Immagine simbolica: un adolescente visto di spalle guarda uno schermo luminoso (TV o computer) che mostra immagini astratte e disturbanti di conflitto, la stanza è buia. Obiettivo 50mm, luce dello schermo come unica fonte luminosa, colori desaturati, effetto grana pellicola.

Gaza sullo Schermo: L’Impatto Nascosto sulla Mente dei Nostri Ragazzi

Siamo onesti, viviamo in un’epoca in cui le notizie ci piovono addosso da ogni direzione. Smartphone, TV, social media… siamo costantemente connessi, costantemente informati. Ma a quale prezzo? Soprattutto quando le notizie riguardano conflitti armati, violenza, sofferenza umana. E se a guardare sono i più giovani, gli adolescenti, nel pieno di una fase delicata della loro vita?

Mi sono imbattuto in uno studio recente che mi ha fatto riflettere parecchio. Riguarda proprio questo: l’impatto psicologico che l’esposizione alle scene del conflitto nella Striscia di Gaza sta avendo sugli adolescenti di un paese vicino, l’Egitto. I risultati, lasciatemelo dire, sono piuttosto allarmanti.

Cosa ci dice la ricerca? Numeri che fanno pensare

Lo studio, condotto tra novembre 2023 e marzo 2024 su oltre 500 ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 18 anni, ha usato un questionario specifico (il DASS-21) per misurare i livelli di depressione, ansia e stress. Ebbene, i risultati parlano chiaro:

  • Circa il 30% degli adolescenti intervistati mostrava segni di stress.
  • Ben il 61,5% manifestava sintomi di depressione.
  • Il 57% soffriva di ansia.

Sono percentuali altissime, che vanno da livelli lievi a molto severi. Non stiamo parlando di un malessere passeggero, ma di un disagio psicologico diffuso e potenzialmente profondo.

È interessante notare come questi numeri siano significativamente più alti rispetto a studi simili condotti in altri paesi (come Polonia e Taiwan) riguardo all’impatto della guerra Russo-Ucraina. Perché questa differenza? Gli autori suggeriscono che la vicinanza geografica, ma anche culturale, linguistica e religiosa con la popolazione colpita a Gaza possa amplificare la risposta emotiva e la simpatia, rendendo gli adolescenti egiziani particolarmente vulnerabili. Dopotutto, Rafah egiziana è a soli 5 km dalla Striscia di Gaza.

Chi ne risente di più? Differenze di genere, età e contesto

La ricerca evidenzia anche delle differenze significative. Le ragazze adolescenti sembrano pagare il prezzo più alto, mostrando livelli statisticamente più elevati di stress, depressione e ansia rispetto ai loro coetanei maschi. Questo dato è in linea con altre ricerche che indicano una maggiore propensione femminile a manifestare disagio emotivo, forse legata a fattori come una pubertà più precoce, diverse modalità di coping (come la ruminazione) e dinamiche relazionali con pari e genitori.

Anche l’età gioca un ruolo: i ragazzi più grandi, quelli delle scuole superiori (15-18 anni), mostrano tassi più alti di stress (35.8%), depressione (68.1%) e ansia (60.3%) rispetto ai più giovani (scuole medie, 11-14 anni). Forse, crescendo, si tende meno a cercare supporto sociale, anche se questo è fondamentale per mitigare i problemi di salute mentale.

Un dato curioso riguarda il contesto urbano/rurale. Sebbene gli adolescenti delle aree rurali mostrino tassi più alti di stress lieve e moderato, sono quelli delle aree urbane a manifestare livelli significativamente maggiori di ansia grave ed estremamente grave. La vita urbana, pur offrendo più opportunità, sembra portare con sé maggiori fattori di stress mentale come disuguaglianze, violenza percepita, inquinamento e minor contatto con la natura.

Ritratto fotografico di un'adolescente con espressione ansiosa, seduta vicino a una finestra, la luce naturale illumina parzialmente il suo volto. Obiettivo 35mm, bianco e nero, profondità di campo ridotta per isolare il soggetto dallo sfondo sfocato della stanza.

Il ruolo cruciale dei media: quanto e come si guarda

Qui arriviamo al nocciolo della questione: l’esposizione mediatica. Lo studio conferma senza ombra di dubbio quello che forse già sospettavamo: più si guarda, peggio si sta.

