU).
  • Una maggiore necessità di “dimissioni protette”, cioè trasferimenti in strutture di riabilitazione o assistenza continua, invece di tornare direttamente a casa.

La gravità conta: non tutte le AKI sono uguali

Abbiamo classificato l’AKI secondo gli stadi KDIGO (1, 2 e 3, dal meno al più grave). Circa il 60% dei casi era di stadio 1 (il più lieve), ma quasi il 40% rientrava negli stadi 2 e 3, quelli più severi. E indovinate un po’? La gravità conta, eccome.

Più alto era lo stadio dell’AKI, maggiore era il rischio di:

  • Mortalità (aumentava progressivamente dallo stadio 1 al 3).
  • Ricovero in Terapia Intensiva.
  • Degenza ospedaliera prolungata.
  • Peggiori condizioni renali alla dimissione.

Interessante notare che l’incidenza di AKI aumentava con l’età, probabilmente per la ridotta “riserva funzionale” dei reni negli anziani. Inoltre, mentre negli stadi 1 e 2 prevalevano comorbidità come diabete e malattie cardiache, nello stadio 3 era più frequente la sepsi e una preesistente malattia renale cronica. L’AKI di stadio 3 era anche molto più comune nei pazienti ricoverati in Terapia Intensiva (quasi la metà dei pazienti in ICU sviluppava AKI!).

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AKI “de novo” vs. AKI su Reni già Fragili (CKD)

Per circa il 40% dei pazienti avevamo dati sulla funzione renale prima del ricovero. Questo ci ha permesso di confrontare chi sviluppava AKI “dal nulla” (de novo AKI) e chi invece aveva già una malattia renale cronica (lieve, ricordiamolo) prima dell’episodio acuto (AKI on CKD).

I risultati confermano che avere già una CKD, anche lieve, è un fattore di rischio importante. I pazienti con AKI su CKD erano più anziani, più spesso maschi, con più diabete e scompenso cardiaco. Hanno sviluppato forme di AKI più gravi durante il ricovero e hanno avuto una mortalità intra-ospedaliera più alta rispetto a chi partiva con reni sani. Un chiaro segnale che anche una lieve compromissione renale preesistente rende i reni più vulnerabili.

E dopo l’episodio acuto? Recupero o danno persistente?

Una domanda fondamentale è: cosa succede ai reni dopo un episodio di AKI? Abbiamo analizzato i pazienti sopravvissuti al ricovero. La buona notizia è che la maggioranza (circa l’82%) ha mostrato un recupero della funzione renale alla dimissione.

Tuttavia, una quota non trascurabile, il 17.6%, presentava ancora criteri diagnostici per AKI al momento della dimissione. Questi pazienti avevano un’AKI persistente. Chi erano? Curiosamente, erano leggermente più giovani, ma avevano avuto episodi di AKI più gravi (stadi 2-3) durante il ricovero, erano stati più spesso in Terapia Intensiva, avevano avuto degenze più lunghe e necessitavano più frequentemente di dimissioni protette.

Questo dato è cruciale: l’AKI non è solo un problema acuto durante il ricovero. Per quasi un paziente su cinque, lascia uno strascico, un danno renale che persiste e che, sappiamo da altri studi, aumenta significativamente il rischio di sviluppare una Malattia Renale Cronica (CKD) in futuro o di peggiorare una CKD preesistente. L’AKI può agire come un “acceleratore” dell’invecchiamento renale.

Primo piano di una provetta di sangue e una di urina tenute in mano da un tecnico di laboratorio con guanti blu, su uno sfondo di laboratorio sfocato, macro lens 85mm, high detail, precise focusing, controlled lighting, focus sulle provette.

Cosa ci insegna lo studio SIN-AKI?

Questo studio, basato su dati reali italiani, ci lancia un messaggio forte e chiaro:

  1. L’AKI è estremamente comune nei nostri ospedali, colpendo 1 paziente su 5.
  2. Ha conseguenze gravi: aumenta mortalità, durata dei ricoveri e necessità di cure intensive.
  3. La gravità dell’AKI è direttamente correlata a esiti peggiori.
  4. Anche una lieve CKD preesistente aumenta il rischio e la gravità dell’AKI.
  5. Una quota significativa di pazienti non recupera completamente e lascia l’ospedale con un danno renale persistente, diventando a rischio di CKD futura.

Non possiamo più sottovalutare questo problema. Serve maggiore consapevolezza tra i medici di tutte le specialità, non solo i nefrologi. Dobbiamo implementare strategie per riconoscere precocemente l’AKI (usando i criteri KDIGO in modo sistematico) e gestirla al meglio.

Verso il futuro: Follow-up e Ricerca

Identificare i pazienti con AKI, specialmente quelli con forme gravi o persistenti, è solo il primo passo. Questi pazienti ad alto rischio necessitano di un follow-up nefrologico specialistico dopo la dimissione. Dobbiamo creare percorsi dedicati, magari integrando telemedicina e strumenti digitali, per monitorare la loro funzione renale nel tempo e intervenire precocemente per rallentare o prevenire la progressione verso la CKD.

La ricerca deve continuare. Servono biomarcatori più precoci e specifici dell’AKI e del rischio di progressione a CKD. Capire meglio i meccanismi che legano AKI e CKD ci aiuterà a sviluppare terapie mirate. Creare biobanche con campioni di sangue e urine dei pazienti AKI è un passo fondamentale in questa direzione.

Lo studio SIN-AKI ci ha dato una fotografia realistica e un po’ allarmante della situazione italiana. Ora sta a noi, clinici, ricercatori e decisori politici, usare queste informazioni per migliorare la cura dei nostri pazienti e proteggere la salute dei loro reni, oggi e domani.

Fonte: Springer

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