Ritratto fotografico intenso di un uomo di mezza età di origine marocchina nei Paesi Bassi, espressione riflessiva e leggermente preoccupata, ambientato in un contesto urbano olandese riconoscibile ma leggermente sfocato (es. canale, case tipiche), obiettivo 50mm, profondità di campo ridotta per focalizzare sull'individuo, luce naturale laterale che modella il viso, bianco e nero con grana fine per un effetto documentaristico.

Tra Fede e Scienza: Come Hanno Scelto gli Immigrati Marocchini in Olanda sul Vaccino COVID

Ciao a tutti! Ricordate quei giorni intensi e un po’ confusi della pandemia COVID-19? Tra mascherine, distanziamento e, soprattutto, l’arrivo dei vaccini, le domande erano tantissime. Oggi voglio portarvi con me in un viaggio interessante, quello che ci svela come una specifica comunità, quella degli immigrati marocchini nei Paesi Bassi, ha affrontato la decisione di vaccinarsi o meno. Perché proprio loro? Beh, i dati mostravano una minore adesione alla campagna vaccinale in questo gruppo, nonostante fossero anche più a rischio di contrarre forme gravi di COVID-19. Una situazione che meritava un approfondimento, non credete?

Mi sono imbattuto in uno studio qualitativo esplorativo, condotto tra aprile e giugno 2022, che ha cercato di scavare a fondo proprio in questo processo decisionale. Hanno intervistato 29 persone di origine marocchina, sia di prima che di seconda generazione, reclutate tramite centri comunitari, moschee e social media. E quello che è emerso è davvero affascinante e complesso.

Atteggiamenti in Evoluzione e Decisioni Rimandate

La prima cosa che salta all’occhio è che le opinioni sul vaccino non erano scolpite nella pietra. Anzi! Molti hanno raccontato come i loro sentimenti siano cambiati nel tempo. All’inizio, c’era spesso un’accoglienza positiva: il vaccino sembrava la luce in fondo al tunnel, la via d’uscita dalla pandemia. Ma poi, per alcuni, questo ottimismo si è trasformato in dubbio, a volte persino in aperta sfiducia. Frasi come “All’inizio mi fidavo del vaccino, ma ora non più. Sono tutte bugie” non erano rare.
Questo cambiamento, unito alla sensazione di essere sopraffatti dalla novità e dall’incertezza della situazione pandemica, ha portato molti a rimandare la decisione. “Ho aspettato troppo a lungo… Volevo o non volevo? Era difficile. Così ho deciso di aspettare e vedere come reagivano gli altri“, ha confidato una partecipante. Insomma, prendere tempo sembrava una strategia per mantenere aperte le opzioni di fronte a dubbi sulla sicurezza a breve e lungo termine.

Il Bilancio Personale: Rischio vs Beneficio al Centro della Scelta

Ecco un punto cruciale emerso dallo studio: la decisione di vaccinarsi è stata vissuta prevalentemente come un bilancio personale tra rischi e benefici, piuttosto che come un atto di responsabilità sociale. Certo, l’idea di proteggere i più vulnerabili o di contribuire a uscire dalla pandemia era riconosciuta, ma per la maggior parte dei partecipanti non era il fattore determinante.
Io misuro semplicemente la bilancia […]. Guardo i rischi. Se il rischio è così alto e la probabilità di morire di corona è anch’essa così alta, allora penso che non mi dispiacerebbe vaccinarmi, ma la probabilità è così piccola“, ha spiegato un giovane. Per alcuni la scelta è stata quasi ovvia, mentre altri si sono sentiti quasi “costretti” a vaccinarsi per poter svolgere attività sociali, viaggiare o semplicemente perché percepivano la pandemia come estremamente pericolosa.

