COVID e Salute Mentale: L’Impatto Inaspettato sulle Assenze dal Lavoro nel Pubblico Impiego
Ragazzi, parliamoci chiaro: la pandemia di COVID-19 ha stravolto le nostre vite in modi che ancora stiamo cercando di capire fino in fondo. Tra smart working forzato, paura del contagio, isolamento e incertezza economica, era quasi scontato pensare che la nostra salute mentale ne avrebbe risentito pesantemente. E, di conseguenza, che le assenze dal lavoro per motivi psicologici sarebbero schizzate alle stelle. Sembra logico, no? Anch’io ne ero convinto.
Eppure, a volte la realtà ci sorprende. Mi sono imbattuto in uno studio giapponese davvero interessante, pubblicato su Springer, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento proprio questo aspetto, concentrandosi sui dipendenti pubblici di una grande città giapponese (chiamata “City A” nello studio per anonimato) per un periodo lunghissimo, dal 2009 al 2022. L’obiettivo? Capire se e come la pandemia (dal 2020 al 2022) avesse cambiato le carte in tavola per quanto riguarda le assenze dal lavoro a lungo termine (parliamo di quelle superiori ai 90 giorni) causate da disturbi mentali.
La Situazione Prima del Tsunami COVID
Prima di tuffarci negli anni pandemici, facciamo un passo indietro. Lo studio ci dice una cosa fondamentale: già prima del COVID-19, i disturbi mentali e comportamentali erano la causa principale di queste lunghe assenze dal lavoro tra i dipendenti pubblici analizzati. Non parliamo di numeri piccoli, eh. Erano costantemente la categoria più “gettonata”.
All’interno di questo grande calderone dei disturbi mentali, i più comuni erano:
- I disturbi dell’umore (come la depressione maggiore o il disturbo bipolare) – Codice ICD-10 F3
- I disturbi legati all’ansia e allo stress (come l’ansia generalizzata e i disturbi dell’adattamento) – Codice ICD-10 F4
In particolare, i disturbi dell’umore erano i più frequenti. Tuttavia, già nel decennio pre-pandemia (2009-2019), si notava una tendenza interessante: mentre le assenze per disturbi dell’umore (inclusa la depressione maggiore) mostravano un trend in calo, quelle per disturbi dell’adattamento erano in costante aumento. Un campanello d’allarme che suonava già da tempo, insomma.
L’Arrivo della Pandemia: Cosa Ci Aspettavamo?
Poi, nel 2020, è arrivato il COVID-19. Come dicevamo all’inizio, le aspettative erano piuttosto cupe. Studi da tutto il mondo hanno iniziato a segnalare un aumento di:
- Paura e ansia legate al virus
- Depressione e insonnia
- Stress economico dovuto a perdita di lavoro o riduzione del reddito
- Difficoltà di accesso ai servizi di salute mentale
- Stress psicologico e isolamento legati al lavoro da remoto
Tutti fattori che, sulla carta, avrebbero dovuto far impennare le assenze per malattia mentale, specialmente quelle a lungo termine. L’ipotesi dei ricercatori giapponesi, infatti, era proprio questa: ci aspettiamo un aumento delle assenze a lungo termine per disturbi mentali durante il periodo pandemico (2020-2022).

La Sorpresa: Il COVID Non Ha Cambiato (Quasi) Nulla?
E qui arriva il bello, o meglio, l’inaspettato. Analizzando i dati con tecniche statistiche sofisticate (come l’analisi delle serie storiche interrotte – ITSA), lo studio ha scoperto che la pandemia di COVID-19 non ha modificato significativamente i trend delle assenze a lungo termine, né per i disturbi mentali nel loro complesso, né per altre categorie di malattie analizzate (come tumori, malattie circolatorie o muscoloscheletriche).
Avete capito bene. Nonostante tutto il caos, la paura e i cambiamenti radicali, l’incidenza di queste lunghe assenze non ha mostrato quella “frattura” netta che ci si aspettava con l’arrivo del 2020. I trend generali osservati prima della pandemia sono sostanzialmente proseguiti.
