Infarto e Infiammazione: Quando il Sangue Rivela il Rischio di Mortalità
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi affascina e preoccupa allo stesso tempo: il legame tra l’infarto miocardico acuto (IMA) e l’infiammazione. Sappiamo tutti che l’infarto è un’emergenza cardiaca gravissima, ma forse non tutti sanno che il nostro stesso corpo, nel tentativo di reagire, può peggiorare la situazione attraverso i processi infiammatori.
Pensateci: quando il cuore subisce un danno a causa dell’ischemia prolungata (cioè la mancanza di sangue e ossigeno), si scatena una risposta infiammatoria. Questa reazione, se da un lato è un meccanismo di difesa e riparazione, dall’altro può esacerbare il danno al tessuto cardiaco, comprometterne la funzione e persino influenzare la prognosi a breve e lungo termine. L’infiammazione è coinvolta persino nella formazione e rottura delle placche aterosclerotiche nelle coronarie, la causa principale dell’infarto.
Ecco perché da tempo ci si interroga su come misurare questa infiammazione e se certi “segnali” nel sangue possano aiutarci a capire chi rischia di più dopo un infarto.
La nostra indagine: cosa dicono i dati?
Recentemente, abbiamo condotto un’analisi approfondita (anche se retrospettiva, quindi guardando dati già raccolti) su un campione enorme: ben 2.784 pazienti ricoverati per infarto miocardico acuto, grazie ai dati del database MIMIC-IV (Medical Information Mart for Intensive Care-IV). L’obiettivo era chiaro: capire se alcuni marcatori infiammatori, facilmente misurabili con un semplice esame del sangue all’ammissione in ospedale, potessero essere associati alla mortalità, sia durante il ricovero che nei primi 30 e 90 giorni successivi.
Abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento diversi indicatori, alcuni forse un po’ tecnici ma importanti:
- RDW (Red blood cell Distribution Width): misura la variabilità delle dimensioni dei globuli rossi.
- NLR (Neutrophil-to-Lymphocyte Ratio): rapporto tra neutrofili e linfociti, due tipi di globuli bianchi.
- PLR (Platelet-to-Lymphocyte Ratio): rapporto tra piastrine e linfociti.
- MLR (Monocyte-to-Lymphocyte Ratio): rapporto tra monociti e linfociti.
- RPR (Red cell distribution width-to-Platelet Ratio): rapporto tra RDW e piastrine.
- SII (Systemic Immune-inflammation Index): un indice più complesso che combina neutrofili, piastrine e linfociti.
- SIRI (Systemic Inflammation Response Index): un altro indice composito basato su neutrofili, monociti e linfociti.
Abbiamo diviso i pazienti in due gruppi: quelli sopravvissuti al ricovero (2.364) e quelli deceduti in ospedale (420).
Le “spie” dell’infiammazione: cosa abbiamo scoperto?
I risultati sono stati piuttosto eloquenti. Analizzando i dati, è emerso che diversi di questi marcatori infiammatori erano significativamente più alti nei pazienti che purtroppo non ce l’hanno fatta durante il ricovero.
Ma non ci siamo fermati qui. Utilizzando modelli statistici sofisticati (regressione logistica e modelli di Cox, per i più tecnici), abbiamo cercato di capire se questi marcatori fossero indipendenti da altri fattori di rischio noti (come età, sesso, altre malattie, gravità clinica). E la risposta è stata sì!
In particolare, abbiamo visto che:
- Valori elevati di RDW, NLR, SII e SIRI (specificamente, quelli nel quartile più alto, Q4) erano associati a un rischio significativamente maggiore di mortalità ospedaliera. Ad esempio, chi aveva il SIRI più alto (Q4) aveva un rischio più che doppio (Odds Ratio 2.23) rispetto a chi lo aveva più basso (Q1).
- Valori elevati di NLR, SII e SIRI (sempre nel Q4) erano predittori indipendenti di mortalità a 30 giorni. Anche qui, il SIRI più alto comportava un rischio doppio (Hazard Ratio 2.01).
- Valori elevati di RDW, NLR, SII e SIRI (Q4) si confermavano fattori di rischio indipendenti anche per la mortalità a 90 giorni.
