Primo piano di un medico che tiene con cura la mano di un paziente anziano in un letto d'ospedale, trasmettendo empatia e supporto. Luce soffusa dalla finestra. Prime lens, 35mm, depth of field, black and white film.

Ictus negli over 80: le terapie salvavita non bastano, serve un “abbraccio” in più

Amici, parliamoci chiaro. Quando pensiamo ai progressi della medicina, ci vengono in mente immagini quasi da film di fantascienza: interventi chirurgici millimetrici, farmaci potentissimi, macchinari che sembrano usciti da un’astronave. E in parte è vero, specialmente quando si tratta di emergenze come l’ictus ischemico. Oggi, grazie a terapie di riperfusione come la trombolisi endovenosa o la trombectomia meccanica, possiamo letteralmente “salvare” il cervello di una persona, ripristinando il flusso sanguigno e limitando i danni. Un vero miracolo, no?

Eppure, c’è un “ma”, soprattutto quando parliamo di pazienti molto anziani, quelli che hanno superato la soglia degli 80 anni. Immaginate la scena: un nostro caro, magari un nonno o una nonna, viene colpito da un ictus. Corsa in ospedale, diagnosi, e via con queste terapie salvavita. Fantastico! Ma cosa succede dopo? La battaglia è davvero finita lì?

La cruda realtà dopo l’intervento

Ho letto di recente uno studio scientifico che mi ha fatto riflettere parecchio. Si intitola “Unaddressed palliative care needs of ischemic stroke patients treated with reperfusion therapies after age 80” – un po’ tecnico, lo so, ma il succo è questo: anche quando queste terapie super moderne funzionano, nei pazienti over 80 rimangono spesso dei bisogni di cure palliative che non vengono affrontati. E badate bene, quando dico “cure palliative” non intendo necessariamente la fine della vita, ma un approccio che mira a migliorare la qualità della vita, ad alleviare la sofferenza.

Lo studio, condotto in Armenia, ha preso in esame 52 pazienti con ictus ischemico, tutti con 80 anni o più, trattati appunto con queste terapie di riperfusione. E cosa è emerso? Beh, che nonostante l’intervento “riparatore”, molti di loro hanno continuato ad avere problemi significativi durante la degenza. Parliamo di:

  • Disfagia: difficoltà a deglutire, un problema che ha riguardato ben il 61,5% dei pazienti. Immaginate non riuscire a mangiare o bere normalmente, con il rischio di soffocamento o polmoniti.
  • Delirium: uno stato confusionale acuto, presente nel 26,9% dei casi. Non è una semplice “smemorataggine” da anziano, ma una condizione seria che impatta pesantemente sul paziente e sulla famiglia.
  • Problemi di mobilità e/o linguaggio: il 42,3% dei pazienti dimessi aveva ancora difficoltà a muoversi o a parlare.
  • Dispnea: difficoltà respiratorie, riscontrate nel 13,5% dei pazienti.

Il tasso di mortalità in ospedale è stato del 9,6%, che non è poco, e saliva al 23,4% a tre mesi. Questi numeri ci dicono che, anche se la terapia acuta ha avuto successo nel “riaprire il vaso”, le conseguenze dell’ictus in una persona anziana, spesso con altre patologie preesistenti (ipertensione, fibrillazione atriale, malattie cardiache valvolari erano comunissime in questo gruppo), sono pesanti.

Cure palliative: un concetto da sdoganare

Ecco, è qui che entra in gioco il concetto di cure palliative precoci. Come dicevo, non si tratta di “arrendersi”, ma di prendere atto che, specialmente in questa fascia d’età, il recupero completo può essere un miraggio. L’obiettivo diventa quindi garantire la miglior qualità di vita possibile, gestendo i sintomi, offrendo supporto psicologico, aiutando i pazienti e le loro famiglie a navigare in un percorso difficile.

