Indice Ecosistemi Imprenditoriali Africani: Bello da Vedere, Ma Funziona Davvero?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha fatto drizzare le antenne di recente: l’African Entrepreneurial Ecosystem Index (AEEI). Lanciato all’inizio del 2024 con grande fanfara – si parla di ministri africani, ricercatori, investitori – questo indice si propone come il primo nel suo genere per l’Africa, una sorta di pagella per misurare la “forza” dell’ecosistema imprenditoriale di un paese. Bello, no? In teoria, sì. Strumenti come questo potrebbero aiutarci a capire dove siamo forti e dove invece c’è da lavorare per spingere l’imprenditorialità, motore di crescita e innovazione.
Ma, come spesso accade quando si cerca di mettere numeri su concetti complessi, qualcosa non torna. Mi sono immerso nell’analisi di questo AEEI e, parliamoci chiaro, ho trovato parecchie crepe. Difetti concettuali, metodologici ed empirici che, a mio avviso, ne limitano parecchio l’utilità pratica. Anzi, un indice costruito male rischia di fare più danni che altro: può distrarre, ingannare e persino essere manipolato per sostenere politiche non proprio illuminate.
Cos’è l’AEEI e Come Funziona (in Teoria)
Prima di affondare il coltello nelle critiche, capiamo cos’è questo AEEI. È un indice composito, cioè un singolo numero che cerca di riassumere un fenomeno multidimensionale – in questo caso, l’ecosistema imprenditoriale. L’idea è che un punteggio sia più facile da capire rispetto a mille variabili sparse. L’AEEI si basa su sette “pilastri”:
- Governance
- Cultura
- Supporto
- Finanza
- Infrastrutture
- Accesso al mercato
- Capitale umano
Questi pilastri vengono misurati usando 20 indicatori diversi, presi per lo più da database come quelli della Banca Mondiale. Gli indicatori vengono normalizzati (portati su una scala da 0 a 1) e poi, semplicemente, sommati per dare il punteggio finale del pilastro. I punteggi dei sette pilastri vengono a loro volta sommati (senza pesi!) per ottenere il punteggio AEEI finale del paese, che va da 0 a 7. Più alto il punteggio, migliore l’ecosistema.
Secondo l’indice, i “top 5” in Africa (tra i 29 paesi per cui hanno trovato dati) sarebbero Mauritius, Sudafrica, Tunisia, Marocco e Capo Verde. In fondo alla classifica troviamo Zimbabwe, Uganda, Burkina Faso, Lesotho e Angola. L’utilità, sulla carta, sarebbe quella di permettere ai paesi di vedere dove sono carenti e concentrare lì gli sforzi. Ma è davvero così semplice? E soprattutto, questo indice è costruito bene? Purtroppo, temo di no.
I Difetti Concettuali: Un Castelli di Carte?
Il primo grosso problema è proprio alla base: il concetto stesso di “ecosistema imprenditoriale”. Non c’è una definizione unica e universalmente accettata. Manca una solida base teorica ed empirica. Diversi studi lo definiscono “sfuggente”, “sottosviluppato”, “sotto-teorizzato”. Addirittura, c’è chi parla di “moda passeggera” nella ricerca sull’imprenditorialità. Se il concetto di partenza è così fragile, come possiamo pensare di misurarlo con un singolo indice? La scelta dei pilastri e degli indicatori diventa inevitabilmente ad hoc, soggettiva. Non a caso, altri indici simili usano set di pilastri e indicatori completamente diversi (10 pilastri in un caso, addirittura 14 in un altro!). L’AEEI non motiva nemmeno le sue scelte specifiche rispetto ad altri approcci.
A questo si aggiunge la natura problematica degli indici compositi in generale. Come sottolineano diversi esperti, sono spesso criticati per la loro soggettività. Se costruiti male, possono mandare messaggi politici fuorvianti, portare a conclusioni semplicistiche e persino essere manipolati. Mettere insieme due concetti già di per sé “scivolosi” come gli ecosistemi imprenditoriali e gli indici compositi è un’impresa, diciamo, audace.
Ma c’è un difetto concettuale ancora più specifico e grave per l’AEEI: l’approccio teorico sottostante è fondamentalmente neoliberista. Si basa sull’idea che economie aperte, orientate al mercato, con poco intervento statale e istituzioni “giuste” (stato di diritto, diritti di proprietà) si sviluppino più velocemente. Questo approccio, però, ignora completamente il peso della storia, delle relazioni di potere e della geopolitica nello sviluppo africano. Parliamo di secoli di colonialismo, sfruttamento, schiavitù, regimi di estrazione imposti. Lo stesso concetto di “stato di diritto”, spesso usato come misura di buona governance, è stato criticato come eurocentrico e usato storicamente per giustificare lo sfruttamento.