Ma quali fattori entravano in questo personalissimo calcolo? Principalmente quattro:

  • Percezione della suscettibilità e gravità della malattia: Molti avevano avuto il COVID, alcuni anche con sintomi a lungo termine (long COVID). Vedere amici o parenti stare male o morire ha avuto un impatto. Tuttavia, tanti paragonavano il COVID all’influenza, grave per i vulnerabili ma lieve per i giovani e sani. Questo portava i più giovani a pensare: “Sono sano e forte. Ho avuto il corona, ma non ho sentito nulla. Non penso di averne bisogno [del vaccino]“.
  • Effetti collaterali percepiti e sicurezza del vaccino: Qui i dubbi erano tanti. Preoccupazioni sull’efficacia, la sicurezza, gli effetti avversi, la tossicità e persino sulla fiducia nelle case farmaceutiche. Molti basavano le loro percezioni negative su effetti collaterali sperimentati personalmente o sentiti raccontare da altri, oppure sulla rapidità con cui i vaccini erano stati sviluppati. “È stato sviluppato così in fretta e non sapevo cosa ci fosse dentro“, era un sentimento comune tra i non vaccinati.
  • Efficacia percepita del vaccino: Soprattutto tra i non vaccinati, c’era scetticismo sull’efficacia reale nel prevenire l’infezione, la trasmissione o la malattia grave. Vedere persone vaccinate che si ammalavano o contagiavano altri alimentava questi dubbi. “La gente dice che il vaccino non funziona, perché non c’è differenza tra vaccinati e non vaccinati“. I vaccinati, pur notando le stesse cose, tendevano ad avere più fiducia nella scienza dietro ai vaccini.
  • Conseguenze sulla vita quotidiana: La percezione che i vaccinati avessero più “libertà” (accesso a luoghi, viaggi) è stata un fattore. Per alcuni, questo è stato un incentivo a vaccinarsi (“Non ti vaccini più per il vaccino, ma per le restrizioni“). Per altri, invece, è stato un motivo per *non* vaccinarsi, ritenendo sbagliato usare le libertà come incentivo.

Fotografia di una persona di origine nordafricana dall'aria pensierosa, seduta a un tavolo con fogli sparsi rappresentanti grafici di rischi e benefici, luce soffusa dalla finestra, obiettivo 35mm, profondità di campo per isolare il soggetto, toni seppia e blu.

Il Fantasma del Rimpianto: Decidere Sotto Pressione Emotiva

Un altro aspetto psicologico molto forte che emerge è il ruolo del rimpianto, sia quello già provato (decisionale) sia quello anticipato. Alcuni vaccinati si sono pentiti a posteriori, magari per aver avuto effetti collaterali, per non aver visto l’efficacia sperata, o per essersi vaccinati solo per ottenere libertà temporanee (“Guardando indietro, ho preso il vaccino praticamente per un viaggio di quattro settimane. Non credo lo rifarei“). C’è stato anche il caso opposto: una persona non vaccinata che, dopo aver avuto un COVID grave, si è pentita, credendo che il vaccino l’avrebbe protetta.
Ma ancora più diffuso era il rimpianto anticipato: la paura di stare male *a causa* del vaccino. “Penso che avrei trovato molto difficile se mi fossi vaccinato e avessi sofferto di sintomi fisici o qualcosa del genere“, ha detto una partecipante non vaccinata, esprimendo un timore comune, specialmente tra chi si sentiva in buona salute.

Fonti di Informazione e il Muro della Sfiducia

Da dove arrivavano le informazioni? Le fonti ufficiali come il sito dell’Istituto Nazionale per la Salute Pubblica olandese (RIVM) e dei Servizi Sanitari Municipali (GGD) erano consultate, così come Lareb (per gli effetti collaterali). Ma un ruolo enorme lo giocavano i social media: YouTube, Facebook, WhatsApp, Instagram. In particolare, nella comunità marocchina-olandese circolavano molti video via WhatsApp, spesso provenienti da parenti e amici in Marocco.
Qui entra in gioco un tema pesantissimo: la mancanza di fiducia verso le informazioni fornite dal governo e dai media tradizionali. Quasi tutti i partecipanti ne hanno parlato. La percezione era quella di una discrepanza enorme: da un lato, informazioni ufficiali percepite come sbilanciate a favore del vaccino; dall’altro, canali non ufficiali (come YouTube) visti come prevalentemente contrari.
Molti sentivano di non ricevere un quadro completo, trasparente. “L’attenzione era molto sui vaccini… mentre io forse avrei voluto sentire prima altre misure di prevenzione“. Questa percepita mancanza di trasparenza impediva a molti di sentirsi in grado di prendere una decisione davvero informata. Cosa chiedevano? Comunicazione “buona”, ovvero chiara, non contraddittoria, che riconoscesse le incertezze e parlasse apertamente anche dei possibili effetti avversi. Volevano che i media dessero spazio anche a voci dissenzienti, non solo al punto de vista governativo. La sensazione che i media non fossero indipendenti alimentava la sfiducia generale, che si rifletteva poi sulla fiducia nei vaccini stessi.
Sentire informazioni contraddittorie dal governo creava confusione e minava ulteriormente la fiducia, sia tra i vaccinati che tra i non vaccinati. “Sono perso, per così dire… ho visto così tante opinioni e cambiamenti diversi negli ultimi tre anni, qual è quella giusta?… La fiducia è semplicemente sparita“.

Scatto ravvicinato di mani che scorrono notizie contrastanti sul COVID su uno smartphone, con icone di social media e loghi di notiziari sfocati sullo schermo; alle spalle, un gruppo di persone di origine marocchina discute animatamente in un centro comunitario, obiettivo macro 85mm, messa a fuoco precisa sullo smartphone, illuminazione controllata ma drammatica.

L’Ambiente Sociale: Sostegno o Fardello?

La famiglia, gli amici, i colleghi: l’ambiente sociale è stato descritto come una “coperta calda”, un luogo di confronto, ma a volte anche come un peso. Molti consultavano i propri cari per sentire le loro opinioni, discutere delle restrizioni, valutare l’affidabilità delle informazioni. Tuttavia, la maggior parte sentiva che queste conversazioni non influenzavano *direttamente* la loro decisione finale, con una notevole eccezione: il rapporto genitori-figli.
Alcuni partecipanti si sentivano in dovere di giustificare o difendere la propria scelta (vaccinato o non vaccinato) di fronte agli altri, tendendo a condividere più apertamente la propria decisione quando questa era in linea con quella del proprio gruppo sociale percepito.
E qui arriva un aspetto davvero particolare: l’influenza reciproca tra genitori e figli. Giovani adulti hanno indicato di dare un peso enorme all’opinione dei genitori, a volte lasciando addirittura a loro la decisione finale per un senso di obbedienza. Allo stesso modo, alcuni anziani di prima generazione hanno raccontato che la decisione è stata presa dai figli, sia per barriere linguistiche sia per abitudine, e spesso si sono detti d’accordo e soddisfatti. C’è stato persino il caso di un anziano che si è vaccinato di nascosto dai figli che erano contrari!
Un ruolo importante lo hanno avuto anche i centri comunitari e le moschee, specialmente per gli anziani, fornendo informazioni nella loro lingua e attraverso figure chiave di riferimento, cosa molto apprezzata.

Il Ruolo della Fede: Tra Obbligo e Fatalismo

La maggior parte dei partecipanti si considerava religiosa (musulmana) e credeva che la salute avesse un ruolo importante nell’Islam. Molti interpretavano la loro fede come un incoraggiamento a prendersi cura del proprio corpo, a usare le opzioni mediche disponibili (come la vaccinazione) e a seguire le regole del paese in cui vivevano, specialmente durante un’epidemia. “Islamiticamente, siamo obbligati a vaccinarci, perché dobbiamo seguire le regole del paese, riguardo a un’epidemia, pandemia“.
Tuttavia, per alcuni, la fede si manifestava anche come fatalismo. Credevano che tutto fosse già scritto (“Maktub”), che ammalarsi o meno fosse destino, e che azioni umane come la vaccinazione non potessero influenzare questo destino. Questa visione rendeva la vaccinazione apparentemente inutile e fungeva da barriera. “Alla fine, succede ciò che Allah ha scritto per noi e non abbiamo influenza su di esso“. Interessante notare che anche alcuni vaccinati invocavano il destino, ma nel contesto dei possibili effetti collaterali: “Tutto è nelle mani di Dio. Se il tuo giorno è arrivato, allora muori per la vaccinazione. Altrimenti, quel giorno non era per te“.

