Un gruppo eterogeneo di giovani adolescenti di origine sud asiatica (afghani, pakistani, indiani, bengalesi) che interagiscono in un ambiente urbano moderno nel Regno Unito, alcuni seduti su una panchina a chiacchierare, altri in piedi. Prime lens, 35mm, depth of field, luce naturale pomeridiana, colori realistici e vibranti.

Giovani Sud Asiatici nel Regno Unito: Allarme Sedentarietà! Scopri Chi Rischia di Più e Perché Dovremmo Preoccuparci

Ehilà, amici lettori! Oggi voglio parlarvi di un argomento che, lo ammetto, mi ha fatto parecchio riflettere: quanto tempo passiamo seduti? E, più nello specifico, come se la cavano i giovani di origine sud asiatica che vivono nel Regno Unito? Mi sono imbattuto in uno studio scientifico intitolato “A cross-sectional study exploring the sitting time of afghans and other South Asian youth in the UK” e, ve lo dico subito, i risultati sono un campanello d’allarme bello forte.

Un problema globale che tocca da vicino

Partiamo da un presupposto: stare troppo seduti, quello che gli esperti chiamano “tempo di sedentarietà” (ST), non è proprio un toccasana per la salute. Anzi, è un fattore che contribuisce all’obesità e a un sacco di malattie non trasmissibili (le cosiddette NCDs), come il diabete di tipo 2 e i problemi cardiovascolari. E la cosa preoccupante è che questa tendenza a passare ore e ore sulla sedia è in aumento, soprattutto tra i giovani. Pensate che, già prima della pandemia di COVID-19, in Europa ben il 76.8% degli adolescenti tra i 15 e i 17 anni passava più di 4.5 ore al giorno seduto! E il COVID, diciamocelo, non ha certo aiutato.

Ma c’è di più. Sembra che questo problema non colpisca tutti allo stesso modo. Le comunità British South Asian (BSA), che includono persone di origine afghana, bengalese, indiana e pakistana, sembrano essere particolarmente a rischio. Questi gruppi, infatti, mostrano una maggiore prevalenza di NCDs e di problemi legati alla sedentarietà, come obesità e diabete di tipo 2, rispetto alla popolazione generale del Regno Unito. Addirittura, il rischio di malattie cardiache per i BSA adulti è doppio! E, purtroppo, questi rischi si stanno diffondendo anche tra i più giovani delle minoranze etniche.

Chi sono i giovani “British South Asians” (BSA) e perché questo studio è importante?

Quando parliamo di BSA, ci riferiamo a una delle minoranze etniche più grandi e in rapida crescita nel Regno Unito. Nonostante ciò, la ricerca sul tempo di sedentarietà specifico per i giovani BSA è ancora limitata. Spesso, questi gruppi vengono trattati come un blocco unico, ma la verità è che ci sono differenze culturali, sociali e religiose significative tra afghani, bengalesi, indiani e pakistani che potrebbero influenzare i loro stili di vita. Pensateci: le norme culturali, le pratiche religiose, le differenze generazionali tra immigrati di prima generazione e giovani nati in Gran Bretagna, le aspettative di genere e i fattori socioeconomici possono variare tantissimo!

Ecco perché lo studio che vi racconto oggi è così interessante. È il primo, a quanto ne so, che ha provato a esplorare e confrontare le differenze nel tempo di sedentarietà all’interno delle diverse etnie BSA, includendo specificamente la popolazione afghana nel Regno Unito, spesso trascurata dalla ricerca. L’obiettivo? Capire se ci sono pattern specifici e fattori che contribuiscono alla sedentarietà in questi gruppi, per poter poi sviluppare interventi mirati e culturalmente appropriati.

Un gruppo di adolescenti di origine sud asiatica, maschi e femmine, seduti su delle gradinate di una scuola nel Regno Unito durante una pausa, alcuni chattano al telefono, altri parlano tra loro. Prime lens, 35mm, depth of field, luce naturale filtrata, colori tenui e realistici.

I ricercatori hanno coinvolto 191 giovani BSA (93 femmine e 98 maschi) con un’età media di circa 15 anni e mezzo, provenienti dalla regione delle West Midlands. Hanno raccolto i dati sul tempo trascorso seduti usando un questionario standardizzato, l’International Physical Activity Questionnaire—Short Form (IPAQ-SF), che chiede quante ore si passano seduti negli ultimi 7 giorni.

