Biopsia Prostatica Prima della B-TUEP: Aspettare Fa Davvero la Differenza?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che tocca molti uomini e che, come chirurgo, mi trovo spesso ad affrontare: l’iperplasia prostatica benigna (IPB) e le moderne tecniche per trattarla. In particolare, ci concentreremo sulla B-TUEP (Enucleazione Transuretrale Bipolare della Prostata), una procedura efficace e sempre più diffusa. Ma c’è una domanda che sorge spontanea, sia tra noi medici che tra i pazienti: cosa succede se, prima di questo intervento, si è dovuta fare una biopsia prostatica? Cambia qualcosa? Influisce sull’esito?
Beh, la preoccupazione esiste, non neghiamolo. Quando si fa una biopsia, si prelevano piccoli campioni di tessuto prostatico. Questo, inevitabilmente, causa una reazione locale: un po’ di infiammazione, magari qualche piccolo ematoma, e nel tempo può portare a fibrosi o aderenze tra l’adenoma (la parte ingrossata della prostata che dobbiamo rimuovere) e la capsula prostatica (l’involucro esterno). Immaginate di dover “scollare” delicatamente questi tessuti durante l’intervento: se ci sono aderenze o tessuto infiammato, l’operazione potrebbe diventare più complessa, più lunga e, potenzialmente, con qualche rischio in più.
La nostra indagine: Biopsia sì o Biopsia no prima della B-TUEP?
Proprio per fare chiarezza su questo punto, abbiamo condotto uno studio retrospettivo, andando a rivedere i dati di 125 pazienti che si sono sottoposti a B-TUEP tra agosto 2020 e febbraio 2023. Li abbiamo divisi in due gruppi:
- Gruppo A: 93 pazienti che NON avevano fatto una biopsia prostatica prima dell’intervento.
- Gruppo B: 32 pazienti che, invece, AVEVANO fatto una biopsia in precedenza.
L’obiettivo era semplice: confrontare i due gruppi per vedere se c’erano differenze significative nei tempi dell’intervento, nell’efficacia della procedura e, soprattutto, nelle complicanze.
Cosa abbiamo scoperto? Tempo e Complicanze
I risultati sono stati piuttosto chiari. Nel gruppo B, quello dei pazienti con biopsia pregressa, sia il tempo specifico di enucleazione (cioè il tempo impiegato per rimuovere l’adenoma) sia il tempo operatorio totale sono risultati significativamente più lunghi rispetto al gruppo A (p < 0.001). Questo suggerisce che, come sospettavamo, operare su una prostata che ha subito una biopsia richiede più tempo e, probabilmente, più attenzione.
Ma non è solo una questione di tempo. Anche il tasso di complicanze post-operatorie è stato decisamente più alto nel gruppo B: ben il 40.6% contro il 7.5% del gruppo A (p < 0.001). Parliamo di infezioni (trattate con antibiotici), ematuria con formazione di coaguli (che hanno richiesto il mantenimento del catetere e lavaggi vescicali), e qualche caso di incontinenza urinaria da sforzo temporanea. Anche le complicanze intra-operatorie, come piccole perforazioni della capsula prostatica o lesioni superficiali della vescica durante la morcellazione (la frammentazione del tessuto rimosso), sono state leggermente più frequenti nel gruppo B. Di conseguenza, anche la durata del cateterismo e la degenza ospedaliera sono state significativamente più lunghe per i pazienti del gruppo B.

Il fattore tempo: Quanto aspettare dopo la biopsia?
Qui arriva un punto davvero cruciale. All’interno del gruppo B (quello con biopsia), abbiamo ulteriormente suddiviso i pazienti in base a quanto tempo era trascorso tra la biopsia e l’intervento di B-TUEP: meno di 2 settimane (sottogruppo B1) o più di 2 settimane (sottogruppo B2).
Ebbene, abbiamo notato che un intervallo di tempo inferiore alle 2 settimane era associato a un tasso significativamente più alto di complicanze post-operatorie (p < 0.001). Sembra quindi che operare troppo a ridosso della biopsia, quando i processi infiammatori e di riparazione tissutale sono ancora in pieno svolgimento, aumenti i rischi. Aspettare più di 2 settimane, invece, sembra dare al tessuto prostatico il tempo di “calmarsi”, riducendo le probabilità di intoppi dopo l’intervento. È interessante notare che l’intervallo di tempo non sembrava invece influenzare significativamente il tempo di enucleazione o le complicanze intra-operatorie in sé, ma proprio l’esito post-operatorio.
E il tipo di biopsia conta? Transrettale vs Transperineale
Un’altra piccola analisi l’abbiamo fatta sul tipo di biopsia eseguita (nel nostro centro siamo passati dalla transrettale alla transperineale nel 2022). Sorprendentemente, i pazienti che avevano subito una biopsia transperineale hanno mostrato tempi di enucleazione e operatori totali significativamente più lunghi rispetto a quelli con biopsia transrettale. Una possibile spiegazione? La biopsia transperineale permette un campionamento più esteso della zona apicale e anteriore della prostata; questo potrebbe tradursi in maggiori aderenze proprio in quelle aree, rendendo più laborioso trovare il giusto piano di clivaggio durante l’enucleazione. Anche se non statisticamente significativo, abbiamo notato una tendenza a maggiori infezioni, ematuria e incontinenza temporanea nel sottogruppo transperineale.

La buona notizia: i risultati funzionali
Nonostante le maggiori difficoltà tecniche e il più alto tasso di complicanze nel gruppo con biopsia pregressa, c’è una buona notizia. Quando siamo andati a valutare i risultati funzionali a distanza di 1 e 6 mesi dall’intervento (usando parametri come il punteggio IPSS per i sintomi, il flusso urinario massimo Q-max e il residuo post-minzionale PVR), abbiamo visto che non c’erano differenze significative tra i due gruppi. In entrambi i casi, i pazienti hanno sperimentato un notevole miglioramento rispetto alla situazione pre-operatoria. Questo ci dice che, sebbene l’intervento possa essere più impegnativo dopo una biopsia, l’efficacia a medio termine della B-TUEP nel risolvere i problemi urinari rimane eccellente.
Cosa ci portiamo a casa?
Questo studio, pur con i suoi limiti (è retrospettivo e il numero di pazienti nel gruppo biopsia non è enorme), ci dà un messaggio importante. Una precedente biopsia prostatica può effettivamente rendere l’intervento di B-TUEP più lungo e aumentare il rischio di complicanze, soprattutto quelle post-operatorie. Tuttavia, un fattore chiave sembra essere l’intervallo di tempo tra i due eventi: aspettare almeno 2 settimane (e forse anche di più, come suggerito da altri studi su procedure simili come la HoLEP) sembra cruciale per ridurre questi rischi aggiuntivi e migliorare l’esito complessivo.
Quindi, se vi trovate nella situazione di dover fare una B-TUEP dopo una biopsia, parlatene apertamente con il vostro urologo. Programmare l’intervento rispettando i giusti tempi potrebbe fare una differenza significativa per un decorso post-operatorio più sereno. Come sempre, la ricerca va avanti e studi prospettici più ampi ci aiuteranno a definire ancora meglio le strategie ottimali.
Fonte: Springer
