Glioblastoma Farfalla: Quando la Chirurgia Osa e la Speranza Prende il Volo
Amici della scienza e della speranza, oggi voglio parlarvi di una sfida medica che per anni è sembrata quasi insormontabile, avvolta da un alone di pessimismo: il glioblastoma farfalla (bGBM). Immaginate un tumore cerebrale così aggressivo e particolare nella sua forma da meritarsi un nome quasi poetico, “farfalla”, perché si estende attraverso i due emisferi cerebrali, unendo le sue “ali” tramite il corpo calloso. Una bellezza sinistra, se pensiamo alla sua natura maligna e alla prognosi storicamente infausta.
Per molto tempo, questo tipo di glioblastoma è stato etichettato come “inoperabile”. L’idea di intervenire chirurgicamente su una lesione così diffusa e in una zona tanto delicata del cervello faceva tremare i polsi anche ai neurochirurghi più esperti. Ma la medicina, per fortuna, non si arrende mai. E uno studio recente, basato sui dati del database SEER (Surveillance, Epidemiology, and End Results), getta una nuova luce, più ottimistica, sulle possibilità di trattamento e sulla sopravvivenza dei pazienti colpiti da questa rara forma tumorale, soprattutto nell’era del temozolomide (TMZ), un farmaco chemioterapico che ha cambiato le carte in tavola.
Un Nemico Temibile: Cos’è il Glioblastoma Farfalla?
Prima di addentrarci nei risultati dello studio, capiamo meglio chi è il nostro “avversario”. Il glioblastoma multiforme (GBM) è già di per sé il tumore cerebrale primario maligno più comune e aggressivo negli adulti, con una sopravvivenza mediana che, anche con i trattamenti più moderni, si aggira intorno ai 15-20 mesi. Il bGBM ne rappresenta una variante particolarmente insidiosa, costituendo solo il 2-6% di tutti i casi di GBM. La sua caratteristica “a farfalla” è dovuta al coinvolgimento biemisferico e all’invasione del corpo calloso, una struttura cruciale per la comunicazione tra i due lati del cervello. Le sedi più colpite? Spesso il genu (la parte anteriore) del corpo calloso, estendendosi ai lobi frontali, ma anche il corpo o lo splenio (la parte posteriore).
Storicamente, la prognosi era davvero desolante: uno studio su un ampio database nazionale riportava una sopravvivenza mediana di soli 7,1 mesi per i bGBM, contro i 13,2 mesi dei glioblastomi “comuni”. Tentativi chirurgici precoci spesso portavano a deficit neurologici devastanti. Insomma, un quadro a tinte fosche.
L’Era del Temozolomide: Una Svolta Epocale?
Lo studio che vi racconto oggi ha analizzato i dati di 521 pazienti con bGBM diagnosticati tra il 2000 e il 2021, suddividendoli in tre gruppi: l’era pre-temozolomide (pre-TMZ; 2000-2006), l’era TMZ iniziale (2007-2016) e l’era TMZ tardiva (2017-2021). Il protocollo di Stupp, che prevede radioterapia post-operatoria e temozolomide, è diventato lo standard di cura per il GBM nel 2005, e questo ha segnato un prima e un dopo.
Cosa è emerso? Beh, innanzitutto, come c’era da aspettarsi, l’uso della chemioterapia è stato significativamente più comune nel gruppo TMZ (51.9% contro il 36% del pre-TMZ). E la cosa più interessante è che il gruppo TMZ è stato associato a una sopravvivenza globale (OS) tendenzialmente migliore, anche se la significatività statistica era al limite (p=0.067). A volte, anche un “quasi” in statistica può avere un grande significato clinico!
Nell’analisi multivariata, prima dell’avvento massiccio del TMZ, solo la radioterapia sembrava fare la differenza. Ma nell’era TMZ, ben quattro fattori si sono rivelati alleati preziosi per una migliore sopravvivenza:
- La chemioterapia
- La radioterapia
- La chirurgia
- L’età (pazienti più giovani tendono ad avere una prognosi migliore)
Questo ci dice che un approccio combinato è fondamentale.