In generale, più alti erano i livelli di questi marcatori, maggiore era il rischio. Lo abbiamo visualizzato anche con delle curve (le Restricted Cubic Splines, RCS) che mostravano proprio questa tendenza all’aumento del pericolo con l’aumentare dell’infiammazione. Anche le curve di sopravvivenza di Kaplan-Meier hanno confermato che i pazienti con livelli più bassi di questi marcatori avevano tassi di sopravvivenza migliori nei 90 giorni successivi all’infarto.

Un nuovo marcatore combinato e il confronto con altri studi
Abbiamo anche provato a combinare tutti questi indicatori infiammatori per creare un nuovo marcatore composito. Ebbene, questo nuovo indice ha mostrato la capacità predittiva migliore per la mortalità ospedaliera (con un’Area Under the Curve, AUC, di 0.720), superando le performance dei singoli marcatori presi isolatamente (ad eccezione del PLR, che nel nostro studio non è risultato significativamente predittivo da solo per la mortalità ospedaliera).
Questi risultati sono in linea con molte ricerche precedenti. L’RDW, ad esempio, tradizionalmente usato per l’anemia, è stato collegato a esiti avversi in varie malattie cardiovascolari. L’NLR è un indicatore ormai noto del ruolo dannoso che i neutrofili possono avere nel rimodellamento ventricolare post-infarto. Anche SII e SIRI, indici più recenti, si stanno affermando come potenti indicatori prognostici, riflettendo lo stato immunitario e infiammatorio sistemico del paziente.
È interessante notare che abbiamo fatto anche delle analisi di sensibilità, ad esempio escludendo pazienti con sepsi, malattie autoimmuni, tumori o malattie renali (condizioni che possono influenzare pesantemente l’infiammazione e la mortalità), e i risultati principali sono rimasti sostanzialmente validi. Questo rafforza l’idea che l’associazione tra questi marcatori e la mortalità sia specifica per il contesto dell’infarto.
Perché è importante? Implicazioni cliniche e limiti
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo? Che l’infiammazione gioca davvero un ruolo chiave nella prognosi dei pazienti con infarto miocardico acuto. Monitorare questi marcatori infiammatori, che derivano da un semplice e poco costoso esame del sangue di routine, potrebbe aiutarci a identificare più precocemente i pazienti a maggior rischio di mortalità a breve termine. Questo aprirebbe la strada a interventi più mirati e tempestivi per cercare di migliorare la loro prognosi.
Si parla anche del ruolo dell’infiammazione nel favorire le aritmie post-infarto, un’altra causa importante di mortalità. E non dimentichiamo altri attori come la lipoproteina(a) [Lp(a)], anch’essa legata all’infiammazione e al rischio cardiovascolare. La ricerca futura dovrà sicuramente esplorare come intervenire su queste vie infiammatorie per ridurre gli eventi avversi.

Certo, il nostro studio ha delle limitazioni. Essendo retrospettivo, si basa su dati preesistenti e non può stabilire un rapporto di causa-effetto diretto. Potrebbero esserci fattori confondenti non misurati, e non abbiamo potuto analizzare separatamente i sottotipi di infarto (STEMI e NSTEMI) o includere dati importanti come la funzione ventricolare sinistra o la presenza di shock cardiogeno, a causa dei limiti del database. Inoltre, non abbiamo confrontato il nostro nuovo marcatore con score clinici validati come GRACE o TIMI. Serviranno studi prospettici futuri per confermare questi risultati e valutare l’utilità clinica di questi marcatori in modo più robusto.
In conclusione
Nonostante i limiti, il messaggio è forte e chiaro: marcatori infiammatori come RDW, NLR, SII e SIRI sono associati in modo indipendente alla mortalità ospedaliera e a breve termine nei pazienti con infarto miocardico acuto. Livelli elevati di questi indicatori segnalano un maggior rischio e sottolineano l’importanza cruciale dell’infiammazione nella prognosi dell’IMA. Tenerli d’occhio potrebbe diventare uno strumento prezioso per migliorare la stratificazione del rischio e la gestione di questi pazienti.
Fonte: Springer