Interno di una moschea moderna e luminosa nei Paesi Bassi, con un piccolo gruppo di persone di origine marocchina, anziani e giovani, sedute in cerchio su tappeti mentre parlano tranquillamente con un operatore sanitario riconoscibile dalla divisa; luce naturale morbida che entra dalle finestre decorate, obiettivo grandangolare 24mm, messa a fuoco nitida su tutto il gruppo per catturare l'interazione.

Cosa Impariamo da Tutto Questo?

Questo studio, il primo nel suo genere a esplorare così a fondo il processo decisionale degli immigrati marocchini in Olanda, ci offre spunti preziosi, utili non solo per le campagne vaccinali COVID ma anche per future iniziative di salute pubblica rivolte a popolazioni immigrate.
Confrontando questi risultati con modelli internazionali sui fattori che guidano la vaccinazione (come il BeSD dell’OMS), vediamo molte sovrapposizioni: l’importanza del processo decisionale, la percezione del rischio personale, la fiducia nelle fonti, le norme sociali e le credenze religiose.
Tuttavia, emergono delle specificità rispetto alla popolazione generale olandese:

  • L’enfasi sul bilancio personale rischi-benefici piuttosto che sulla responsabilità sociale/immunità di gregge.
  • Il ruolo significativo e ambivalente delle credenze e valori religiosi (Islam).
  • La forte influenza reciproca tra genitori e figli nel prendere la decisione.

La sfiducia verso governo e media non è unica di questo gruppo, ma qui sembra aver avuto un peso particolare, alimentata dalla percezione di mancanza di trasparenza e informazioni contraddittorie.

Raccomandazioni per il Futuro

Cosa possiamo fare, allora? Le buone pratiche di comunicazione del rischio in crisi come una pandemia sono note: ascoltare i bisogni informativi del pubblico, coinvolgere stakeholder importanti, comunicare le incertezze, essere onesti e aperti, assicurarsi che fonti fidate diano informazioni coerenti.
Alla luce di questo studio, però, ci sono raccomandazioni specifiche:

  1. Massima trasparenza: Spiegare chiaramente eventuali aspetti contraddittori nelle informazioni sui vaccini. Riconoscere apertamente le incertezze e i possibili effetti avversi futuri. Non far sentire le persone come se si stesse nascondendo qualcosa è fondamentale per costruire fiducia.
  2. Costruire fiducia… prima: Investire tempo e risorse per costruire e mantenere la fiducia con le comunità immigrate *anche* in tempi non pandemici. Questo significa raggiungere, coinvolgere e collaborare attivamente.
  3. Considerare le specificità culturali: Tenere conto del fatto che la decisione è spesso un calcolo personale, del ruolo della religione e della dinamica familiare unica (genitori/figli) nelle strategie di comunicazione e nei materiali informativi.
  4. Coinvolgere la comunità: Lavorare con organizzazioni e figure chiave fidate all’interno della comunità, come moschee e centri comunitari, per raggiungere le persone e colmare le lacune informative e di fiducia. Questo è molto apprezzato dalle comunità stesse.

Insomma, capire come diversi gruppi prendono decisioni così importanti sulla salute è fondamentale. Questo studio sugli immigrati marocchini nei Paesi Bassi ci ricorda che non esiste un approccio unico per tutti e che ascoltare, comprendere e comunicare con trasparenza e sensibilità culturale è la chiave per promuovere scelte informate sulla salute.

Fonte: Springer

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