I risultati: chi sta seduto di più?

E veniamo al dunque. I risultati, analizzati con un approccio statistico bayesiano (molto figo, ma non vi annoio con i dettagli tecnici!), hanno mostrato una cosa chiara: la maggioranza dei giovani BSA, indipendentemente dall’etnia, passa troppo tempo seduta. Un dato che, francamente, è preoccupante.

Ma le differenze ci sono, eccome!

  • I giovani di origine indiana sono risultati quelli con il tempo medio di sedentarietà più alto: circa 482 minuti al giorno (cioè poco più di 8 ore!).
  • All’estremo opposto, i giovani di origine afghana hanno mostrato il tempo medio di sedentarietà più basso: circa 344 minuti al giorno (quasi 5 ore e tre quarti).
  • I giovani di origine bengalese si attestano su una media di 300 minuti (5 ore) e quelli di origine pakistana su 390 minuti (6 ore e mezza).

Queste cifre, anche se medie, ci dicono che c’è una variabilità notevole, ma il trend è chiaro. Confrontando le coppie di etnie, è emersa una probabilità molto alta che i giovani indiani stiano seduti significativamente più a lungo degli afghani, e lo stesso vale per il confronto tra pakistani e afghani. Anche tra bengalesi e indiani le differenze sono marcate.

E il genere? Lo studio ha anche analizzato se ci fossero differenze tra maschi e femmine all’interno di ciascun gruppo etnico. In generale, sia maschi che femmine indiani e pakistani mostrano tempi di sedentarietà più alti rispetto ad afghani e bengalesi. Gli indiani, maschi e femmine, sono sempre in cima alla classifica dei più sedentari, mentre gli afghani, maschi e femmine, in fondo. Tuttavia, le differenze di genere all’interno di ciascun gruppo etnico non sembrano essere così pronunciate, c’è molta sovrapposizione.

Seduti sì, ma attivi? Il paradosso dell’MVPA

Un altro aspetto interessante emerso è la relazione tra il tempo seduti (ST) e l’attività fisica da moderata a vigorosa (MVPA). Potremmo pensare che chi fa più attività fisica stia meno seduto, giusto? Beh, non è così semplice. Lo studio suggerisce una relazione non lineare: a bassi livelli di MVPA (fino a circa 200 minuti a settimana), il tempo seduti rimane relativamente stabile. Ma quando l’MVPA aumenta oltre questo punto, si nota un aumento anche del tempo seduti! Questo significa che gli individui che fanno più attività fisica da moderata a vigorosa tendono anche a passare più tempo seduti. Un paradosso, no? Questo potrebbe indicare che chi fa molta attività fisica poi “compensa” stando seduto di più in altri momenti, un fenomeno già osservato in altre ricerche.

Precedenti studi avevano indicato che i giovani indiani e pakistani avevano livelli medi settimanali di MVPA più alti rispetto ai giovani afghani e bengalesi. Questi nuovi dati sul tempo seduti sembrano andare di pari passo: più MVPA, ma anche più tempo seduti per indiani e pakistani. Al contrario, i giovani afghani e bengalesi, che facevano meno MVPA, risultano anche quelli che stanno meno seduti. Questo potrebbe suggerire che questi ultimi passino più tempo in attività fisica leggera.

Un'infografica stilizzata che mostra le silhouette di quattro giovani di diverse etnie sud asiatiche (afghana, bengalese, indiana, pakistana) con accanto delle barre che indicano il loro tempo medio di sedentarietà giornaliero. Macro lens, 60mm, high detail, precise focusing, controlled lighting con colori vivaci e contrastanti per le barre.

Perché queste differenze? Ipotesi e fattori culturali

Capire il perché di queste differenze è fondamentale. Lo studio non indaga direttamente le cause, ma possiamo fare delle ipotesi. Come accennavo prima, fattori culturali, religiosi, socioeconomici e le aspettative familiari giocano un ruolo. Ad esempio, ricerche precedenti hanno evidenziato come i genitori BSA incoraggino i figli a concentrarsi di più sulle materie accademiche che sull’educazione fisica. L’atteggiamento generale verso l’attività fisica e la salute potrebbe essere influenzato dalla scarsa conoscenza dei genitori sull’importanza di questi aspetti.