La stragrande maggioranza degli adolescenti (oltre il 95%) ha dichiarato di aver visto scene del conflitto. Ma la differenza la fa la frequenza e la durata:

  • Chi guardava le scene del conflitto per 5-7 giorni a settimana mostrava livelli significativamente più alti di stress, depressione e ansia.
  • Lo stesso vale per chi passava più di 3 ore al giorno esposto a queste immagini.

L’impatto è cumulativo. Non si tratta di una singola immagine scioccante, ma dell’esposizione ripetuta a scene atroci, spesso non filtrate e viste senza la supervisione di un adulto. Questo può aumentare la sensazione di rischio personale, disturbare la routine quotidiana e, come suggerisce altra letteratura, portare a rabbia sociale, problemi di sonno, isolamento e persino radicalizzazione.

E da dove arrivano queste immagini? Principalmente dai social media. Il 70% degli adolescenti segue gli eventi tramite piattaforme come Instagram, Facebook, ecc., usando smartphone e altri dispositivi. Solo il 30% si affida principalmente alla TV. Questo non sorprende: i social offrono aggiornamenti in tempo reale, accessibili ovunque, anche tra una lezione e l’altra. Ma questo significa anche un flusso potenzialmente incontrollato di contenuti grafici e disturbanti.

Perché si smette di guardare? Impotenza e altre ragioni

Circa un quinto dei partecipanti ha smesso di seguire attivamente le notizie sul conflitto. E indovinate un po’? Questo gruppo mostrava livelli di disagio psicologico significativamente inferiori. Chi continuava a guardare regolarmente aveva quasi il doppio delle probabilità di essere stressato e tassi molto più alti di depressione e ansia.

Ma perché si smette? Le ragioni sono varie:

  • Più di un terzo si sentiva impegnato con lo studio.
  • Un altro terzo si sentiva impotente, incapace di cambiare la situazione (una sensazione terribile, diciamocelo).
  • Quasi il 20% si era semplicemente annoiato.
  • Una piccola percentuale (8.8%) è stata costretta dai genitori a smettere.

Questo senso di impotenza, o addirittura la “colpa del sopravvissuto” (sentirsi in colpa per stare bene mentre altri soffrono), può essere un fattore importante. A volte, staccare è una forma di autodifesa emotiva. La teoria della desensibilizzazione emotiva (abituarsi alla violenza vedendola ripetutamente) potrebbe non applicarsi così facilmente agli adolescenti, che sono in una fase di grande sensibilità.

Scena astratta: uno schermo di smartphone rotto appoggiato su un tavolo di legno scuro, riflette immagini distorte e colorate simili a esplosioni o caos. Obiettivo macro 60mm, messa a fuoco selettiva sulla crepa dello schermo, illuminazione controllata per creare riflessi drammatici.

Che fare? Un appello alla consapevolezza e all’azione

Questo studio ci lancia un messaggio forte e chiaro: l’esposizione mediatica ai conflitti ha un costo pesante sulla salute mentale dei nostri ragazzi, specialmente in contesti di prossimità geografica e culturale. Non possiamo ignorarlo.

Cosa possiamo fare?

  • Consapevolezza: Genitori, educatori, professionisti della salute mentale devono essere consapevoli di questo rischio.
  • Controllo e Guida: È fondamentale monitorare e limitare l’esposizione dei più giovani a contenuti violenti e non filtrati, specialmente sui social media. Serve una guida adulta, un dialogo aperto.
  • Supporto Psicologico: Servono iniziative di supporto mirate per gli adolescenti, specialmente nelle aree più a rischio, per aiutarli a gestire stress, ansia e depressione.
  • Educazione alla Pace: Promuovere l’empatia, la compassione e la risoluzione dei conflitti può aiutare a controbilanciare l’impatto negativo delle immagini di guerra.
  • Ruolo delle Istituzioni: Scuole e organizzazioni internazionali (come UNICEF) hanno un ruolo cruciale nel creare ambienti sicuri e fornire supporto nelle zone vicine ai conflitti.

Insomma, non basta spegnere la TV o mettere via lo smartphone. Serve un approccio più ampio, che protegga il benessere psicologico dei nostri adolescenti, cittadini e future generazioni che si trovano, loro malgrado, spettatori di conflitti brutali. È una responsabilità collettiva.

Questo studio è un primo passo importante, ma come sottolineano gli stessi autori, servono ulteriori ricerche per monitorare gli effetti a lungo termine e per esplorare altre possibili conseguenze psicologiche. Ma il campanello d’allarme è suonato: prendiamocene cura.

Fonte: Springer

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