Generosità Globale: Chi Dona e Aiuta Davvero nel Mondo? Uno Sguardo da Vicino
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi affascina da sempre: la generosità umana. Vi siete mai chiesti chi sono le persone più propense a fare una donazione in beneficenza o ad aiutare uno sconosciuto per strada? E queste tendenze cambiano da paese a paese? Beh, mi sono imbattuto in uno studio pazzesco, il Global Flourishing Study, che ha cercato di rispondere proprio a queste domande, analizzando i dati di ben 202.898 persone in 22 paesi diversi. Un campione enorme che ci dà una fotografia davvero interessante del comportamento pro-sociale nel mondo.
Preparatevi, perché i risultati sono tutt’altro che scontati e ci dicono molto su come siamo fatti e su come funzionano le nostre società.
Un Mondo di Differenze: Donare e Aiutare Non È Uguale Ovunque
La prima cosa che salta all’occhio è l’enorme divario tra i paesi. Prendiamo le donazioni in beneficenza nell’ultimo mese. Sapete dove sono più comuni? In Indonesia, dove un incredibile 79% delle persone ha dichiarato di aver donato! Seguono il Regno Unito (61%) e l’Egitto (58%). Dall’altra parte della barricata, troviamo il Giappone, con solo il 10% di donatori, seguito dalle Filippine (14%) e dal Sudafrica (19%). Una forbice ampissima, non trovate?
E per quanto riguarda l’aiutare uno sconosciuto? Qui la classifica cambia. Sul podio troviamo la Nigeria (83%), seguita da Egitto (73%) e Brasile (69%). Anche qui, il Giappone si conferma fanalino di coda con un misero 11%, seguito da Polonia (26%) e Tanzania (34%).
Curiosamente, non sembra esserci una correlazione diretta tra la ricchezza di un paese (misurata con il PIL pro capite) e la propensione a donare. Paesi ricchi e poveri si trovano sparsi in tutta la classifica. Il Giappone, terzo per PIL tra i paesi studiati, è ultimo per donazioni. L’Indonesia, decima per PIL, è prima. Insomma, la generosità non è (solo) una questione di portafoglio. Contano molto di più le norme culturali, le tradizioni religiose, le politiche statali (come gli incentivi fiscali), la presenza di organizzazioni non governative e forse anche teorie più complesse come la “social origins theory”, che collega la generosità al tipo di democrazia e welfare state.

Chi Dona di Più? L’Identikit del Donatore Tipo (Ma con Sorprese)
Analizzando i dati aggregati di tutti i 22 paesi (con una meta-analisi, per i più tecnici), emergono alcuni pattern interessanti legati alle caratteristiche demografiche.
- Età: Sembra che la tendenza a donare denaro aumenti con l’età. Si passa dal 28% tra i 18-24enni al 59% tra gli over 80. Forse per maggiore stabilità economica o senso di responsabilità sociale?
- Stato Civile: Le persone sposate (40%) e vedove (40%) tendono a donare leggermente di più rispetto ai single (31%) o a chi ha un partner convivente (29%).
- Lavoro: Chi lavora (dipendente o autonomo, 38-40%) e i pensionati (41%) donano di più rispetto agli studenti (28%) e ai disoccupati (26%). Abbastanza intuitivo, probabilmente legato alla disponibilità economica.
- Istruzione: Qui il legame è forte: più si è istruiti, più si dona. Si passa dal 33% di chi ha fino a 8 anni di istruzione al 46% di chi ne ha 16 o più.
- Religione: La frequentazione di servizi religiosi è un fattore importante. Chi non partecipa mai dona nel 29% dei casi, mentre chi partecipa più di una volta a settimana arriva al 51%. Le organizzazioni religiose spesso promuovono attivamente la carità.
- Genere e Immigrazione: Sorprendentemente, a livello globale (nella meta-analisi), non sono emerse differenze significative tra uomini e donne o tra nativi e immigrati riguardo alle donazioni. Tuttavia, guardando ai singoli paesi, le cose si complicano: in alcuni donano più gli uomini (Germania, Tanzania), in altri le donne (Australia, Svezia), in altri ancora non ci sono differenze.
E Chi Aiuta gli Sconosciuti? Un Quadro Diverso
Quando passiamo all’aiuto diretto a sconosciuti, il quadro cambia, soprattutto per quanto riguarda l’età.
- Età: Qui la tendenza si inverte! Sono i più giovani (18-24 anni, 60%) ad aiutare di più, mentre la propensione diminuisce con l’età, scendendo al 48% tra gli over 80. Forse per questioni di salute fisica o minori occasioni di contatto con sconosciuti? Anche qui, però, ci sono eccezioni notevoli in alcuni paesi (Kenya, Polonia, Messico) dove l’età non sembra ridurre l’aiuto.
- Lavoro: Chi lavora (autonomo 63%, dipendente 59%) e gli studenti (58%) sono tra i più propensi ad aiutare. I meno propensi sono i casalinghi (51%) e i pensionati (48%).
- Istruzione e Religione: Come per le donazioni, più istruzione e maggiore frequenza religiosa sono associate a una maggiore propensione ad aiutare gli sconosciuti (chi ha 16+ anni di istruzione aiuta nel 62% dei casi vs 51% di chi ne ha fino a 8; chi frequenta servizi religiosi più di una volta a settimana aiuta nel 64% dei casi vs 51% di chi non frequenta mai).
- Stato Civile, Genere, Immigrazione: Anche per l’aiuto, a livello globale, non emergono differenze significative legate a stato civile, genere o status di immigrato.

