Ritratto di uno studente di medicina senior con camice bianco e stetoscopio, espressione pensierosa ma determinata, in un corridoio d'ospedale leggermente sfocato sullo sfondo. Prime lens, 50mm, depth of field, film noir style, black and white film.

Studenti di Medicina Sotto Tiro: Infortuni e Infezioni in Corsia, Parliamone!

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che, lo ammetto, mi tocca da vicino e che spesso passa un po’ in sordina: la sicurezza dei nostri futuri medici, gli studenti di medicina all’ultimo anno, quelli che chiamiamo “interni”. Immaginateveli, carichi di entusiasmo e di nozioni teoriche, pronti a tuffarsi nel mondo reale della pratica clinica. Un mondo affascinante, certo, ma anche pieno di insidie. Ho messo le mani su uno studio retrospettivo di 5 anni, pubblicato su Springer, che ha analizzato proprio la frequenza e le caratteristiche degli infortuni e delle infezioni professionali tra questi giovani eroi in camice bianco. E, ve lo dico subito, i risultati fanno riflettere parecchio.

Ma di cosa parliamo esattamente? I rischi del mestiere

Lavorare in ospedale, si sa, non è una passeggiata. E per gli operatori sanitari, inclusi i nostri studenti, i pericoli sono dietro ogni angolo. Non parlo solo del rischio di pungersi con un ago infetto (le famigerate needlestick injuries o NSI), che è già un incubo di per sé per la possibile trasmissione di malattie come Epatite B, Epatite C o HIV. Ci sono anche:

  • Rischi biologici: oltre a quelli citati, pensiamo alla tubercolosi, al SARS, e a tutto ciò che può passare da un paziente all’altro o al personale.
  • Rischi fisici: cadute, rumore, radiazioni.
  • Problemi psicosociali: violenza, turni massacranti.
  • Rischi chimici: fumi anestetici, lattice (per chi è allergico).
  • Preoccupazioni ergonomiche: posture scorrette, movimenti ripetitivi, sollevamento di carichi pesanti.

Insomma, un vero campo minato! E gli studenti, soprattutto quelli all’ultimo anno che in Turchia (dove è stato condotto lo studio) iniziano le pratiche a contatto col paziente dal quarto anno, sono particolarmente vulnerabili. Perché? Beh, un po’ per la mancanza di esperienza pratica, un po’ per la fretta, a volte per un carico di lavoro eccessivo e, diciamocelo, anche per una conoscenza non ancora consolidata delle procedure di sicurezza in ogni singola situazione.

Gli studenti di medicina: eroi in formazione, ma a che prezzo?

Questi ragazzi, gli “intern doctor”, si trovano a dover eseguire procedure ad alto rischio: prelievi di sangue, inserimento di cateteri, suture, registrazioni ECG, medicazioni, assistenza nella rianimazione cardiopolmonare. Tutte cose fondamentali per imparare, ma che aumentano esponenzialmente la probabilità di farsi male. Studi precedenti riportavano tassi di punture d’ago tra studenti di medicina che variavano dal 13% al 59%! Mica bruscolini. E indovinate un po’ dove avvengono più spesso questi incidenti? Esatto, nei Pronto Soccorso, dove la pressione è alle stelle e le procedure invasive sono all’ordine del giorno.

Lo studio che ho analizzato ha esaminato i dati dal 1 gennaio 2019 al 31 dicembre 2023 presso l’Ospedale della Facoltà di Medicina dell’Università di Bursa Uludag. E i numeri parlano chiaro: su un totale di studenti che variava di anno in anno (da 362 nel 2019 a 281 nel 2023), ben 554 studenti senior hanno subito 666 infortuni. La frequenza degli infortuni è oscillata tra il 22,6% e un picco del 75,1% nel 2023! Impressionante, vero?

Un giovane studente di medicina, visibilmente stanco ma concentrato, mentre esegue una sutura in un pronto soccorso affollato. Luce fredda da sala operatoria, dettagli nitidi sullo strumentario medico. Prime lens, 35mm, depth of field, duotone blu e grigio.

La maggioranza degli infortunati (60,2%) erano studentesse, e il reparto più “pericoloso” si è confermato il Pronto Soccorso (65,8% degli infortuni). La parte del corpo più colpita? Mani e dita, ovviamente (86,2%).

La “finestra temporale”: un nemico invisibile

Una delle cose più subdole quando si parla di esposizione a patogeni trasmessi per via ematica è il cosiddetto “periodo finestra”. È quel lasso di tempo tra l’infezione e il momento in cui il virus diventa rilevabile dai test. Per l’Epatite B (HBsAg), può volerci da 4 a 10 settimane; per l’Epatite C (anti-HCV), da 8 a 11 settimane; e per l’HIV, i test anticorpali potrebbero non rilevare l’infezione per 3-12 settimane. Capite bene che fare un test subito dopo l’incidente e basta può dare un falso senso di sicurezza. Se l’infezione è avvenuta ma è ancora nel periodo finestra, il test risulterà negativo, ma la persona potrebbe essere contagiosa e, soprattutto, non ricevere le cure tempestive. Questo aspetto, purtroppo, è spesso sottovalutato.

E infatti, lo studio ha rivelato una cosa preoccupante: dei 554 studenti infortunati, solo il 20,4% ha presentato campioni di sangue di controllo dopo l’infortunio, rispettando i tempi necessari per superare il periodo finestra. Questo significa che quasi l’80% degli studenti esposti a un potenziale rischio non ha completato il protocollo di screening! Questo è un dato che mi fa davvero accapponare la pelle. Non solo per la salute dello studente, ma anche per il rischio di trasmissione inconsapevole.

