Fotografia paesaggistica, grandangolo 20mm, foresta boreale svedese gestita per uso multiplo, alberi di pino silvestre ben distanziati (strategia CWL) che permettono alla luce solare di raggiungere il suolo ricco di licheni argentati, alcune renne pascolano pacificamente tra gli alberi, luce dorata del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre, messa a fuoco nitida su tutta la scena.

Foreste Svedesi: Si Può Avere Legno e Renne Felici Nello Stesso Bosco?

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio virtuale nelle immense foreste boreali della Svezia settentrionale. Immaginatevi questi paesaggi sconfinati, dominati dal pino silvestre, terre che da secoli sono la casa e la fonte di sostentamento per il popolo indigeno Sámi e le loro renne, ma anche una risorsa fondamentale per l’industria del legno. Sembra un idillio, vero? Eppure, c’è un “ma”.

Il Dilemma: Modernità vs Tradizione

Vedete, la gestione forestale moderna, quella che punta a massimizzare la produzione di legname, ha portato a creare boschi molto, molto fitti. Alberi vicinissimi, chiome dense che formano una sorta di tetto verde scuro. Bello da vedere, forse, ma c’è un problema: pochissima luce riesce a filtrare fino al suolo. E chi ne soffre di più? I licheni terricoli, quel tappeto argenteo o verdognolo che è la principale fonte di cibo per le renne, soprattutto durante i lunghi inverni.

Negli ultimi decenni, studi sia in Svezia che in Finlandia hanno mostrato un calo preoccupante di questi licheni, e la causa sembra proprio legata a come sono cambiate le foreste. Meno luce, meno licheni. Meno licheni, più difficoltà per le renne e per la pastorizia Sámi, un sistema basato sulla mobilità, la flessibilità e la diversità degli habitat per far fronte alle variazioni stagionali e annuali delle risorse.

Quindi, la domanda che mi (e molti ricercatori) si sono posti è: è possibile trovare un modo per gestire queste foreste che permetta di raccogliere legna in modo economicamente sensato, ma allo stesso tempo garantisca alle renne di trovare abbastanza cibo? Una sorta di “convivenza pacifica” tra motoseghe e pascoli.

Alla Ricerca di una Soluzione: Lo Studio sul Campo (Simulato)

Per cercare una risposta, abbiamo messo in piedi uno studio affascinante, anche se basato su modelli e dati raccolti da esperimenti a lungo termine (alcuni partiti addirittura negli anni ’60!). Ci siamo concentrati su siti forestali a bassa fertilità, quelli dove il pino silvestre cresce naturalmente e dove i licheni dovrebbero trovarsi a loro agio.

Abbiamo simulato diversi scenari partendo da diverse densità iniziali di alberi (600, 1200 e 1800 alberi per ettaro quando raggiungono i 10 metri di altezza) e abbiamo applicato due strategie di diradamento (il taglio selettivo degli alberi per dare più spazio e luce agli altri):

  • BAU (Business As Usual): La strategia standard, quella usata oggi. Si dirada quando il bosco diventa troppo fitto (circa 25 m²/ha di area basale), togliendo un 25-30% degli alberi, soprattutto i più piccoli, e si smette di diradare quando gli alberi superano i 21 metri di altezza.
  • CWL (Combined Wood and Lichen): Una strategia pensata apposta per favorire i licheni. Si inizia a diradare un po’ prima (appena prima dei 20 m²/ha) e si taglia di più (il 40%, lasciando circa 12 m²/ha), sempre togliendo gli alberi più piccoli. E, cosa importante, si continua a diradare per tutta la vita del bosco, anche quando gli alberi sono alti. L’idea è mantenere la foresta più “aperta” e luminosa.

Fotografia paesaggistica, grandangolo 15mm, foresta boreale svedese in inverno, pini silvestri fitti e scuri (strategia BAU) con poca luce al suolo, in contrasto netto con un'area adiacente più rada e luminosa (strategia CWL) dove pascola un piccolo gruppo di renne tra chiazze di lichene sulla neve, luce invernale diffusa, messa a fuoco nitida.

Abbiamo poi analizzato i risultati guardando a tre cose principali: quanta legna si produce (volume), quanto diventano grandi gli alberi e, ovviamente, quanto si guadagna (usando un indicatore chiamato Land Expectation Value – LEV, che tiene conto dei costi e dei ricavi lungo tutta la vita della foresta, attualizzati ad oggi, e anche il flusso di cassa – CF).

