Giustizia Ambientale al Centro: La Svolta Necessaria nelle Valutazioni Climatiche USA
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta particolarmente a cuore e che sta (finalmente!) guadagnando il centro della scena quando si parla di clima: la giustizia ambientale. Nello specifico, vedremo come questo concetto si sta facendo strada nelle importantissime Valutazioni Climatiche Nazionali (NCA) degli Stati Uniti. Perché è fondamentale? Perché, diciamocelo, il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo.
Cosa sono le Valutazioni Climatiche Nazionali (NCA)?
Dal 1990, negli USA esiste il Global Change Research Program (USGCRP), un programma governativo nato per aiutare la nazione (e il mondo) a capire, prevedere e rispondere ai cambiamenti globali, sia quelli causati dall’uomo che quelli naturali. Uno dei compiti principali dell’USGCRP è pubblicare, ogni quattro anni circa, una Valutazione Climatica Nazionale (NCA). Questi report sono una miniera d’oro di informazioni: analizzano rischi, impatti, opzioni di adattamento e mitigazione legati al clima. Li usano governi a tutti i livelli, policymaker e anche noi cittadini per capire cosa sta succedendo e cosa possiamo fare. Finora ne sono usciti cinque.
Perché la Giustizia Ambientale è Cruciale?
Qui arriva il punto chiave. La scienza del clima è evoluta tantissimo, così come la consapevolezza dei rischi. Ma per troppo tempo, un pezzo fondamentale del puzzle è stato trascurato: la giustizia ambientale (EJ). Di cosa parliamo? L’EJ cerca di affrontare la distribuzione ingiusta dei “pesi” ambientali. Pensateci: chi subisce per primi e in modo peggiore gli effetti del cambiamento climatico? Spesso sono proprio le comunità che hanno contribuito meno alle emissioni di gas serra. Parliamo di comunità a basso reddito, minoranze etniche, popolazioni indigene.
L’ingiustizia non è solo nella distribuzione degli impatti (giustizia distributiva), ma anche nel processo decisionale: chi decide? Chi viene ascoltato? (giustizia procedurale). E ancora, quali gruppi e quali saperi vengono riconosciuti come validi? (giustizia riconoscitiva). Senza considerare queste dimensioni, le nostre strategie per affrontare la crisi climatica saranno sempre incomplete. Mettere l’EJ al centro significa integrare diverse prospettive e dati per capire come le ingiustizie storiche e attuali amplifichino i rischi climatici. Non è solo una questione etica, è una questione di efficacia: solo così possiamo sviluppare risposte davvero utili e durature.
Uno Sguardo al Passato: L’EJ nelle NCA Precedenti
Facciamo un viaggio nel tempo e vediamo come le NCA hanno trattato (o non trattato) l’EJ.
* NCA1 (2000, Amministrazione Clinton): Il primo report fu pionieristico nell’allertare sui rischi climatici, ma l’EJ era praticamente assente. C’era un capitolo sui Popoli Nativi, ma poca attenzione alle dimensioni umane più ampie o alle disuguaglianze. La trasparenza e la partecipazione pubblica furono limitate.
* NCA2 (2009, fine Amministrazione Bush/inizio Obama): Sviluppato in un periodo politicamente complesso per il clima, questo report fu criticato per aver minimizzato le dimensioni umane e per una scarsa partecipazione pubblica. L’EJ non era ancora un tema centrale.
* NCA3 (2014, Amministrazione Obama): Qui vediamo un primo, timido passo avanti. Per la prima volta compare il termine “giustizia ambientale”, riconoscendo che impatti climatici colpiscono sproporzionatamente popolazioni a basso reddito e minoranze. C’è stato un tentativo di rendere il processo più inclusivo e orientato all'”actionable science”, la scienza utile per agire. Si inizia a parlare anche di “citizen science”.
* NCA4 (2017/2018, Amministrazione Trump): Nonostante un contesto politico ostile alla scienza del clima, questo report ha sorprendentemente rafforzato l’attenzione all’EJ. Termini come “giustizia sociale”, “giustizia climatica” e persino “razzismo istituzionale” compaiono più spesso. Si inizia a integrare meglio le scienze sociali e si evidenziano i rischi per le popolazioni vulnerabili e i danni economici.

La Svolta con NCA5: L’EJ Prende il Centro della Scena
E arriviamo all’ultimo report, NCA5, pubblicato nel 2023 sotto l’amministrazione Biden, che ha fatto della giustizia ambientale e climatica una priorità (“whole of government approach”, Justice40 Initiative, ecc.). E si vede!
L’NCA5 ha fatto un salto di qualità enorme. L’EJ non è più una nota a margine, ma un quadro analitico usato in molti capitoli, come quello fondamentale su Sistemi Sociali e Giustizia, ma anche in quelli sulla Salute Umana, sulle Tribù e Popoli Indigeni, sull’Adattamento. Si parla esplicitamente di come razzismo sistemico e discriminazione peggiorino gli impatti climatici, ad esempio sulla salute materna o l’accesso all’assistenza sanitaria.
C’è stata una grande attenzione alla diversità degli autori (quasi 500 da tutti gli USA e territori!) e un processo di revisione molto ampio, coinvolgendo esperti e pubblico. Sono stati organizzati workshop specifici sull’EJ, anche in collaborazione con centri di ricerca indigeni come il Rising Voices Center. Si è cercato di usare un linguaggio inclusivo, di coinvolgere le comunità e di rendere le informazioni accessibili e utili, ad esempio traducendo il report in spagnolo e usando forme creative di comunicazione (arte, webinar, mappe interattive).
Integrare l’EJ: Non Solo Parole, Ma Pratiche Concrete
Ok, bello parlare di EJ, ma come si fa a integrarla davvero nella scienza e nelle valutazioni? Non basta aggiungere qualche paragrafo. Serve un cambio di approccio.
Ricerca Transdisciplinare e Collaborativa: Bisogna abbattere i muri tra discipline. Fisici, biologi, ingegneri devono lavorare fianco a fianco con sociologi, antropologi, economisti, esperti di salute pubblica. Ma non solo tra accademici! È fondamentale la ricerca impegnata con la comunità (Community-Engaged Research – CER). Significa costruire processi di ricerca *insieme* alle comunità colpite, riconoscendole come produttrici di conoscenza valida. Dobbiamo ascoltare le loro esperienze, la loro saggezza, le loro speranze (“desire-based research”), non limitarci a documentare i danni (“damage-centered research”).
Equità e Sovranità dei Dati: I dati sono potere. Per fare valutazioni giuste, servono dati che riflettano la realtà delle disuguaglianze. Spesso i dati standard (come quelli del censimento) non colgono le sfumature, rendendo invisibili gruppi come i migranti senza documenti, le comunità LGBTQ+, o chi vive di sussistenza. Dobbiamo usare dati disaggregati, proteggendo la privacy, e integrare saperi diversi, come le conoscenze locali e indigene (Indigenous and Local Knowledge – ILK). Qui entra in gioco la sovranità dei dati, specialmente per le Nazioni Native: il loro diritto di governare la raccolta, la proprietà e l’uso dei loro dati. Non si tratta di usare questi saperi per “validare” la scienza occidentale, ma di riconoscerne la pari dignità.

Rendere la Scienza Usabile e Accessibile: A che serve produrre report complessi se poi nessuno li usa o li capisce? Le informazioni devono essere rilevanti per i contesti locali, tempestive, credibili e accessibili. Questo richiede un dialogo continuo tra scienziati e “utenti” (comunità, decisori politici). Programmi come il NOAA-RISA (Regional Integrated Sciences and Assessment) sono ottimi esempi: team di scienziati che collaborano con le comunità per capire i bisogni, co-produrre informazioni utili e esplorare soluzioni. Bisogna superare le barriere linguistiche e culturali, e pensare anche a chi ha accesso limitato alle piattaforme digitali.
Raccomandazioni per il Futuro: La Strada da Seguire
Il percorso è tracciato, ma c’è ancora lavoro da fare. Basandoci sull’esperienza e sulle analisi, ecco alcune raccomandazioni chiave per rendere le future NCA (e valutazioni simili a livello statale o locale) ancora più centrate sulla giustizia ambientale:
- Rafforzare l’architettura istituzionale: Creare strutture stabili per includere saperi comunitari, ILK ed esperienze vissute, rispettando etica e diritti (consenso informato, proprietà intellettuale).
- Garantire continuità: Assicurare che l’attenzione all’EJ non dipenda dai cambi di amministrazione politica, mantenendo legami tra valutazioni e ricerca partecipata.
- Creare un gruppo di lavoro EJ: Un team dedicato all’interno dell’USGCRP per consigliare su come integrare l’EJ.
- Supportare le comunità: Fornire risorse e assistenza tecnica alle comunità per partecipare alla ricerca e allo sviluppo delle valutazioni.
- Ascoltare di più: Aumentare le sessioni di ascolto con le comunità prima, durante e dopo ogni NCA.
- Comunicare meglio: Usare media creativi, formati accessibili (anche offline) e lingue diverse.
- Condividere le buone pratiche: Favorire lo scambio di esperienze sull’integrazione dell’EJ tra gli autori dei diversi capitoli.
- Valorizzare la ricerca comunitaria: Sottolineare come i progetti centrati sulla comunità portino a risposte climatiche più efficaci.
- Valutare l’adattamento: Sviluppare metodi per capire se le strategie di adattamento funzionano davvero per le comunità più vulnerabili.

In conclusione, la giustizia ambientale non è un optional o un tema “sociale” separato dalla scienza “dura”. È una lente fondamentale per capire la crisi climatica nella sua complessità e per costruire risposte che siano non solo scientificamente solide, ma anche eque ed efficaci per tutti. Il cammino delle NCA mostra un progresso incoraggiante, passando da una quasi totale assenza dell’EJ a un ruolo sempre più centrale nell’NCA5. È una tendenza che unisce scienze fisiche, sociali, umanistiche e l’attivismo, e che dobbiamo assolutamente continuare a coltivare. Solo così potremo affrontare davvero le sfide che abbiamo davanti.
Fonte: Springer
