Tumore Vescicale pT1 Alto Grado: Perché un Secondo Intervento Può Cambiarti la Vita (Analisi di 43 Casi)
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento un po’ tecnico ma di fondamentale importanza per chi si trova ad affrontare una diagnosi di tumore vescicale pT1 ad alto grado. Sembra un codice fiscale, vero? In realtà, si tratta di una forma di tumore della vescica che si trova in una zona “limite”, un po’ come essere su un confine sottile tra un problema gestibile localmente e uno che richiede artiglieria pesante. E proprio perché è così delicato, ogni mossa deve essere calcolata con precisione chirurgica, è proprio il caso di dirlo!
Vi siete mai chiesti cosa succede dopo la prima rimozione di un tumore del genere? Si pensa: “Ok, tolto il dente, tolto il dolore”. Beh, non è sempre così semplice. Ed è qui che entra in gioco la cosiddetta “resezione di rivalutazione” o, come la chiamiamo in gergo, il “second look”. Un secondo intervento, a breve distanza dal primo, che ha lo scopo di andare a vedere se per caso è rimasto qualche “ospite indesiderato” o se la situazione è più seria di quanto sembrasse inizialmente.
Tumori Vescicali pT1: Un Nemico Insidioso al Confine
Partiamo dalle basi. I tumori della vescica si dividono grossolanamente in quelli che non infiltrano il muscolo vescicale (NIMBT) e quelli che lo fanno (MIBT). I tumori pT1 sono formalmente dei NIMBT, ma quelli ad alto grado sono particolarmente aggressivi, con un rischio di recidiva che può arrivare all’80% e di progressione (cioè di diventare infiltranti) fino al 60% se trattati solo con la resezione endoscopica iniziale. Capite bene che non stiamo parlando di bruscolini.
La prima resezione transuretrale del tumore vescicale (TURV) è il cardine per la diagnosi, il trattamento e la stadiazione. Ma, come in tutte le cose complesse, gli errori di valutazione possono capitare, specialmente con lesioni di alto grado. Si stima che in circa il 40% dei casi ci sia una sottostadiazione (il tumore è più grave di quanto rilevato) e in un 20% una sovrastadiazione.
Ecco perché le linee guida più recenti, come quelle del Comitato di Cancerologia dell’Associazione Francese di Urologia (CCFAU) 2022-2024, raccomandano una TURV di rivalutazione sistematica per tutti i tumori classificati pT1, da eseguire entro 2-6 settimane dalla prima. L’obiettivo? Ridurre il rischio di malattia residua e migliorare l’accuratezza della stadiazione. Nonostante ciò, c’è ancora chi si interroga sull’utilità di questa seconda procedura, specialmente se la prima resezione sembrava completa. Ed è qui che la nostra curiosità scientifica si è accesa!
La Nostra Indagine: 43 Casi Sotto la Lente d’Ingrandimento
Per capirci qualcosa di più, abbiamo condotto uno studio retrospettivo, andando a spulciare le cartelle cliniche di pazienti con tumore vescicale pT1 ad alto grado trattati tra il 2010 e il 2020. Abbiamo messo insieme i dati di 43 pazienti che rispondevano a criteri ben precisi: diagnosi di tumore pT1 ad alto grado, una prima resezione considerata completa e una seconda resezione eseguita entro un massimo di 12 settimane, prima di qualsiasi altra terapia adiuvante (come le instillazioni di BCG, per intenderci).
L’età media dei nostri pazienti era di circa 65 anni e, dato interessante ma non sorprendente, il 63% erano fumatori o ex fumatori. Il campanello d’allarme più comune? L’ematuria macroscopica (sangue visibile nelle urine) nell’86% dei casi. Solo 4 pazienti avevano una storia pregressa di tumori vescicali.
Ebbene, cosa abbiamo scoperto con questa “seconda occhiata”? Preparatevi, perché i numeri parlano chiaro.

Tumore Residuo: Una Sorpresa Amara ma Cruciale
Nel nostro studio, la seconda resezione ha rivelato la presenza di tumore residuo nel 72% dei pazienti. Sì, avete letto bene: quasi tre pazienti su quattro avevano ancora malattia nonostante la prima resezione fosse stata giudicata completa! Questo dato, da solo, fa capire l’importanza di non fermarsi al primo intervento.
Ma non è tutto. Abbiamo anche osservato una sottostadiazione iniziale nel 23% dei pazienti. Questo significa che in quasi un caso su quattro, il tumore era in realtà più avanzato (ad esempio, infiltrante il muscolo, quindi pT2 o superiore) di quanto si fosse diagnosticato con la prima resezione. E questo, capite bene, cambia radicalmente l’approccio terapeutico e la prognosi.
Fattori Predittivi: Quando Sospettare di Più
Ci siamo chiesti: ci sono dei fattori che possono farci sospettare con più forza la presenza di un tumore residuo? Ebbene sì. Nel nostro studio, due elementi sono emersi come predittivi:
- Un ritardo superiore alle 6 settimane tra la prima e la seconda resezione.
- La multifocalità del tumore iniziale (cioè la presenza di più focolai tumorali).
Questi due fattori erano significativamente associati alla probabilità di trovare un tumore residuo (p=0.009). Questo suggerisce che, sebbene la finestra ideale sia tra 2 e 6 settimane, aspettare troppo potrebbe non essere una buona idea, e che tumori sparsi in più punti della vescica sono intrinsecamente più difficili da eradicare completamente al primo colpo.
Altre ricerche hanno indicato che anche la dimensione del tumore (≥ 3 cm) può essere un fattore prognostico per recidiva e progressione, anche se nel nostro studio non è emerso come predittivo di tumore residuo. La multifocalità, invece, è un dato che torna spesso in letteratura, probabilmente per la difficoltà di resecare completamente e in profondità tutti i siti tumorali.