L’impatto del COVID-19: un’analisi inaspettata

Lo studio ha anche analizzato l’impatto del periodo COVID-19 (definito dal 16 marzo 2020 al 31 marzo 2021). Sorprendentemente, o forse no, durante la pandemia il tasso di infortuni giornaliero tra gli studenti è stato significativamente più basso rispetto al periodo non-COVID (0,23 infortuni/giorno contro 0,40). Questo potrebbe essere dovuto al fatto che molte rotazioni cliniche non di emergenza sono diventate facoltative, riducendo l’esposizione complessiva. Tuttavia, è anche emerso che durante la pandemia, l’Unità di Salute e Sicurezza sul Lavoro si è concentrata principalmente sulla gestione delle operazioni legate al COVID-19, limitando potenzialmente la sua capacità di effettuare valutazioni di follow-up complete per gli infortuni professionali.

Cause e orari: quando e perché ci si fa male?

Ma perché avvengono questi infortuni? Secondo i rapporti di indagine sugli incidenti, la causa più comune riportata dagli stessi interni è stata “Disattenzione/fretta“. E non mi sorprende. Orari massacranti, poco sonno, personale a volte insufficiente, la pressione di dover fare bene e in fretta in reparti ad alta intensità… tutto contribuisce a creare un ambiente dove un comportamento impulsivo o una momentanea perdita di concentrazione possono costare cari. Lo studio ha anche notato una tendenza all’aumento degli infortuni nel corso della giornata, con un picco nel tardo pomeriggio/sera (39,3% tra le 16:00 e le 23:59), suggerendo un accumulo di fatica e una diminuzione dell’attenzione.

Primo piano di una provetta di sangue tenuta da una mano guantata in un laboratorio medico. Illuminazione controllata, alta definizione dei dettagli della provetta e del liquido. Macro lens, 90mm, precise focusing.

Interessante notare che, sebbene gli infortuni fossero complessivamente più alti durante i turni diurni, c’erano differenze tra i reparti: Medicina Interna vedeva più incidenti di giorno, mentre Chirurgia Generale ne registrava di più di notte. Quando i turni sono stati divisi in quattro segmenti temporali per analizzare i pattern di stanchezza, il periodo “Early Mid” (la seconda parte del turno mattutino o notturno) ha avuto l’incidenza più alta, sebbene non statisticamente significativa rispetto agli altri segmenti.

Immunità e follow-up: siamo protetti e consapevoli?

La buona notizia è che la maggior parte degli studenti (tra quelli con dati disponibili) aveva livelli protettivi di anticorpi anti-HBs, indicando una buona copertura vaccinale per l’Epatite B. Tuttavia, 20 studenti non avevano immunità anti-HBs, inclusi sei studenti non turchi, il che solleva la questione della verifica vaccinale completa indipendentemente dalla nazionalità. Tre studenti sono risultati positivi all’HBsAg (Epatite B), due all’anti-HCV (Epatite C) e uno ha avuto un test di screening reattivo per l’HIV, poi confermato negativo. Questi casi, seppur pochi, sottolineano l’importanza vitale dei test. E qui torniamo al tasto dolente: il follow-up. Nonostante il 91,6% degli infortuni abbia portato a un prelievo immediato, solo quel misero 20,4% ha fatto il secondo test di controllo. Questo, amici miei, è un campanello d’allarme enorme. La mancanza di consapevolezza sul periodo finestra o la semplice negligenza possono avere conseguenze serie.

C’è però un barlume di speranza: nel 2023, dopo un programma di formazione specifico sugli infortuni professionali somministrato a tutti i medici specializzandi all’inizio dell’anno accademico, la percentuale di interni che ha effettuato un esame del sangue di follow-up ha raggiunto il livello più alto in cinque anni (25,6%). Questo dimostra che la formazione mirata funziona e può migliorare l’aderenza ai protocolli post-esposizione.

Cosa possiamo fare? Formazione e prevenzione prima di tutto!

Questo studio, secondo me, ci sbatte in faccia una realtà che non possiamo ignorare. I nostri futuri medici sono a rischio, e noi abbiamo il dovere di proteggerli meglio. Come? Le conclusioni dello studio suggeriscono diverse strade:

  • Aumentare la frequenza e la qualità della formazione procedurale per gli studenti di medicina, includendo esercizi basati sulla simulazione per compiti come prelievi, suture e medicazioni.
  • Implementare tecniche di prevenzione degli infortuni, come il metodo “a una mano” per la gestione degli aghi, nella formazione pratica.
  • Esporre segnali di avvertimento ben visibili sui rischi di infortunio professionale nei reparti ad alto rischio.
  • Ricordare regolarmente agli operatori sanitari di segnalare tutti gli infortuni e di fornire campioni di sangue di follow-up entro il periodo finestra raccomandato.
  • Migliorare le condizioni di lavoro per gli interni e garantire un migliore supporto da parte della facoltà e dei medici specializzandi.

Personalmente, credo che creare una cultura della sicurezza, dove segnalare un incidente non sia visto come un fallimento ma come un’opportunità per imparare e migliorare, sia fondamentale. E poi, diciamocelo, un interno meno stressato e più riposato è un interno più attento e meno incline a commettere errori o a farsi male.

Un gruppo di studenti di medicina attenti durante una sessione di formazione pratica sulla sicurezza in ospedale, con un istruttore che dimostra una tecnica di utilizzo sicuro degli aghi. Ambiente di apprendimento luminoso e moderno. Zoom lens, 24-70mm, action tracking, high detail.

La strada per diventare medico è già abbastanza ardua senza dover aggiungere il peso di infortuni evitabili o la paura costante di infezioni. È ora di prendere sul serio la loro sicurezza, per il loro bene e, in ultima analisi, per il bene di tutti i pazienti che un giorno cureranno.

Fonte: Springer

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