Risultati Sorprendenti: Meno Legno, Ma Non Necessariamente Meno Guadagno

Allora, cosa abbiamo scoperto? Beh, come c’era da aspettarsi, la strategia CWL, quella “pro-licheni”, porta a una produzione totale di legno leggermente inferiore rispetto alla BAU. Si parla di un calo del 10-20% nel tasso medio di crescita annuo (MAI). Sembra tanto? Forse, ma considerate che stiamo parlando di siti poco produttivi già in partenza. In termini assoluti, la differenza non è poi così drammatica.

Ma ecco il bello: dal punto di vista economico, le cose si fanno interessanti. Nonostante la minor produzione, la strategia CWL, specialmente se abbinata a una densità iniziale più bassa (piantando meno alberi all’inizio, tipo 600 per ettaro), ha mostrato un ritorno economico (LEV) spesso *superiore* a quello della strategia tradizionale BAU! Com’è possibile? Principalmente per due motivi:

  1. Costi iniziali minori: Piantare meno alberelli costa meno all’inizio, e questo risparmio iniziale pesa molto nel calcolo del LEV, che “sconta” i flussi futuri.
  2. Ricavi anticipati: Con la CWL si fanno diradamenti più frequenti e anche in fasi più avanzate. Questo significa incassare soldi dalla vendita del legno diradato prima e più spesso, il che migliora il bilancio economico attualizzato.

Certo, se guardiamo al semplice flusso di cassa annuale (senza attualizzazione), la BAU tende a generare di più, ma il LEV ci dà una visione più completa dell’investimento a lungo termine.

Fotografia forestale, obiettivo 50mm, profondità di campo media, foresta di pini silvestri gestita con diradamento intenso (strategia CWL), alberi più grandi e ben distanziati, luce solare che filtra abbondantemente raggiungendo il suolo coperto di licheni argentati, atmosfera ariosa, dettagli nitidi sulla corteccia ruvida e sui licheni.

Alberi Più Grandi e Altri Vantaggi

Un altro risultato notevole è che con la strategia CWL si ottengono alberi mediamente più grandi (diametro maggiore) ma in numero minore per ettaro al momento del taglio finale. Boschi meno fitti, con alberi più maestosi… non vi sembra un paesaggio più piacevole anche per una passeggiata? Questo potrebbe aumentare il valore ricreativo della foresta. E alberi più grandi e una struttura più varia potrebbero anche essere un bene per la biodiversità in generale, non solo per i licheni.

Ovviamente, abbiamo basato la nostra ipotesi sul fatto che meno densità = più luce = più licheni, supportati da studi precedenti. Non abbiamo misurato direttamente i licheni in questa simulazione, ma è un presupposto fondato.

Non è Tutto Oro Quel Che Luccica: Il Rischio Vento

C’è un però. Diradare pesantemente, soprattutto quando gli alberi sono già alti e vecchi come previsto dalla CWL, li rende più vulnerabili. Il rischio di danni da vento aumenta. È uno dei motivi per cui le linee guida attuali (BAU) sono più caute sui diradamenti tardivi. È un fattore da non sottovalutare e che andrà gestito con attenzione se si adotta una strategia come la CWL.

Fotografia naturalistica, teleobiettivo zoom 200mm, messa a fuoco selettiva su un lichene terrestre (Cladonia rangiferina) che cresce rigoglioso sul suolo sabbioso di una foresta di pini rada (CWL), sullo sfondo sfocato si vedono i tronchi distanziati degli alberi e una renna che bruca tranquillamente, luce laterale dorata che evidenzia la texture spugnosa del lichene.

Insomma, Si Può Fare?

La morale della favola? Questo studio suggerisce che, almeno su questi terreni forestali nordici poco fertili, adattare la gestione forestale per favorire i licheni e quindi le renne è possibile senza dover necessariamente sacrificare la redditività economica, anzi, in alcuni casi potrebbe persino migliorarla se consideriamo l’intero ciclo di vita dell’investimento.

Certo, si produce un po’ meno legno in volume totale, ma si ottengono alberi più grandi, si favorisce (presumibilmente) un ecosistema fondamentale per la cultura Sámi e si potrebbe migliorare anche il valore paesaggistico e la biodiversità. È un compromesso, come spesso accade quando si cerca di bilanciare usi diversi dello stesso territorio, ma sembra un compromesso fattibile e potenzialmente vantaggioso sotto molti aspetti.

È un passo avanti importante verso una gestione forestale davvero sostenibile, che non guardi solo ai metri cubi di legno, ma all’intero ecosistema e alle culture che da esso dipendono. Una foresta dove pini, licheni e renne possano continuare a coesistere.

Fonte: Springer

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