Impatto Terapeutico: Decisioni Più Consapevoli
La scoperta di un tumore residuo o di una sottostadiazione ha, ovviamente, un impatto diretto sulle decisioni terapeutiche. Dopo la seconda resezione, ben il 23% dei nostri pazienti ha subito un trattamento radicale, come la cistectomia (asportazione della vescica). Questa è una decisione importante, con ripercussioni significative sulla qualità della vita, ma che in certi casi è necessaria per dare al paziente le migliori chance di sopravvivenza.
La seconda resezione, quindi, non è solo diagnostica, ma squisitamente terapeutica: permette di eliminare un eventuale tumore residuo, migliorando la risposta a terapie successive come le instillazioni endovescicali di BCG, e aiuta a selezionare i pazienti che necessitano di un approccio più aggressivo e tempestivo come la cistectomia precoce, senza perdere tempo prezioso.
Prognosi: Il Peso del Tumore Residuo sul Futuro
Durante un follow-up mediano di 36.5 mesi (con un minimo di 3 e un massimo di 70 mesi), il 58% dei nostri pazienti ha presentato una recidiva del tumore. Di questi, il 33% ha avuto una progressione della malattia verso uno stadio superiore.
E qui arriva un altro dato cruciale: la presenza di tumore residuo alla seconda resezione si è rivelata predittiva sia di recidiva (p=0.04) sia di progressione (p=0.038). In pratica, trovare ancora tumore al “second look” è un segnale che il percorso del paziente potrebbe essere più accidentato.
Questo è in linea con altri studi. Ad esempio, Grimm et al. hanno mostrato che la sopravvivenza libera da recidiva era significativamente migliore nei pazienti sottoposti a seconda resezione. Herr et al. hanno addirittura identificato il risultato anatomopatologico della seconda resezione come il fattore più significativo nel predire la progressione a 5 anni.

Perché la Seconda Resezione è Così Fondamentale?
Ricapitolando, perché insistere tanto su questo “secondo tempo”?
- Scova i “fantasmi”: permette di individuare tumori residui che altrimenti passerebbero inosservati. Nel nostro studio, questo è avvenuto nel 72% dei casi!
- Corregge la mira: aiuta a definire con più precisione lo stadio reale del tumore, correggendo eventuali sottostadiazioni iniziali (23% nel nostro campione).
- Guida la terapia: fornisce informazioni essenziali per decidere il trattamento più appropriato, che sia conservativo o radicale.
- Migliora la prognosi: eliminando il tumore residuo e permettendo una stadiazione accurata, si pongono le basi per un miglior controllo della malattia e, si spera, una maggiore sopravvivenza libera da recidiva e progressione.
Il concetto di “resezione di sicurezza” fu introdotto già nel 1969 da Bressel, e oggi è raccomandato dalle maggiori associazioni urologiche mondiali (EAU, AUA, FAU) in caso di muscolo non visualizzato nella prima resezione e per tutti i tumori ad alto grado.
Il Tempismo è Tutto: La Finestra delle 2-6 Settimane
Come abbiamo visto, le linee guida suggeriscono di eseguire la seconda resezione entro 2-6 settimane dalla prima. Questo intervallo permette di operare dopo che l’edema causato dal primo intervento si è risolto, senza però ritardare eccessivamente la gestione terapeutica. Uno studio di Suer et al. ha mostrato che il tempo tra le due resezioni era significativamente più breve per i pazienti senza tumore residuo. I nostri dati (p=0.009 per il ritardo >6 settimane come fattore predittivo di residuo) sembrano confermare che rispettare questa finestra temporale, senza superare le 6 settimane, sia cruciale. Baltaci, in uno studio multicentrico, raccomanda di non superare i 42 giorni (6 settimane), poiché un ritardo maggiore era un predittore statisticamente significativo di recidiva e progressione.
Limiti dello Studio: Onestà Intellettuale
Come ogni studio, anche il nostro ha delle limitazioni. Si tratta di uno studio monocentrico, il che significa che i risultati provengono da un singolo ospedale e potrebbero non essere generalizzabili a tutte le realtà. Inoltre, abbiamo avuto qualche perdita al follow-up e non abbiamo analizzato le comorbidità dei pazienti, che potrebbero influenzare gli esiti. Tuttavia, crediamo che i nostri 43 casi offrano spunti di riflessione importanti e confermino l’utilità di questa pratica, allineandoci con le raccomandazioni delle società scientifiche.
Un Secondo Sguardo per un Futuro Migliore
In conclusione, se dovessi riassumere il messaggio chiave di questa nostra analisi, direi questo: la seconda resezione nei tumori vescicali pT1 ad alto grado non è un “optional”, ma una tappa fondamentale. Permette di “stanare” tumori residui in una percentuale sorprendentemente alta di casi (quasi due terzi nel nostro studio, anche se la letteratura riporta tassi variabili tra il 33% e l’83%), di correggere la stadiazione iniziale in quasi un quarto dei pazienti e, di conseguenza, di indirizzare il clinico verso la scelta terapeutica più adeguata e tempestiva.
Certo, il nostro campione non è enorme, ma i risultati sono abbastanza eloquenti da farci riflettere sull’importanza di seguire le raccomandazioni e, forse, di essere ancora più scrupolosi. Perché quando si tratta di tumori così “borderline” e potenzialmente aggressivi, un secondo sguardo può davvero fare la differenza, offrendo ai pazienti una gestione più precisa e, speriamo, un futuro con meno incognite.
Spero che questa “chiacchierata” un po’ scientifica vi sia stata utile per capire meglio un aspetto cruciale della lotta contro il tumore vescicale. Alla prossima!
Fonte: Springer