Nello studio armeno, ad esempio, si evidenzia come la disfagia fosse il problema più frequente che necessitava di un approccio palliativo, magari con la nutrizione tramite sondino o modifiche della dieta, decisioni prese sempre in accordo con i familiari. Anche i disturbi della mobilità e del linguaggio, che rendevano difficile la riabilitazione per oltre la metà dei pazienti colpiti, richiedevano un approccio di supporto mirato.

Un medico anziano con occhiali, dall'aria saggia e rassicurante, discute con calma con una coppia di familiari preoccupati in una sala d'attesa luminosa di un ospedale. Prime lens, 35mm, depth of field, colori caldi e leggermente desaturati per un'atmosfera intima.

Un aspetto interessante, e un po’ amaro, è che in Armenia, come in molti Paesi in via di sviluppo, l’integrazione delle cure palliative specialistiche nei reparti per l’ictus acuto è ancora agli inizi. Mancano specialisti dedicati, protocolli standardizzati. E questo, con una popolazione anziana in crescita (si stima che in Armenia la percentuale di over 80 raddoppierà entro il 2050), è un problema serio.

Il ruolo della famiglia e le decisioni difficili

Un altro dato che fa pensare: nello studio, nessuna delle decisioni riguardanti le terapie di riperfusione, le procedure diagnostiche, gli obiettivi riabilitativi o le strategie di prevenzione secondaria dell’ictus è stata presa coinvolgendo direttamente i pazienti. A causa di problemi di comunicazione, deficit cognitivi o alterato stato di coscienza, tutte le decisioni terapeutiche e di supporto sono state prese dai familiari o dai caregiver ufficiali.

Le discussioni tra medici e famiglie si concentravano principalmente sulla gestione post-acuta, sulla prevenzione di un secondo ictus e sulla prognosi. E qui emerge un’altra criticità: l’assistenza post-acuta per questa popolazione è ancora poco sviluppata. Meno del 10% dei pazienti ha avuto accesso diretto a strutture riabilitative o palliative dopo la dimissione. Spesso, i familiari di quasi il 60% dei pazienti hanno rifiutato le raccomandazioni mediche per un trasferimento diretto a strutture specializzate, magari per questioni economiche o per convinzioni culturali e religiose riguardo l’invio a cure palliative in casi di prognosi incerta.

Questo ci porta a una riflessione più ampia: quanto siamo preparati, come società e come sistema sanitario, a prenderci cura dei nostri anziani più fragili, non solo nell’emergenza, ma anche nel lungo periodo, garantendo dignità e sollievo dalla sofferenza?

Cosa possiamo imparare?

Lo studio ha i suoi limiti, come ammettono gli stessi autori: è stato condotto in un singolo centro, il campione era relativamente piccolo, non c’era un gruppo di controllo e non sono stati valutati tutti i possibili sintomi (come dolore, incontinenza, o aspetti psicologici). Però, il messaggio è forte e chiaro: anche quando facciamo “tutto giusto” dal punto di vista tecnico con le terapie di riperfusione, c’è un mondo di bisogni che rischia di rimanere inascoltato nei pazienti over 80.

La necessità di una valutazione palliativa precoce, che si concentri su sintomi come la disfagia, il delirium, i problemi di mobilità e linguaggio, è fondamentale per migliorare il comfort e la qualità della vita di questi pazienti. Dobbiamo smettere di vedere le cure palliative come l’ultima spiaggia e iniziare a considerarle come parte integrante di un approccio olistico, centrato sul paziente, fin dalle prime fasi della malattia.

Servono più ricerche per capire meglio il peso specifico dei sintomi legati all’ictus nella popolazione anziana e per sviluppare strategie efficaci per integrare le cure palliative nella gestione dell’ictus acuto. Perché salvare una vita è importantissimo, ma garantire che quella vita sia vissuta con la minor sofferenza possibile, lo è altrettanto. È una questione di umanità, prima ancora che di medicina.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *