Immagine concettuale che rappresenta l'ottimismo globale. Un globo terrestre stilizzato con alcune aree luminose (simbolo di alto ottimismo, es. Sud America) e altre più scure (es. Giappone, Nord Europa). Intorno al globo, volti diversi per etnia ed età mostrano espressioni varie, dal sorriso speranzoso alla riflessione. Luce calda e diffusa, obiettivo 50mm, profondità di campo media per mantenere a fuoco sia il globo che alcuni volti.

Giro del Mondo dell’Ottimismo: Sorprese e Verità da 22 Paesi

Ciao a tutti! Vi siete mai chiesti se l’ottimismo sia uguale dappertutto? Se quella sensazione di aspettarsi “più cose belle che brutte” sia un tratto universale o se cambi radicalmente a seconda di dove vivi, chi sei, quanti anni hai o cosa fai nella vita? Io sì, un sacco di volte. È una di quelle domande che ti fanno riflettere su quanto siamo simili e quanto diversi.

Beh, tenetevi forte, perché uno studio enorme, pubblicato su *Nature Scientific Reports* e basato sui dati del Global Flourishing Study (GFS), ha provato a rispondere proprio a questo, analizzando le risposte di ben 202.898 adulti sparsi in 22 paesi molto diversi tra loro, dall’Argentina al Giappone, dalla Nigeria alla Svezia. E i risultati? Diciamo che qualche sorpresa c’è stata!

Ma allora, l’ottimismo è uguale per tutti? Spoiler: No!

La prima cosa che salta all’occhio è che, no, l’ottimismo non è affatto distribuito uniformemente sul nostro pianeta. I livelli medi variano parecchio da paese a paese. Chi sono i campioni dell’ottimismo secondo questo studio? Rullo di tamburi… il Brasile (con un punteggio medio di 9.22 su 10!) e l’Indonesia (9.15). In fondo alla classifica, invece, troviamo il Giappone (6.74) e il Regno Unito (6.99).

Interessante notare che molti paesi considerati più “collettivisti” (come Brasile, Filippine, Nigeria, Kenya) sembrano essere nelle prime posizioni (con l’eccezione notevole del Giappone), mentre diversi paesi ricchi e considerati più “individualisti” (come Stati Uniti, Germania, Svezia, Regno Unito) si piazzano più in basso. Questo è un po’ controintuitivo rispetto a studi passati che collegavano l’individualismo a un maggiore ottimismo. Cosa sta succedendo? Forse le metodologie diverse degli studi giocano un ruolo, o forse stiamo assistendo a un calo reale dell’ottimismo in alcune nazioni ricche, magari legato alle recenti crisi, alla pandemia, o a un senso di incertezza sul futuro economico, specialmente tra i giovani? È una domanda aperta che merita sicuramente approfondimento.

Un altro dato curioso riguarda la disuguaglianza nell’ottimismo all’interno di ciascun paese, misurata con il coefficiente di Gini (sì, quello usato di solito per il reddito!). Sembra che i paesi con un livello medio di ottimismo più basso tendano anche ad avere una maggiore disuguaglianza nella sua distribuzione. E, di nuovo, sono spesso i paesi ricchi e individualisti a mostrare maggiore disparità interna. Forse i valori culturali contano più delle risorse materiali nel distribuire l’ottimismo in modo più equo?

Fotografia macro di una mappa del mondo antica e leggermente usurata, illuminata da una luce calda laterale. Una lente d'ingrandimento è posizionata sopra il Brasile, facendolo apparire vivido e a fuoco, mentre il Giappone e il Regno Unito sono leggermente fuori fuoco e in ombra sullo sfondo. Obiettivo macro 100mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sul Brasile.

Chi tende ad essere più ottimista? I fattori chiave

Ok, le differenze tra paesi sono affascinanti, ma cosa ci dice lo studio sulle persone all’interno dei paesi? Mettendo insieme i dati di tutte le nazioni (con una tecnica chiamata meta-analisi), emergono alcuni profili che, in media, tendono ad essere più ottimisti:

  • L’età conta: Sorprendentemente, forse, le persone più anziane (dagli 80 anni in su) riportano livelli di ottimismo mediamente più alti rispetto ai giovani adulti (18-24 anni). Sembra che l’ottimismo cresca con l’età, almeno in generale.
  • Genere: Le donne tendono ad essere leggermente più ottimiste degli uomini. Tuttavia, chi si identifica con un genere diverso da maschile o femminile riporta livelli di ottimismo significativamente più bassi (anche se i ricercatori invitano alla cautela su questo dato, visto il piccolo numero di persone in questa categoria in molti paesi).
  • Stato civile: Essere sposati sembra associato a un maggiore ottimismo rispetto all’essere single, divorziati o vedovi.
  • Lavoro ed Educazione (Status Socioeconomico): Qui non ci sono grosse sorprese. Le persone occupate (sia dipendenti che autonomi) sono più ottimiste dei disoccupati. E chi ha livelli di istruzione più alti (più anni di studio) tende ad essere più ottimista. Sembra che avere risorse socioeconomiche aiuti a guardare al futuro con più fiducia.
  • Religione: Frequentare regolarmente funzioni religiose (una o più volte a settimana) è associato a livelli di ottimismo decisamente più alti rispetto a chi non le frequenta mai. Questo legame emerge un po’ ovunque, anche in paesi considerati molto secolarizzati.
  • Origine: Essere nati nel paese in cui si vive è associato a un ottimismo leggermente superiore rispetto agli immigrati, ma la differenza è davvero minima in media.

Ma attenzione: il contesto è tutto!

Se i trend generali sono interessanti, la vera ricchezza di questo studio sta nel mostrare come questi fattori giochino in modo diverso a seconda del paese. Quello che vale in media, non vale per forza ovunque!

Prendiamo l’età: se in quasi tutti i paesi nordamericani, sudamericani ed europei l’ottimismo cresce con gli anni, in Asia e Africa i pattern sono molto vari. In India, ad esempio, l’ottimismo diminuisce con l’età, mentre in Giappone aumenta. In Kenya non sembra esserci un legame chiaro, in Tanzania diminuisce. È incredibile come la cultura e il contesto sociale possano plasmare la nostra visione del futuro in modi così diversi a seconda della fase della vita!

Anche l’impatto dello status socioeconomico varia. Se è vero che quasi ovunque chi ha un lavoro e più istruzione è più ottimista, l’effetto della disoccupazione sembra essere particolarmente pesante nei paesi individualisti. Forse perché in queste culture il successo personale è così centrale che la mancanza di lavoro colpisce più duramente l’autostima e la visione del futuro? Nei paesi a medio reddito, invece, i disoccupati mostrano livelli di ottimismo sorprendentemente alti (pensate al Brasile o al Messico). Forse lì contano di più altri fattori, come le reti sociali o una diversa aspettativa culturale?

E ancora, sebbene le persone sposate siano mediamente più ottimiste, questo si vede sia in paesi con bassi tassi di divorzio (India) che con alti tassi (Spagna), o con culture dove essere single è comune (Svezia). Insomma, le dinamiche sono complesse.

Fotografia stile reportage, obiettivo 35mm, bianco e nero con forte contrasto (stile film noir). A sinistra, un uomo anziano giapponese sorride serenamente guardando fuori da una finestra in una stanza minimalista. A destra, un giovane indiano guarda verso il basso con espressione preoccupata, seduto su una scalinata affollata. La divisione tra le due immagini è netta, a simboleggiare i diversi pattern di ottimismo legati all'età.

Perché tutto questo ci interessa?

Capire come l’ottimismo si distribuisce nel mondo e tra diversi gruppi sociali non è solo una curiosità accademica. L’ottimismo è considerato una risorsa psicologica importante, legata a una migliore salute fisica e mentale, a stili di vita più sani e a una maggiore resilienza di fronte alle difficoltà.

Se scopriamo che alcuni gruppi (come i giovani in certi paesi ricchi, le persone con basso status socioeconomico, le minoranze di genere) sono sistematicamente meno ottimisti, questo ci dice dove potrebbero esserci delle vulnerabilità e dove interventi mirati potrebbero fare la differenza.

Esistono già programmi pensati per coltivare l’ottimismo, e alcuni studi mostrano che possono funzionare. Ma questo studio ci ricorda che non basta una soluzione unica per tutti. Bisogna pensare ad approcci culturalmente appropriati e accessibili, specialmente per i gruppi più svantaggiati.

Inoltre, non si tratta solo di “insegnare” l’ottimismo alle persone. Dobbiamo chiederci quali condizioni sociali, economiche e strutturali favoriscono o ostacolano una visione positiva del futuro. Forse agire su quelle condizioni è la chiave per promuovere un benessere più equo e diffuso.

Insomma, questo viaggio nell’ottimismo globale ci lascia con un quadro affascinante e complesso. Ci dice che sì, tendiamo ad essere creature speranzose, ma il modo e l’intensità con cui guardiamo al futuro sono profondamente influenzati da dove e come viviamo. E capire queste differenze è il primo passo per costruire società dove il “bicchiere mezzo pieno” sia una prospettiva accessibile a molti di più.

Fonte: Springer

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