L’eredità coloniale continua, con molti paesi africani marginalizzati e ancora sfruttati per le loro risorse. Pensiamo ai Programmi di Aggiustamento Strutturale (SAP) degli anni ’70-’80, che imposero il “Washington Consensus” (mercato, apertura, disciplina macroeconomica). Questo approccio ha fallito nel portare sviluppo in Africa. Al contrario, paesi asiatici che hanno seguito politiche eterodosse, con forte intervento statale (Corea del Sud, Cina), hanno avuto risultati ben migliori. Anche in Africa, i paesi con la maggiore industrializzazione (Mauritius, Sudafrica) hanno avuto periodi di forte guida statale.
L’idea che l’imprenditorialità sia il vincolo principale allo sviluppo nei paesi più poveri è discutibile. Spesso sono fattori geopolitici e agende politiche locali a tenere le economie africane intrappolate in catene del valore globali svantaggiose (pensiamo al Franco CFA o allo sfruttamento dell’uranio in Niger). Quindi, l’impianto concettuale dell’AEEI, ignorando questo contesto, rischia di essere non solo inadeguato, ma fuorviante. Le politiche che ne derivano potrebbero essere necessarie, forse, ma mai sufficienti.
I Difetti Metodologici: Numeri Che Non Tornano
Se i concetti sono traballanti, la metodologia non sta meglio. La cosa che salta subito all’occhio è la scarsissima correlazione tra i punteggi AEEI e i risultati reali che ci si aspetterebbe di vedere.
Prendiamo il tasso di imprenditorialità, misurato dall’ILO come la percentuale di lavoratori autonomi che creano posti di lavoro (quindi non solo chi lavora per conto proprio). Questo è il tipo di imprenditorialità che le politiche vorrebbero stimolare. Ebbene, il punteggio AEEI spiega solo il 3% della varianza di questo tasso tra i paesi del campione! Praticamente, non c’è legame.
Ancora peggio se guardiamo all’obiettivo finale: la crescita economica. Ho fatto un rapido controllo: c’è una correlazione negativa tra il punteggio AEEI e il tasso di crescita medio annuo del PIL pro capite nel periodo pre-COVID (2015-2019). I paesi “migliori” secondo l’AEEI sono cresciuti meno di paesi considerati “ritardatari” come Guinea, Etiopia, Burkina Faso. L’indice spiega praticamente zero della varianza nella crescita economica. Questo è un fallimento clamoroso per uno strumento che dovrebbe guidare politiche di sviluppo.

Oltre a questa irrilevanza empirica, l’AEEI inciampa su diverse sfide metodologiche classiche degli indici compositi:
- Accuratezza: Come visto, fallisce nel tracciare gli obiettivi reali.
- Solidità Metodologica: Manca una teoria chiara e soffre di debolezze empiriche.
- Comparabilità: Copre solo un sottoinsieme di paesi africani (bias di disponibilità) ed è solo una fotografia statica (cross-section), mentre l’imprenditorialità è dinamica. Non misura i processi, fondamentali negli ecosistemi.
- Trasparenza: Non giustifica scelte cruciali come l’assenza di pesi e l’uso della somma semplice invece di una media (magari geometrica, più robusta).
- Redondanza: L’indice è fortemente correlato con il PIL pro capite (quasi il 70% della varianza spiegata!). In pratica, non aggiunge molte informazioni rispetto a un indicatore già esistente. Soddisfa i criteri tecnici per essere definito “ridondante”.
- Aggregazione Compensatoria: Sommare semplicemente i pilastri implica che una debolezza in un’area (es. finanza) possa essere compensata da una forza in un’altra (es. infrastrutture). Ma è realistico pensare che più infrastrutture compensino la mancanza di accesso al credito per un imprenditore? È un’assunzione molto forte e discutibile.
- Correlazioni Interne: Non si analizzano le correlazioni tra i pilastri. Ho fatto un controllo: i pilastri “Finanza” e “Infrastrutture” sono altissimamente correlati con il punteggio finale (0.81 e 0.86). Questo suggerisce che gran parte della varianza potrebbe essere spiegata solo dalle differenze infrastrutturali, rendendo gli altri pilastri quasi superflui.
I Difetti Empirici: Un Indice Fragile
Arriviamo ai problemi empirici. Il primo, già accennato, è che si tratta di un indice “africano” solo parzialmente, coprendo 29 dei 54 paesi. Gli autori citano limiti di dati, ma non discutono alternative come imputazioni o variabili proxy. Questo limita la generalizzabilità.