Chirurgia: Da Tabù a Speranza Concreta
E qui arriviamo al cuore della questione, la chirurgia. Per anni considerata un’opzione da scartare per i bGBM, i dati più recenti stanno ribaltando questa convinzione. Lo studio ha mostrato che sia la resezione subtotale (STR) che, soprattutto, la resezione totale lorda (GTR) – ovvero la rimozione di tutto il tumore visibile – sono state significativamente associate a una prognosi più favorevole rispetto a nessun intervento chirurgico.
Pensate, il tasso di GTR è aumentato in modo significativo nel gruppo “TMZ tardivo” (dal 2017 al 2021), passando dal 10.2% al 19.2%. Questo non è un caso. Riflette i progressi nelle tecnologie pre e intra-operatorie, una maggiore comprensione dell’anatomia funzionale del cervello (grazie anche a progetti come l’Human Connectome Project) che permettono resezioni più radicali e sicure anche in casi così complessi. Non a caso, il numero di pubblicazioni scientifiche sul bGBM è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni.
La vera magia, però, sembra accadere quando la GTR si combina con le terapie adiuvanti (radioterapia e chemioterapia). I pazienti che hanno subito una GTR e hanno ricevuto una qualche forma di terapia adiuvante hanno mostrato una sopravvivenza globale significativamente migliore rispetto ai pazienti non-GTR. Questo è un punto cruciale: la chirurgia apre la strada, ma sono le terapie successive a consolidare il risultato.
La Resezione Totale Lorda (GTR): Un Obiettivo Raggiungibile?
Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma è davvero possibile rimuovere completamente un tumore farfalla senza causare danni irreparabili?”. La filosofia classica si basava su due presupposti: che tutti i bGBM fossero intrinsecamente super aggressivi e che la loro localizzazione rendesse la chirurgia radicale un’avventura rischiosa e futile.
Riguardo al primo punto, c’è un dibattito in corso. Alcuni studi suggeriscono che non ci sono caratteristiche biologiche specifiche che rendano i bGBM del corpo calloso universalmente più aggressivi di altri. Anzi, la metilazione del promotore MGMT, un fattore prognostico favorevole, sembra essere persino più prevalente nei bGBM. D’altro canto, altre alterazioni molecolari come l’amplificazione di PDGFRA sembrano associate a una prognosi peggiore in questi tumori. La ricerca qui è ancora aperta.
Riguardo al secondo punto, c’è un consenso crescente sul fatto che la prognosi storicamente infausta del bGBM sia dovuta più a una mancanza di aggressività chirurgica che a una reale “inoperabilità”. Gradualmente, sempre più neurochirurghi hanno osato di più, dimostrando che resezioni più complete sono fattibili e portano a un miglioramento della sopravvivenza. La rimozione di porzioni localizzate del corpo calloso, come dimostrano gli interventi per l’epilessia o gli approcci transcallosali per altri tumori, non causa necessariamente deficit neurologici profondi. E non dimentichiamo che i pazienti bGBM non operati raramente godono di una buona qualità di vita a lungo termine, a causa della crescita tumorale e dell’edema che portano ad abulia e mutismo acinetico.
Studi recenti indicano che una resezione minima dell’86% del tumore è necessaria per osservare un beneficio significativo sulla sopravvivenza. Una meta-analisi ha confermato che la resezione chirurgica (rispetto alla biopsia) è associata a una migliore OS. Certo, ci sono ancora dati mancanti su molti aspetti, come il volume tumorale, i tipi di trattamenti di seconda linea, le caratteristiche molecolari specifiche, che rendono difficili conclusioni definitive. Ma la tendenza è chiara.

L’Importanza delle Terapie Adiuvanti: Non Basta Operare
Un aspetto che lo studio SEER ha evidenziato con forza è che la GTR da sola potrebbe non bastare. Il vero vantaggio in termini di sopravvivenza si osserva quando la resezione chirurgica massimale sicura è seguita da terapie adiuvanti, ovvero radioterapia e chemioterapia con temozolomide. I pazienti che hanno ricevuto questo trattamento combinato hanno avuto una prognosi significativamente migliore. Questo suggerisce che la chirurgia crea le condizioni ottimali affinché le altre terapie possano agire più efficacemente, riducendo il carico tumorale e colpendo le cellule residue.