Inoltre, le comunità delle minoranze etniche nei paesi ad alto reddito spesso condividono uno status socioeconomico più basso e maggiori privazioni sanitarie, che impattano negativamente sulla salute. Per esempio, analisi epidemiologiche in Inghilterra hanno riportato che pakistani, bengalesi e altre minoranze etniche si trovano spesso nei decili più bassi di deprivazione. Lo status socioeconomico delle popolazioni afghane nel Regno Unito è meno compreso, forse a causa di fattori di rischio diversi, principalmente legati alla migrazione.

È interessante notare che un sondaggio dell’OMS in Afghanistan aveva già riportato alti livelli di sedentarietà e bassi livelli di attività fisica tra la popolazione afghana, il che potrebbe indicare stili di vita predisponenti già nel paese d’origine, che si sommano a quelli esistenti nei paesi ad alto reddito, specialmente tra i giovani.

Il ruolo cruciale di famiglia, scuola e comunità

Cosa possiamo fare, quindi? I risultati di questo studio sottolineano l’urgenza di interventi di salute pubblica che promuovano sia l’attività fisica sia strategie per ridurre il tempo seduti. E questi interventi devono essere culturalmente sensibili e su misura per le esigenze specifiche di ogni gruppo etnico. Non si può fare di tutta l’erba un fascio!

Targettizzare i giovani in questa fascia d’età è vitale. Scuole, luoghi di culto e comunità potrebbero facilitare interventi su misura che aiutino a ridurre il tempo seduti e ad aumentare l’attività fisica. Questo potrebbe portare i giovani a sviluppare uno stile di vita sano e attivo fin da piccoli, con benefici enormi per la salute a lungo termine. Pensate che i bambini o i giovani con comportamenti non salutari, incluso il tempo prolungato seduti, hanno una probabilità cinque volte maggiore di diventare obesi da adulti.

È fondamentale coinvolgere anche i genitori. Aumentare la loro consapevolezza sull’importanza di ridurre la sedentarietà e promuovere l’attività fisica può avere un impatto enorme sui figli, non solo sulla salute ma anche sul rendimento scolastico. I genitori, infatti, possono influenzare i comportamenti dei figli facendo da modello, fornendo supporto economico e incoraggiamento.

Non dimentichiamo le barriere specifiche, soprattutto per le ragazze di minoranze etniche. Aspettative culturali che vedono le femmine BSA come “casalinghe” potrebbero far sentire loro che uno stile di vita attivo sia un ostacolo a questo ruolo. Alcune forme di esercizio, come le attività di danza, potrebbero essere percepite come culturalmente inappropriate. E le ideologie religiose, come quelle Sikh e Islamiche, che proibiscono l’attività fisica mista, devono essere considerate.

Una scena in una palestra scolastica o comunitaria nel Regno Unito, con giovani ragazze di origine sud asiatica che partecipano a un'attività fisica per sole donne, guidate da un'istruttrice. Telephoto zoom, 100mm, fast shutter speed, action tracking, illuminazione interna brillante.

Limiti dello studio e prospettive future

Come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. Si è concentrata sulle differenze nel tempo seduti tra giovani BSA in una specifica area geografica del Regno Unito (le West Midlands) e ha usato questionari auto-riferiti, che possono essere soggetti a bias (magari uno tende a sottostimare o sovrastimare quanto sta seduto). Inoltre, non esplora le ragioni qualitative dietro questi comportamenti.

Per il futuro, sarebbe fantastico vedere studi longitudinali che utilizzino misure oggettive del tempo seduti (come gli accelerometri) e che indaghino più a fondo i fattori socioeconomici, l’alimentazione, l’indice di massa corporea e i motivi specifici che portano a una maggiore sedentarietà in certi gruppi. Soprattutto, c’è bisogno di più ricerca sulla crescente popolazione afghana nel Regno Unito, finora poco studiata.

In conclusione, questo studio ci lancia un messaggio forte e chiaro: la sedentarietà è un problema serio tra i giovani British South Asian, con differenze significative tra le varie etnie. C’è un bisogno urgente di strategie mirate e culturalmente appropriate per incoraggiare uno stile di vita più attivo e meno sedentario. E, credetemi, è una sfida che riguarda tutti noi, perché la salute delle future generazioni è un patrimonio da proteggere.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *