Fotografia paesaggistica epica, obiettivo grandangolare 18mm, Parco Nazionale Etosha, Namibia, al tramonto. Il sole infuocato scende sulla vasta savana punteggiata da acacie, una giraffa solitaria si staglia contro il cielo colorato, simboleggiando la bellezza selvaggia e le sfide future della conservazione e dell'uso del suolo. Messa a fuoco nitida, lunga esposizione per nuvole soffuse.

Etosha, Cuore Selvaggio della Namibia: Scenari Futuri tra Conservazione, Comunità e Sfide Climatiche

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio virtuale in un angolo di mondo davvero speciale: la Namibia, e più precisamente l’area che circonda il famoso Parco Nazionale Etosha. È un luogo di bellezza selvaggia, di paesaggi aridi ma vibranti di vita, dove la conservazione della natura si scontra e si intreccia quotidianamente con le esigenze delle comunità locali e le sfide globali come i cambiamenti climatici. Recentemente, mi sono imbattuto in uno studio affascinante (di cui troverete il link alla fine) che cerca di immaginare il futuro di questa regione, ed è di questo che voglio parlarvi.

Parliamoci chiaro: gestire paesaggi come quello di Etosha, dove convivono aree protette, allevamento, agricoltura e insediamenti umani, è una sfida enorme. Queste terre aride, che coprono una bella fetta dell’Africa, sono sempre più sotto pressione. Da un lato, c’è la spinta, giustissima, a proteggere la biodiversità, espandendo le aree di conservazione. La Namibia, da questo punto di vista, è un modello, avendo protetto oltre il 40% del suo territorio! Dall’altro, però, i cambiamenti nell’uso del suolo e nella sua copertura (quello che gli esperti chiamano LULCC – Land Use and Land Cover Change), spesso legati all’agricoltura o all’espansione urbana, frammentano gli habitat e minacciano proprio quella biodiversità che si cerca di salvare. Aggiungeteci i capricci del clima che cambia, e capirete che il quadro è complesso.

Capire il Passato per Immaginare il Futuro

La cosa che mi ha colpito di più dello studio è l’approccio: non si sono limitati a numeri e mappe satellitari. Hanno fatto una cosa fondamentale: hanno ascoltato le persone. Hanno riunito agricoltori, rappresentanti delle comunità locali, gestori dei parchi, autorità tradizionali, ricercatori, ONG… insomma, tutti coloro che vivono e lavorano in quell’area e che hanno voce in capitolo sul suo futuro.

Insieme, hanno ricostruito la storia recente del paesaggio, identificando gli eventi chiave e i motori del cambiamento passati (dal 1966 al 2000) e presenti (dal 2000 al 2022). Cosa è emerso? Nel passato, le politiche governative, la variabilità climatica (sì, le siccità e le inondazioni hanno sempre scandito la vita qui), la disponibilità di risorse naturali e l’urbanizzazione sono stati i fattori principali. Più di recente, la crescita delle conservancies (aree comunitarie dedicate alla conservazione e al turismo sostenibile – un vanto della Namibia!), la gestione delle risorse, i conflitti tra uomo e fauna selvatica (un tema caldissimo!), gli incendi, la crescita demografica e l’espansione agricola hanno preso il sopravvento.

Fotografia paesaggistica grandangolare, 15mm, della vasta piana salina del Parco Nazionale Etosha in Namibia all'alba, con luce dorata, messa a fuoco nitida, cielo terso con qualche nuvola sottile, una mandria di zebre in lontananza vicino a una pozza d'acqua, long exposure per acqua liscia.

Tre Scenari per il Domani (2030 e 2063)

Basandosi su queste discussioni e integrando dati scientifici, il team ha delineato tre possibili futuri per l’area di Etosha, guardando sia al breve termine (2030, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU) sia al lungo termine (2063, anno simbolo per l’Agenda dell’Unione Africana). Vediamoli insieme, perché ci dicono molto sulle scelte che si dovranno fare.

Scenario 1: Business as Usual (BAU) – Si continua così?