È interessante notare come lo studio abbia cercato di superare una delle limitazioni del database SEER, ovvero la mancanza di dati sullo stato funzionale del paziente (ad esempio, la scala di Karnofsky). Si sa che i pazienti con uno stato funzionale migliore hanno maggiori probabilità di ricevere terapie adiuvanti. Confrontando pazienti operati che hanno ricevuto terapie adiuvanti con quelli che non le hanno ricevute, si sono creati gruppi più omogenei, rafforzando la validità delle conclusioni sull’efficacia del trattamento combinato.
L’Età Conta, Eccome!
Un altro fattore prognostico che emerge con prepotenza, sia per i GBM in generale che per i bGBM, è l’età. Lo studio ha confermato che i pazienti più anziani tendono ad avere una prognosi peggiore. Inoltre, la GTR sembra essere applicata più frequentemente nei pazienti più giovani. Sebbene l’analisi per sottogruppi di età non abbia raggiunto la significatività statistica per le differenze di sopravvivenza tra GTR e non-GTR (probabilmente a causa del numero ridotto di pazienti in ciascun sottogruppo), la tendenza generale suggerisce che i pazienti più giovani che ricevono GTR e terapia adiuvante se la cavano meglio. Questo non significa che i pazienti più anziani non debbano essere considerati per trattamenti aggressivi, ma che l’età è un fattore da ponderare attentamente nel piano terapeutico personalizzato.
Sfide e Prospettive Future: La Ricerca Non Si Ferma
Nonostante questi risultati incoraggianti, lo studio ha, come tutti gli studi basati su database, delle limitazioni. La diagnosi “radiologica” di bGBM si basa su descrizioni testuali, senza la possibilità di visionare le immagini. Le definizioni dell’estensione della resezione non sono basate su calcoli volumetrici pre e post-operatori. Mancano dati sullo stato funzionale preciso, sui dettagli dei protocolli chemioterapici (numero di cicli, durata) e, soprattutto, sulla caratterizzazione molecolare dei tumori, che oggi sappiamo essere fondamentale per definire la prognosi e personalizzare le terapie.
Tuttavia, il messaggio è forte e chiaro: i casi di bGBM diagnosticati e trattati nell’era del temozolomide mostrano un aumento del ricorso alla chemioterapia adiuvante e un miglioramento della sopravvivenza globale. La resezione chirurgica, specialmente la GTR, è associata a una prognosi più favorevole, soprattutto se seguita da terapie adiuvanti. Il tasso di GTR è in aumento, e questo è un segnale positivo.

Un Messaggio di Cauta Speranza
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo? Che il glioblastoma farfalla, pur rimanendo una malattia estremamente seria, non dovrebbe più essere considerato un tabù chirurgico. Anzi, andrebbe trattato come gli altri casi di GBM operabili, utilizzando le tecniche chirurgiche avanzate oggi a disposizione per ottenere la massima resezione sicura possibile. Questo apre la porta alle terapie adiuvanti, che possono fare la differenza.
Man mano che la nostra conoscenza anatomica e funzionale aumenta e le tecnologie intraoperatorie (come la neuronavigazione, la risonanza magnetica intraoperatoria, il monitoraggio neuromonitoraggio, le tecniche endoscopiche e la chirurgia da sveglio) diventano più accessibili e sofisticate, i nostri tentativi di ottenere una GTR diventeranno sempre più efficaci e sicuri, anche per questi casi complessi. La raccolta di dati molecolari moderni per caratterizzare queste rare entità oncologiche ci aiuterà a definire meglio quali sottogruppi di pazienti beneficeranno maggiormente da un approccio più aggressivo.
È un cammino ancora lungo, ma la direzione sembra quella giusta. La “farfalla” fa meno paura se sappiamo come affrontarla con coraggio, scienza e un approccio multidisciplinare. E questo, amici miei, è un motivo per guardare al futuro con un cauto, ma rinnovato, ottimismo.
Fonte: Springer
