Diabete: Un Nuovo Indice Rivoluziona la Prevenzione? Scopri il CTI!
Amici, il Diabete è una Sfida Globale (e l’Italia non fa eccezione!)
Parliamoci chiaro: il diabete è una di quelle gatte da pelare che sta diventando sempre più grossa a livello globale. Pensate che è la terza causa di morte per malattie non trasmissibili, subito dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. E la cosa che fa un po’ rabbrividire è che i numeri sono in continua crescita, sia per quanto riguarda i malati sia, purtroppo, per i decessi. Nel 2021, si parlava di 537 milioni di adulti con diabete nel mondo, e ben 6,7 milioni di morti correlate. La fregatura? Molti non sanno nemmeno di averlo!
Anche da noi, in Cina, con l’invecchiamento della popolazione, la crescita economica e l’urbanizzazione, il peso del diabete si fa sentire sempre di più. Studi recenti indicano che la prevalenza del diabete nel nostro Paese ha raggiunto il 12,8%, con una stima di 111,6 milioni di adulti diabetici nel 2019, che potrebbero diventare 639 milioni entro il 2045. Capite bene che l’impatto sulla salute fisica e mentale delle persone, sulla qualità della vita e, nei casi peggiori, sulla sopravvivenza, è enorme. Quindi, identificare e gestire i fattori di rischio del diabete è fondamentale per costruire una “Cina sana”, ma direi un “mondo sano”!
Finora, molte ricerche si sono concentrate sull’impatto dell’insulino-resistenza sul rischio di diabete, ma forse abbiamo un po’ trascurato un altro attore chiave: l’infiammazione. E se vi dicessi che un modello di previsione del rischio diabete che si basa solo sull’insulino-resistenza potrebbe non essere del tutto affidabile?
Ecco il CTI: Un Nuovo Alleato nella Lotta al Diabete?
Ed è qui che entra in gioco un nuovo protagonista, l’indice CTI (C-reactive protein-triglyceride glucose index). Lo so, il nome è un po’ uno scioglilingua, ma fidatevi, potrebbe essere una svolta. Questo indice è un tipo emergente di marcatore lipidico e infiammatorio che combina la proteina C-reattiva (CRP, un noto indicatore di infiammazione) con l’indice trigliceridi-glucosio (TyG index, che riflette l’insulino-resistenza). In pratica, ci dà una visione più completa, valutando sia la gravità dell’insulino-resistenza sia lo stato infiammatorio dell’organismo.
L’indice CTI non è proprio l’ultimo arrivato sulla scena scientifica. Ha già mostrato buone capacità predittive per l’ictus in persone ipertese, per la prognosi in pazienti con cachessia da cancro, per il rischio di disfunzione erettile, sintomi depressivi e mortalità per cancro nella popolazione generale. Insomma, un curriculum di tutto rispetto! Però, nessuno studio aveva ancora indagato la sua associazione con il rischio di sviluppare il diabete. Ed è qui che siamo entrati in gioco noi.
Il nostro obiettivo? Utilizzare i dati del China Health and Retirement Longitudinal Study (CHARLS) – uno studio longitudinale nazionale focalizzato sulla popolazione di mezza età e anziana in Cina – per capire se l’indice CTI può davvero aiutarci a predire il rischio di diabete in questa fascia d’età. Volevamo offrire una nuova prospettiva per la prevenzione, la cura e la gestione del diabete.
Cosa Abbiamo Fatto: Uno Sguardo Dietro le Quinte dello Studio
Abbiamo arruolato la bellezza di 6.728 partecipanti dallo studio CHARLS, tutti senza una storia di diabete all’inizio della ricerca (baseline). Questi partecipanti sono stati seguiti per un periodo di 9 anni. CHARLS è uno studio pazzesco, iniziato nel 2011, che coinvolge persone dai 45 anni in su, raccogliendo dati su aspetti economici, sociali e sanitari. Immaginate la mole di informazioni!
Per ogni partecipante, abbiamo raccolto dati demografici (età, sesso, stato civile), abitudini (fumo, alcol), malattie croniche diagnosticate e campioni di sangue venoso per analisi biochimiche, inclusi glucosio a digiuno (FBG), trigliceridi (TG) e proteina C-reattiva (CRP). Con questi dati, abbiamo calcolato l’indice CTI usando la formula: 0.412*Ln(CRP[mg/dl]) + Ln(TG[mg/dl]*FBG[mg/dl])/2.
La diagnosi di nuova insorgenza di diabete si basava sia su auto-dichiarazioni (“Le è stato diagnosticato il diabete da un medico?”) sia su test di laboratorio (FBG ≥ 126 mg/dl e/o emoglobina glicata HbA1c ≥ 6,5%).

Abbiamo usato tecniche statistiche piuttosto sofisticate, come la regressione LASSO per selezionare i predittori chiave, la regressione di Cox multivariata per valutare la relazione tra CTI e rischio di diabete, e le spline cubiche ristrette (RCS) per esplorare la natura di questa associazione. Non solo, abbiamo anche usato l’analisi dell’albero decisionale per identificare le persone ad alto rischio e confrontato la capacità predittiva del CTI con quella del TyG, della CRP e della combinazione CRP+TyG, calcolando anche l’IDI (integrated discrimination improvement) e l’NRI (net reclassification improvement).
I Risultati: L’Indice CTI Mantiene le Promesse!
Ebbene sì, i risultati sono stati davvero interessanti! Durante i 9 anni di follow-up, il 15,9% dei partecipanti ha sviluppato il diabete. Quando abbiamo diviso i partecipanti in quattro gruppi (quartili) in base al loro valore di CTI, abbiamo visto che l’incidenza del diabete aumentava progressivamente: 9,9% nel quartile più basso (Q1), 12,3% nel Q2, 18,1% nel Q3 e ben il 23,2% nel quartile più alto (Q4). Un segnale piuttosto chiaro, no?
L’analisi di regressione di Cox ha confermato questa tendenza. Dopo aver aggiustato per un sacco di potenziali fattori confondenti (età, sesso, stato civile, residenza, fumo, alcol, livello di istruzione, rapporto vita-altezza, ipertensione, dislipidemia e malattie cardiovascolari), abbiamo scoperto che per ogni aumento di 10 unità dell’indice CTI, il rischio di nuova insorgenza di diabete aumentava del 45%! E confrontando con il quartile più basso, quelli nel terzo quartile avevano un rischio aumentato del 59%, mentre quelli nel quarto quartile avevano un rischio addirittura del 92% più alto. Dati che fanno riflettere.
La curva RCS ha poi confermato una relazione lineare tra l’indice CTI e il rischio di diabete: più alto è il CTI, più alto è il rischio. Semplice e diretto. L’analisi dell’albero decisionale ha inoltre indicato che l’indice CTI è un indicatore chiave del rischio di diabete.
Ma la vera chicca, come dicevo, è che l’indice CTI si è dimostrato un predittore migliore rispetto al solo indice TyG. I valori di IDI e NRI hanno mostrato un miglioramento significativo nella capacità predittiva quando si usava il CTI. Questo suggerisce che considerare l’infiammazione (tramite la CRP) insieme all’insulino-resistenza (tramite il TyG) ci dà un quadro più accurato.
Perché Questo Studio è Importante (e Cosa Significa per Noi)?
Questo studio, amici miei, è il primo a esplorare l’associazione tra l’indice CTI e il rischio di sviluppare il diabete nella popolazione cinese di mezza età e anziana. E i risultati sono promettenti! Dimostrano che un aumento dei livelli di CTI è strettamente correlato al rischio di diabete e che questo indice potrebbe diventare un predittore unico e prezioso.
Considerando che sia l’insulino-resistenza sia l’infiammazione sono fattori di rischio indipendenti per il diabete e che interagiscono tra loro, ha perfettamente senso che un indice che li combina entrambi possa essere più efficace. L’infiammazione cronica può portare a insulino-resistenza e danneggiare le cellule pancreatiche, mentre nei diabetici, uno stato infiammatorio cronico di basso grado può peggiorare le complicanze.
Quindi, monitorare l’indice CTI potrebbe aiutarci a identificare precocemente le persone a rischio, permettendo interventi tempestivi. E quali potrebbero essere questi interventi? Beh, quelli che mirano a ridurre l’insulino-resistenza e l’infiammazione:
- Esercizio fisico moderato
- Modifiche dello stile di vita (alimentazione sana in primis!)
- Perdita di peso (se necessaria)
- Trattamenti farmacologici mirati, quando indicati dal medico

Il nostro studio fornisce nuove intuizioni per la previsione del rischio di diabete. Certo, il meccanismo specifico attraverso cui il CTI predice il rischio di diabete rimane ancora da chiarire completamente, così come l’interazione esatta tra CRP e TyG in questo contesto. Ma è un passo avanti importante.
Limiti dello Studio (Perché la Scienza è Onesta)
Come ogni ricerca che si rispetti, anche la nostra ha dei limiti. È importante esserne consapevoli:
- Lo studio ha coinvolto solo persone cinesi dai 45 anni in su, quindi i risultati potrebbero non essere generalizzabili ad altre popolazioni o fasce d’età.
- Alcuni indicatori correlati al diabete, come la storia familiare e l’uso di farmaci, non erano disponibili nei dati originali, il che potrebbe aver avuto un impatto.
- Il database CHARLS si basa in parte su auto-dichiarazioni, il che potrebbe introdurre bias di ricordo o di campionamento, nonostante il supporto di test di laboratorio.
- Essendo uno studio osservazionale, non possiamo stabilire una relazione di causa-effetto tra CTI e rischio di diabete, anche se abbiamo aggiustato per molti fattori.
- L’esclusione di alcuni partecipanti per dati mancanti potrebbe aver introdotto un certo grado di errore.
- Mancavano dati sui livelli di attività fisica, un fattore importante nello sviluppo del diabete.
- Infine, dato che i livelli di insulino-resistenza e infiammazione cambiano nel tempo, non abbiamo potuto determinare l’associazione tra la traiettoria dell’indice CTI e il rischio di diabete.
Nonostante queste limitazioni, crediamo che i nostri risultati siano robusti, anche grazie a una serie di analisi di sensibilità che abbiamo condotto.
In Conclusione: Un Nuovo Strumento nel Nostro Arsenale
Tirando le somme, il nostro studio ha scoperto che questo nuovo indice composito di insulino-resistenza e infiammazione, il CTI, ha un valore predittivo per il rischio di diabete superiore rispetto al solo indicatore di insulino-resistenza (l’indice TyG). C’è una relazione lineare: più alto è il CTI, maggiore è il rischio di ammalarsi di diabete.
Questa scoperta potrebbe fornire un riferimento utile per la diagnosi tempestiva, la prevenzione precoce, il trattamento ottimale e il rallentamento della progressione del diabete. Un piccolo passo per la ricerca, ma potenzialmente un grande aiuto per la salute di milioni di persone. E questo, per noi ricercatori, è ciò che conta davvero!

Fonte: Springer
