ICSI o FIVET nel transfer da scongelato? Sorpresa: per molte coppie non cambia (quasi) nulla!
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che sta molto a cuore a tante coppie che intraprendono il percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): la scelta tra FIVET convenzionale e ICSI, soprattutto quando si utilizzano embrioni precedentemente congelati (FET – Frozen-Thawed Embryo Transfer). C’è un sacco di dibattito, vero? Ma cosa dice la scienza, quella vera basata sui grandi numeri? Beh, tenetevi forte, perché uno studio recente pubblicato su *Scientific Reports* (del gruppo Springer Nature) potrebbe rimescolare un po’ le carte in tavola, specialmente per le coppie dove l’infertilità non è legata a un problema maschile.
FIVET vs ICSI: Facciamo un passo indietro
Prima di tuffarci nei risultati, rinfreschiamoci la memoria. Cosa sono queste due tecniche?
- La FIVET (Fecondazione In Vitro con Embryo Transfer) convenzionale è la tecnica “classica”: ovociti e spermatozoi vengono messi insieme in una piastra di coltura (la famosa “provetta”) e si lascia che la natura faccia il suo corso, sperando che uno spermatozoo fecondi l’ovocita spontaneamente.
- L’ICSI (Intracytoplasmic Sperm Injection, ovvero Iniezione Intracitoplasmatica dello Spermatozoo) è più “high-tech”: l’embriologo seleziona un singolo spermatozoo e lo inietta direttamente all’interno dell’ovocita usando un microscopio e strumenti di precisione. Nata principalmente per superare problemi di infertilità maschile severa (pochi spermatozoi, scarsa motilità, forme anomale), oggi viene usata sempre più spesso anche in assenza di queste problematiche.
La domanda che molti si pongono, e che questo studio ha cercato di chiarire, è: in coppie senza fattore maschile, usare l’ICSI porta davvero a risultati migliori quando si trasferiscono embrioni scongelati?
Perché concentrarsi sul transfer da congelato (FET)?
Il transfer di embrioni crioconservati (FET) è diventato sempre più comune e offre diversi vantaggi: permette di trasferire gli embrioni in un ciclo successivo a quello del prelievo ovocitario, dando all’utero il tempo di tornare a condizioni più “naturali” senza l’influenza della stimolazione ovarica; riduce il rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS); offre flessibilità nella programmazione; e alcuni studi suggeriscono persino tassi di successo leggermente superiori e minori rischi per il bambino (come basso peso alla nascita o parto pretermine) rispetto al transfer “a fresco”, soprattutto nei nati singoli.
Finora, gran parte della ricerca sul confronto FIVET/ICSI in assenza di fattore maschile si era concentrata sui cicli “a fresco”. Ma il processo di congelamento e scongelamento è uno stress per l’embrione. Ci si potrebbe chiedere: gli embrioni creati con ICSI reagiscono diversamente a questo processo rispetto a quelli creati con FIVET convenzionale? Magari sono più fragili? O forse no? Ecco perché serviva uno studio specifico sui cicli FET.

Lo studio gigante: cosa hanno scoperto?
I ricercatori hanno fatto le cose in grande, analizzando un database enorme: quello della HFEA (Human Fertilisation and Embryology Authority) del Regno Unito, che raccoglie i dati di tutti i cicli di PMA effettuati nel paese. Hanno preso in esame ben 57.907 cicli FET realizzati tra il 1995 e il 2018, tutti relativi a coppie con infertilità non legata a fattori maschili. Hanno poi diviso questi cicli in due gruppi: quelli in cui gli embrioni trasferiti erano stati creati con ICSI (circa il 22%) e quelli in cui erano stati creati con FIVET convenzionale.
Cosa hanno guardato? Principalmente i tassi di:
- Gravidanza clinica (confermata da ecografia con battito cardiaco)
- Nascita di un bambino vivo (live birth rate)
- Aborto spontaneo
Hanno anche analizzato gli esiti neonatali, come il peso alla nascita, l’età gestazionale e il sesso del bambino.
A prima vista, i numeri grezzi sembravano dare un vantaggio all’ICSI: tassi di gravidanza clinica (29.6% vs 26.0%) e di nati vivi (21.5% vs 19.1%) leggermente più alti nel gruppo ICSI. “Eureka!”, si potrebbe pensare. Ma… c’è un ma, e bello grosso.
L’importanza di “aggiustare” i dati
La ricerca scientifica seria non si ferma ai numeri grezzi. Bisogna considerare i cosiddetti “fattori confondenti”, cioè tutte quelle variabili che potrebbero influenzare i risultati e far sembrare che ci sia una differenza dovuta alla tecnica usata, quando invece dipende da altro. Pensate all’età della donna, alla causa specifica dell’infertilità (es. problemi alle tube, endometriosi, infertilità inspiegata), al numero di cicli precedenti, al numero di embrioni trasferiti…
Ebbene, quando i ricercatori hanno “ripulito” i dati da questi fattori confondenti usando analisi statistiche appropriate (regressione logistica multivariata, per i più tecnici), la magia è svanita! L’associazione tra ICSI e migliori tassi di gravidanza o di nati vivi è scomparsa. In pratica, una volta considerate tutte le altre variabili, usare l’ICSI non dava alcun vantaggio significativo rispetto alla FIVET convenzionale in termini di probabilità di iniziare una gravidanza o di portarla a termine con la nascita di un bambino.
Anzi, un dato interessante (anche se da interpretare con cautela) è che, dopo l’aggiustamento, l’ICSI sembrava associata a un rischio leggermente aumentato di aborto spontaneo, anche se questo effetto non era più presente nei cicli con trasferimento di più di due embrioni.

E i bambini? Differenze alla nascita?
Anche qui, le analisi iniziali sembravano mostrare qualche piccola differenza. Ad esempio, nei nati singoli, l’ICSI sembrava associata a una minor probabilità di parto molto pretermine o pretermine, e a un maggior numero di nati con peso normale. Tuttavia, ancora una volta, dopo aver aggiustato per i fattori confondenti, queste differenze si sono attenuate fino a diventare non significative.
E il sesso del bambino? Alcuni studi precedenti, soprattutto dalla Cina, avevano suggerito che l’ICSI potesse portare a una percentuale leggermente inferiore di maschietti. Questo studio ha trovato una tendenza simile nei dati grezzi, ma dopo l’aggiustamento statistico, l’effetto dell’ICSI sul rapporto tra i sessi alla nascita è risultato non significativo. L’ipotesi è che, non dovendo selezionare lo spermatozoo “migliore” per superare un problema maschile, l’embriologo che fa ICSI in questi casi non favorisca involontariamente gli spermatozoi portatori del cromosoma X (femmina) rispetto a quelli con Y (maschio).
Cosa ci portiamo a casa da questo studio?
Il messaggio principale è piuttosto chiaro: nei cicli di transfer di embrioni congelati (FET) per coppie con infertilità non dovuta a cause maschili, l’ICSI non sembra offrire vantaggi clinici reali rispetto alla FIVET convenzionale, né in termini di probabilità di successo (gravidanza e parto), né per quanto riguarda gli esiti alla nascita (peso, età gestazionale, sesso).
Questo non significa che l’ICSI sia inutile, anzi! Rimane una tecnica fondamentale e preziosissima nei casi di infertilità maschile. Ma questi risultati suggeriscono che il suo utilizzo “di routine” in assenza di specifiche indicazioni maschili potrebbe non essere giustificato, almeno per i cicli FET.
Ovviamente, come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti (è retrospettivo, mancano alcuni dati dettagliati sugli embrioni o su fattori come il BMI della donna), ma la dimensione enorme del campione lo rende molto robusto.
La conclusione? La scelta della tecnica di fecondazione dovrebbe essere sempre personalizzata e discussa approfonditamente con il proprio medico e il centro PMA, basandosi sulle evidenze scientifiche disponibili e sulla situazione specifica della coppia. Questo studio aggiunge un tassello importante, suggerendo che, in molti casi di FET senza fattore maschile, la FIVET convenzionale potrebbe essere efficace quanto l’ICSI, evitando magari procedure più invasive e costose senza un reale beneficio dimostrato. Una riflessione importante per ottimizzare i percorsi di PMA!
Fonte: Springer