Ma Come è Possibile? Qualche Ipotesi
Di fronte a un risultato così controintuitivo, viene da chiedersi: perché? Lo studio stesso avanza qualche ipotesi, basandosi anche su altre ricerche.
- Lavoro da remoto, croce e delizia: Se da un lato ha portato stress e isolamento, dall’altro ha offerto flessibilità, meno tempo perso negli spostamenti e minor rischio di contagio. Forse i pro e i contro si sono bilanciati? In Giappone, i dipendenti pubblici studiati hanno adottato un modello ibrido.
- Stabilità lavorativa: Parliamo di dipendenti pubblici, una categoria professionale generalmente molto stabile in Giappone. L’impatto dello stress economico da perdita di lavoro, che ha colpito duramente altri settori, qui è stato probabilmente minimo.
- Misure pre-esistenti: Il Giappone aveva già implementato da anni politiche nazionali per la salute mentale sul lavoro (come il sistema di “Stress Check”). Forse queste misure, mirate soprattutto a identificare precocemente disturbi come la depressione, hanno continuato a funzionare, mitigando l’impatto della pandemia su queste specifiche condizioni.
- Focus sul lungo termine: Lo studio considera solo assenze superiori ai 90 giorni. È possibile che l’impatto maggiore della pandemia si sia visto su assenze più brevi, non catturate da questa analisi.
In pratica, sembra che un insieme complesso di fattori abbia agito da “cuscinetto”, impedendo un’esplosione delle assenze a lungo termine per motivi di salute mentale, almeno in questo specifico gruppo di lavoratori.
Il Vero Protagonista (Negativo): Il Disturbo dell’Adattamento
Attenzione però a non leggere questo risultato come un “tutto bene”. Perché c’è un dato che spicca e conferma la tendenza pre-pandemica: le assenze a lungo termine dovute specificamente ai disturbi dell’adattamento hanno continuato ad aumentare in modo lineare e significativo per tutto il periodo 2009-2022. Questo aumento non è stato né accelerato né frenato dalla pandemia, semplicemente è proseguito.
Al contrario, le assenze per disturbi dell’umore (come depressione e stati depressivi) hanno mostrato un trend generale in calo nello stesso periodo.

Cosa ci dice questo? Ci suggerisce che mentre le politiche e gli interventi focalizzati sulla depressione potrebbero aver avuto un certo successo (contribuendo al calo delle relative assenze), c’è un problema crescente con le condizioni legate allo stress cronico e alla difficoltà di adattarsi ai cambiamenti e alle pressioni (lavorative e non), che le attuali strategie forse non riescono ad affrontare efficacemente. Il disturbo dell’adattamento, spesso legato a fattori ambientali e stressogeni specifici (anche sul lavoro), sembra essere un nemico più subdolo e in crescita.
Cosa Portiamo a Casa?
Questo studio giapponese, pur con i suoi limiti (è focalizzato su una sola città, un solo tipo di lavoro, e solo assenze >90 giorni), ci lascia con due messaggi importanti:
1. L’impatto diretto della pandemia sulle assenze a lungo termine per malattia mentale potrebbe essere stato meno drammatico di quanto temuto, almeno per lavoratori con alta stabilità occupazionale e in contesti con misure di supporto pre-esistenti.
2. C’è un problema serio e in crescita legato allo stress cronico e ai disturbi dell’adattamento che va avanti da ben prima del COVID e che la pandemia non ha fermato (né peggiorato significativamente, stando a questi dati).
La vera sfida per le aziende e le politiche di welfare, quindi, non è solo superare lo shock pandemico, ma ripensare gli interventi di salute mentale per affrontare in modo più mirato ed efficace proprio queste condizioni legate allo stress, che sembrano essere il vero tallone d’Achille del benessere psicologico nel mondo del lavoro moderno. Servono strategie su misura, che non si limitino a “curare” la depressione conclamata, ma che agiscano sulle cause dello stress ambientale e aiutino le persone ad adattarsi meglio, prima che la corda si spezzi. E ovviamente, serve ancora tanta ricerca per capire a fondo le cause di questo aumento e trovare le soluzioni migliori.
Fonte: Springer
