COVID-19 e l’Ultimo Saluto: Perché Sempre Più Persone Muoiono a Casa in Cina? Uno Sguardo da Nanchang
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento delicato ma fondamentale: dove trascorriamo i nostri ultimi momenti. Sembra un tema un po’ cupo, lo so, ma rifletterci ci aiuta a capire molto sulla qualità delle cure di fine vita e su come la società si prende cura dei suoi membri più fragili. Mi sono imbattuto in uno studio affascinante condotto a Nanchang, una città cinese, che getta una luce nuova su come la pandemia di COVID-19 abbia cambiato le carte in tavola riguardo al luogo del decesso. E credetemi, i risultati fanno pensare.
Il Contesto Pre-Pandemia: La Casa Come Luogo Prediletto (Ma Non Per Tutti)
Prima che il COVID-19 stravolgesse le nostre vite, a Nanchang la maggior parte delle persone (quasi il 73%) moriva già a casa. Questo dato è interessante perché, sebbene in molti paesi occidentali si preferisca morire a casa, in Cina la situazione è complessa. Da un lato, c’è una forte componente culturale legata all’idea di “tornare alle proprie radici” per l’ultimo viaggio. Dall’altro, però, le cure palliative e i servizi di hospice, specialmente quelli domiciliari, sono ancora agli inizi in molte aree. Questo significa che la scelta della casa non è sempre dettata da una preferenza, ma a volte da una mancanza di alternative accessibili o da barriere economiche all’assistenza ospedaliera prolungata.
Lo studio ha però evidenziato una cosa curiosa: prima della pandemia, chi soffriva di insufficienza renale, malattie del fegato o tumori ematologici (come leucemie o linfomi) aveva meno probabilità di morire a casa rispetto a chi aveva un tumore solido. Perché? Probabilmente perché queste condizioni spesso comportano sintomi gravi, comorbilità complesse e un decorso imprevedibile, che portano a ricoveri urgenti e a una gestione più ospedaliera del fine vita.
L’Impatto del COVID-19: Un Aumento Generale dei Decessi a Casa
Ed ecco che arriva il COVID-19. Lo studio ha analizzato il periodo dal 25 gennaio 2020 (quando nella provincia di Jiangxi è scattata l’emergenza sanitaria di livello massimo) fino alla fine del 2022. Cosa è successo? La percentuale di decessi a casa è aumentata, passando dal 72,7% al 75,6%. Un aumento statisticamente significativo che suggerisce un cambiamento importante.
Le ragioni? Possiamo immaginarle:
- La paura del contagio negli ospedali, percepiti come luoghi ad alto rischio.
- Le restrizioni alle visite ospedaliere, che hanno scoraggiato i ricoveri.
- La riconversione di alcuni reparti per far fronte all’emergenza COVID, limitando l’accesso per altre patologie croniche.
- La diffusione di disinformazione sui rischi ospedalieri.
In pratica, tra vincoli strutturali e timori psicologici, molte persone hanno evitato o non hanno potuto accedere alle strutture sanitarie.

Disparità Amplificate: Chi Ha Visto l’Aumento Maggiore?
Qui la faccenda si fa ancora più interessante. Ricordate quei gruppi (insufficienza renale, malattie del fegato, tumori ematologici) che prima morivano meno a casa? Bene, durante la pandemia, la differenza rispetto ai pazienti con tumori solidi si è praticamente annullata. Anzi, l’aumento della probabilità di morire a casa è stato particolarmente pronunciato proprio per loro:
- +32% per l’insufficienza renale (rispetto all’aumento per i tumori solidi)
- +19% per le malattie del fegato
- +12% per i tumori ematologici
Questo suggerisce che la pandemia ha avuto un impatto sproporzionato proprio su questi pazienti, forse perché più vulnerabili al COVID-19, o perché i loro piani di trattamento sono stati maggiormente stravolti dalla riorganizzazione delle risorse sanitarie. Il risultato? Un probabile peggioramento della qualità del fine vita per persone con bisogni assistenziali complessi, costrette a rimanere a casa senza un adeguato supporto palliativo domiciliare.
Altre Tendenze Emerse: Giovani, Status Socioeconomico e Malattie Croniche
Lo studio ha rivelato anche altri aspetti degni di nota. Durante la pandemia:
- È aumentata significativamente la percentuale di decessi a casa tra i bambini e i giovani adulti (sotto i 45 anni), passando dal 39% a quasi il 53%. Questo è un dato forte, considerando che in Cina i più giovani tendono a morire più spesso in ospedale.
- Sono aumentate le disparità legate allo status socioeconomico. Le persone con un livello di istruzione più basso e i disoccupati hanno visto crescere maggiormente la probabilità di morire a casa rispetto ai gruppi più avvantaggiati. Questo fa pensare a un allargamento delle disuguaglianze nell’accesso alle cure di fine vita.
- Per altre malattie come quelle cardiache, cerebrovascolari e neurologiche, la probabilità di morire a casa era già alta prima del COVID e lo è rimasta. Questo potrebbe dipendere dalla natura improvvisa di alcuni eventi (ictus, infarti) che non lasciano tempo per raggiungere l’ospedale, o da decorsi più lenti che permettono una pianificazione o riflettono la preferenza culturale per la casa.

Cosa Ci Insegna Tutto Questo? L’Urgente Bisogno di Cure Domiciliari
Questo studio di Nanchang è una finestra su una realtà complessa. Ci dice che la pandemia ha accelerato una tendenza verso i decessi domiciliari, ma non in modo uniforme e non sempre per scelta. L’aumento dei decessi a casa, specialmente per pazienti con malattie complesse e per gruppi socioeconomicamente svantaggiati, sottolinea un’urgente necessità di potenziare i servizi di cure palliative e di fine vita a livello comunitario e domiciliare.
Non si tratta solo di mettere a disposizione più risorse, ma di ripensare l’approccio:
- Formare caregiver familiari e professionali per l’assistenza domiciliare.
- Sviluppare protocolli specifici per la gestione delle crisi e del fine vita a casa.
- Garantire un accesso equo alle cure, indipendentemente dalla malattia o dallo status socioeconomico.
- Integrare le cure palliative precocemente nei piani di trattamento, soprattutto per malattie con traiettorie complesse.
- Comprendere meglio le preferenze dei pazienti e delle famiglie, assicurando che la scelta del luogo di morte sia il più possibile informata e supportata.
Certo, lo studio ha i suoi limiti: mancano dati clinici dettagliati, informazioni sulle preferenze esplicite dei pazienti e sulla qualità effettiva dell’assistenza ricevuta a casa. Tuttavia, i risultati sono un campanello d’allarme importante. La pandemia ha messo a nudo le fragilità del sistema e ha amplificato le disuguaglianze esistenti. Ora la sfida è trasformare queste dure lezioni in azioni concrete per garantire a tutti un fine vita dignitoso, nel luogo che preferiscono, con il supporto di cui hanno bisogno.

È fondamentale ricordare che morire a casa non è intrinsecamente “meglio” o “peggio” che morire in ospedale. Ciò che conta è che la scelta sia allineata ai desideri della persona e che l’assistenza fornita sia di alta qualità, ovunque essa avvenga. Questo studio ci spinge a lavorare proprio in questa direzione.
Fonte: Springer