Il secondo problema è la mancanza di robustezza. Un buon indice dovrebbe resistere a controlli di sensibilità: cosa succede se cambio leggermente il metodo di calcolo o aggiungo/tolgo un indicatore? L’AEEI non sembra essere stato sottoposto a questi test, e i miei rapidi controlli suggeriscono che sia molto fragile.
Ad esempio, se invece di sommare i pilastri calcoliamo una media geometrica (metodologicamente più solida), le classifiche cambiano. Se aggiungiamo un indicatore cruciale come la disuguaglianza di reddito (misurata dall’indice di Gini) – perché un ecosistema con enormi disuguaglianze può davvero essere considerato “buono” per tutti gli imprenditori? – le classifiche vengono stravolte. Il Sudafrica, classificato 2° nell’AEEI originale, crollerebbe al 12° posto se tenessimo conto della sua altissima disuguaglianza (eredità dell’Apartheid). Questo mostra come l’indice ignori eterogeneità nazionali cruciali e contesti storici. Solo pochissime posizioni (Mauritius 1°, Mali 18°, Gambia 20°, Zimbabwe 29°) rimangono stabili attraverso questi semplici test. Gli stessi autori, onestamente, avvertono: “Trattate i risultati con cautela”.
Infine, l’approccio cross-nazionale dell’AEEI si concentra troppo su istituzioni e organizzazioni esistenti, e meno su ciò di cui gli imprenditori hanno effettivamente bisogno sul campo. Assume una sorta di uniformità che non esiste, ignorando la natura “puntiforme” (spiky) dell’imprenditorialità, che si concentra in specifiche aree geografiche.
La Via da Seguire: Scendere sul Territorio
Cosa fare allora? Buttiamo via tutto? Forse non l’idea di misurare, ma sicuramente l’approccio attuale. Se proprio vogliamo costruire indici per gli ecosistemi imprenditoriali in Africa – nonostante le fondamenta concettuali deboli – dobbiamo cambiare livello. Dobbiamo scendere dal livello nazionale a quello sub-nazionale (regionale, cittadino).

L’imprenditorialità è un fenomeno locale, legato al contesto specifico di un luogo. È a livello di città o regione che le politiche hanno più senso. Un approccio sub-nazionale permette di:
- Essere più coerenti con l’idea che l’imprenditorialità dipende dal luogo.
- Focalizzarsi sui bisogni reali degli imprenditori in quel contesto specifico, invece che su indicatori macro nazionali spesso astratti.
- Catturare meglio le dinamiche e i processi di sviluppo delle risorse imprenditoriali (capitale umano, finanziario, know-how).
- Attingere alla ricca letteratura esistente sulla geografia economica, lo sviluppo regionale, l’imprenditorialità rurale, l’impatto dei conflitti, il ruolo del digitale – tutti aspetti trascurati dall’AEEI ma cruciali in Africa.
Ci sono già esempi di indici sub-nazionali (come il Santander Enterprise Index nel Regno Unito) e studi specifici in Africa che analizzano i driver dell’imprenditorialità a livello locale, rurale, internazionale (per le imprese esportatrici), in contesti fragili o legati all’economia digitale (andando oltre la semplice penetrazione di internet).
Il vero contributo che il team dell’AEEI e i suoi sponsor potrebbero dare sarebbe catalizzare la raccolta di dati affidabili a livello sub-nazionale, partendo da ciò che serve agli imprenditori locali, tenendo conto del contesto e della storia, senza imporre a priori framework teorici (come quello neoliberista) che si sono dimostrati inadeguati. E, ovviamente, seguendo le migliori pratiche nella costruzione di indici compositi.
In Conclusione: Un Dibattito Utile, Ma Serve un Cambio di Rotta
Insomma, l’African Entrepreneurial Ecosystem Index, pur partendo da buone intenzioni, soffre di troppi difetti concettuali, metodologici ed empirici per essere uno strumento affidabile per guidare le politiche. Rischia di dare una visione distorta e semplicistica di una realtà complessa.
Il suo merito, forse, è stato quello di accendere un dibattito critico su cosa significhi davvero “ecosistema imprenditoriale” in Africa e su come (e se) misurarlo. La lezione da trarre è che combinare concetti vaghi con metodologie statistiche non rigorose porta a risultati poco utili, se non dannosi.
Se vogliamo davvero capire e supportare l’imprenditorialità africana, dobbiamo abbandonare gli approcci top-down e cross-nazionali basati su framework importati, e adottare una prospettiva sub-nazionale, contestualizzata, basata sui bisogni reali degli imprenditori e costruita con rigore metodologico. C’è ancora molta strada da fare, ma credo sia l’unica via per ottenere strumenti che siano davvero utili allo sviluppo del continente.
Fonte: Springer