Perché Tante Differenze? Il Ruolo del Contesto
Quello che emerge chiaramente è che non esiste un “donatore” o un “aiutante” universale. Le tendenze globali mascherano una notevole eterogeneità tra i paesi. L’associazione tra età e donazioni è forte quasi ovunque, ma quella tra età e aiuto è molto più variabile. Lo stesso vale per l’istruzione e la religione: tendenzialmente positive, ma con eccezioni importanti (es. in Israele, meno istruzione è associata a più donazioni; in Nigeria o Turchia, la frequenza religiosa non sembra legata a donazioni o aiuto in modo significativo).
Questo ci dice che il contesto culturale, sociale, economico e politico gioca un ruolo fondamentale. Le norme sociali su cosa significhi “aiutare”, la fiducia nelle istituzioni (incluse le charity), le politiche di welfare, le tradizioni filantropiche, persino eventi recenti (come la pandemia o conflitti) possono influenzare profondamente questi comportamenti. Pensiamo al Giappone: bassissimi tassi sia di donazioni che di aiuto. Forse per una minore visibilità delle charity, norme sociali diverse sulla generosità pubblica, o una minore religiosità diffusa? O magari i giapponesi esprimono la loro pro-socialità in modi diversi, non catturati da queste specifiche domande (es. pietà filiale)?

Cosa Ci Portiamo a Casa?
Questo studio, pur con i suoi limiti (autodichiarazioni, definizioni ampie di “aiuto” e “carità”, dati raccolti in un momento specifico), ci offre spunti preziosi.
Primo: la generosità è multiforme. Donare denaro e aiutare direttamente sono due cose diverse, influenzate da fattori demografici a volte opposti (come l’età) e con pattern geografici distinti. Non possiamo dare per scontato che chi dona sia anche chi aiuta, e viceversa.
Secondo: il contesto è re. Le medie globali sono utili, ma le differenze tra paesi e all’interno dei paesi sono enormi. Ogni intervento volto a promuovere la pro-socialità deve essere calato nella realtà locale, tenendo conto delle norme culturali, delle strutture sociali e delle risorse disponibili. Un approccio “taglia unica” è destinato a fallire.
Terzo: ci sono implicazioni pratiche importanti. Le organizzazioni non profit possono usare questi dati per capire meglio chi sono i loro potenziali donatori o volontari in specifiche aree geografiche e adattare le loro campagne. I governi possono riflettere su come incentivare diverse forme di generosità (es. incentivi fiscali per le donazioni dove sono basse, programmi educativi sull’aiuto reciproco dove questo è meno comune) o come rafforzare le infrastrutture sociali che facilitano questi comportamenti.
Insomma, capire chi dona e chi aiuta nel mondo è un puzzle complesso, ma studi come questo ci aiutano a mettere insieme i pezzi. E ci ricordano che, al di là dei numeri, la capacità umana di prendersi cura degli altri è una risorsa fondamentale per il benessere individuale e collettivo, una risorsa che vale la pena coltivare, in tutte le sue forme e in ogni angolo del pianeta.
Fonte: Springer
