Immagine simbolica della salute cardiovascolare: un cuore stilizzato rosso brillante fatto di nastro metrico flessibile, posato su uno sfondo bianco pulito e minimalista, illuminazione da studio morbida e uniforme, obiettivo macro 100mm, alta definizione, messa a fuoco nitida sul cuore di nastro.

Indice di Rotondità Corporea: La Tua Forma Rivela il Rischio Cardiovascolare?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero incuriosito leggendo una recente ricerca: la nostra salute cardiovascolare. Sappiamo tutti quanto sia fondamentale, vero? Le malattie cardiovascolari (CVD) sono, purtroppo, una delle principali cause di problemi di salute e mortalità nel mondo, e la situazione non è diversa qui da noi o in paesi come la Cina, dove l’invecchiamento della popolazione e stili di vita non proprio ottimali stanno facendo aumentare questi numeri.

Il Diabete: Un Fattore di Rischio Noto

Aggiungiamo a questo quadro il diabete, una condizione metabolica cronica che in Cina ha visto un’impennata pazzesca, passando da circa l’1% negli anni ’80 a oltre l’11% nel 2013. Pensate che nel 2020 si stimava che quasi il 30% degli anziani cinesi ne soffrisse! E qual è il legame con il cuore? Beh, stretto, purtroppo. Chi ha il diabete, specialmente il tipo 2, ha un rischio quasi doppio di mortalità cardiovascolare rispetto a chi non ce l’ha. Insomma, diabete e cuore non vanno molto d’accordo.

Oltre BMI e Girovita: Ecco il BRI

Quando pensiamo a come misurare il rischio legato al peso corporeo, ci vengono subito in mente l’Indice di Massa Corporea (BMI) o la circonferenza vita (WC). Strumenti utili, certo, ma forse non perfetti, specialmente quando si tratta di capire dove si accumula il grasso. Ed è qui che entra in gioco un nuovo protagonista: l’Indice di Rotondità Corporea, o BRI (Body Roundness Index).

Questo indice, relativamente nuovo, è stato pensato proprio per valutare meglio il grasso viscerale, quello più “subdolo” che si accumula attorno agli organi interni nell’addome. Diversi studi, anche su popolazioni cinesi, hanno suggerito che il BRI potrebbe essere addirittura più bravo di BMI e WC nel predire fattori di rischio cardiovascolare e persino il diabete stesso.

La Domanda Chiave: BRI, Diabete e Nuovi Eventi Cardiovascolari

Ma c’era una domanda ancora aperta che mi ha affascinato: come si comporta il BRI nel predire il rischio di nuovi eventi cardiovascolari (come infarti o ictus) in persone che partono senza questi problemi, distinguendo tra chi ha il diabete e chi no? E ancora: il BRI potrebbe essere l’anello mancante, il “mediatore”, che spiega come il diabete aumenta il rischio CVD?

Primo piano di un metro a nastro flessibile giallo appoggiato delicatamente sull'addome di una persona di mezza età in abiti casual, luce naturale morbida da una finestra laterale, profondità di campo ridotta per sfocare leggermente lo sfondo della stanza, obiettivo prime 50mm, alta definizione.

Lo Studio Cinese CHARLS: Cosa Abbiamo Scoperto?

Per rispondere a queste domande, i ricercatori hanno usato i dati del China Health and Retirement Longitudinal Study (CHARLS), uno studio enorme che ha seguito migliaia di persone in Cina per anni. Hanno analizzato i dati di oltre 6.700 adulti (dai 45 anni in su) seguiti tra il 2011 e il 2018, tutti senza malattie cardiovascolari all’inizio dello studio.

I risultati sono stati davvero interessanti! Ecco i punti salienti:

  • Incidenza CVD: Durante il periodo di follow-up, quasi il 22% dei partecipanti ha sviluppato una nuova malattia cardiovascolare. Non pochi!
  • Diabete e Rischio: Come previsto, chi aveva il diabete all’inizio dello studio ha mostrato un’incidenza cumulativa di CVD significativamente più alta rispetto a chi non lo aveva.
  • Il BRI nei Non Diabetici: Qui arriva il bello! Nelle persone senza diabete, è emersa una chiara associazione: più alto era il BRI, maggiore era il rischio di sviluppare una nuova CVD. E questa associazione era forte e consistente anche dopo aver tenuto conto di tanti altri fattori (età, sesso, fumo, pressione, colesterolo, ecc.). Addirittura, hanno trovato una relazione quasi lineare “dose-dipendente”: all’aumentare del BRI, il rischio saliva in modo proporzionale.
  • Il BRI nei Diabetici: La situazione era un po’ diversa per chi aveva già il diabete. Sebbene anche in questo gruppo un BRI più alto fosse associato a un rischio maggiore nel lungo periodo (dopo il terzo follow-up), la relazione non era così netta e lineare come nei non diabetici, specialmente nei primi anni. Probabilmente perché nel diabete entrano in gioco tanti altri fattori complessi (iperglicemia cronica, insulino-resistenza) che influenzano potentemente il rischio CVD.

Il BRI come “Ponte” tra Diabete e CVD

E l’idea del BRI come mediatore? Confermata! L’analisi di mediazione ha mostrato che una parte significativa dell’effetto del diabete sul rischio di nuova CVD avviene attraverso l’aumento del BRI. In pratica: il diabete favorisce l’accumulo di grasso addominale (misurato dal BRI), e questo aumento di “rotondità” contribuisce poi all’insorgenza di problemi cardiaci. Questo effetto di mediazione era particolarmente evidente nel lungo termine (dopo 4 anni).

Fotografia di un ricercatore scientifico di mezza età, concentrato, che osserva dati e grafici complessi su un monitor di computer in un ambiente di laboratorio moderno e luminoso, obiettivo 35mm, profondità di campo media, luce ambientale chiara.

Il Fumo: Un Fattore di Interazione (per i Non Diabetici)

Un altro dettaglio intrigante emerso dall’analisi dei sottogruppi: il fumo sembrava influenzare la capacità del BRI di predire il rischio CVD, ma solo nelle persone senza diabete. Nei non diabetici fumatori, il legame tra BRI e CVD era diverso rispetto ai non fumatori. Perché? L’ipotesi è che fumo e obesità addominale (rappresentata dal BRI) possano interagire in modo complesso, magari attraverso meccanismi infiammatori o alterazioni del metabolismo dei grassi, potenziando il rischio cardiovascolare in chi non ha il “fattore confondente” del diabete. Nei diabetici, invece, i potenti effetti negativi della malattia stessa potrebbero mascherare questa interazione specifica.

Cosa Ci Portiamo a Casa?

Allora, cosa significa tutto questo per noi? Beh, mi sembra chiaro che l’Indice di Rotondità Corporea (BRI) sia uno strumento potenzialmente molto utile, da tenere d’occhio. Non si tratta solo di quanto pesiamo (BMI), ma anche di come siamo fatti, della nostra “forma”.

Questo studio suggerisce che il BRI:

  • È un predittore significativo del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, specialmente nelle persone di mezza età e anziane senza diabete.
  • Mostra una relazione dose-risposta nei non diabetici: più “rotondi” siamo a livello addominale, maggiore è il rischio.
  • Agisce come mediatore tra diabete e CVD, spiegando in parte perché il diabete è così pericoloso per il cuore, soprattutto nel lungo periodo.
  • Può aiutarci nell’identificazione precoce di chi è a rischio, permettendo interventi preventivi mirati.

Certo, lo studio ha i suoi limiti (come la dipendenza dai dati auto-riferiti per la diagnosi di CVD, che può introdurre qualche imprecisione), ma i risultati sono robusti e basati su un campione molto ampio.

Insomma, la prossima volta che pensate alla vostra salute, magari considerate non solo la bilancia, ma anche la vostra forma. Quel grasso addominale, ben rappresentato dal BRI, potrebbe essere un campanello d’allarme importante per la salute del nostro cuore, anche se non abbiamo il diabete. Parlatene con il vostro medico!

Fonte: Springer

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