Immaginiamo che le cose vadano avanti un po’ come ora. Le aree protette come Etosha rimangono tali, le città e le infrastrutture si espandono, soprattutto a nord del parco. Sembra ok, no? Beh, non proprio. Questo scenario vede anche un aumento della degradazione del suolo nelle aree dove la gente si concentra, vicino alle risorse chiave come l’acqua. L’agricoltura si espande (del 9% entro il 2030, addirittura del 22% entro il 2063!), ma soprattutto vicino agli insediamenti esistenti. Le praterie e le foreste, invece, si riducono. E il problema dei conflitti uomo-fauna selvatica? Aumenta, perché il bestiame si spinge sempre più vicino ai confini del parco. Insomma, si protegge il “cuore” (Etosha), ma i bordi soffrono e le tensioni crescono.

Scenario 2: Conservazione e Allevamento – Più spazio alla natura (e alle mucche)?

Qui l’accento è posto sul rafforzare le iniziative di conservazione e l’economia basata sulla fauna selvatica (turismo, ecc.). Bello! Ma c’è un “ma”. Nelle aree dominate dall’allevamento, se non gestite oculatamente, si prevede un’espansione degli arbusti (il cosiddetto bush encroachment), che riduce la qualità dei pascoli. Anche qui, l’agricoltura e le aree edificate crescono (rispettivamente +7% e +4% entro il 2030), ma forse in modo più controllato rispetto al BAU. La perdita di praterie e foreste continua, anche se magari più lentamente all’inizio. L’idea è dare priorità alla conservazione non solo nel parco, ma anche nelle zone cuscinetto e nelle conservancies, cercando di gestire meglio l’allevamento. La sfida è bilanciare tutto, soprattutto con la pressione demografica e i cambiamenti climatici.

Fotografia naturalistica, teleobiettivo zoom 200mm, inseguimento del movimento, scatto veloce, che cattura un conflitto uomo-fauna selvatica: un elefante africano vicino a un recinto di un piccolo appezzamento agricolo comunitario nella Namibia settentrionale, con segni di danni alle colture, luce del tardo pomeriggio.

Scenario 3: Agricoltura e Allevamento – La terra prima di tutto?

In questo futuro, la priorità va alla produzione alimentare, soprattutto quella dei piccoli agricoltori che dipendono dalla pioggia, e all’allevamento. Le fattorie si espandono, anche in modo aggressivo, arrivando a “mordere” i bordi delle aree protette. Risultato? Più conflitti uomo-fauna selvatica e un potenziale declino dell’economia turistica basata sulla natura. Questo scenario vede la perdita più rapida di foreste (6% entro il 2030, 10% entro il 2063) e praterie (8% entro il 2063), soprattutto nelle aree più popolate, lungo le strade e nelle zone più umide. La conservazione si concentra su Etosha e sulla lotta al bracconaggio, ma fatica a tenere il passo con la pressione agricola. È un futuro che rischia di sacrificare il capitale naturale per una produzione alimentare resa comunque precaria dal clima.

Quale Futuro Desideriamo Davvero?

La parte più bella? Dopo aver esplorato questi scenari, i partecipanti hanno espresso le loro speranze, le caratteristiche di un futuro desiderabile per Etosha nel 2030 e 2063. E cosa sognano?

  • Pianificazione coordinata dell’uso del suolo, che coinvolga tutti.
  • Integrità ambientale: un ecosistema sano e funzionante.
  • Biodiversità abbondante e ben gestita (con recupero delle specie a rischio!).
  • Coesistenza tra uomo e fauna selvatica (magari con compensazioni più giuste ed efficienti per i danni).
  • Un’economia basata sulla fauna selvatica (turismo in primis) che sia fiorente, equa e che porti benefici concreti alle comunità locali.
  • Interventi per adattarsi ai cambiamenti climatici.
  • Stop ai crimini contro la fauna selvatica (bracconaggio).
  • Buona gestione dell’acqua e delle risorse.
  • Governance decentralizzata, che dia più potere alle comunità locali e integri le conoscenze tradizionali.

Mi sembra un sogno bellissimo e, secondo lo studio, non impossibile! Ma richiede impegno, coordinamento e la volontà di mettere in pratica le buone leggi che la Namibia già possiede, superando alcune sfide.

Ritratto ambientato, obiettivo 35mm, profondità di campo media, che mostra un membro di una comunità locale della Namibia settentrionale, forse un ranger di una conservancy o un agricoltore, che guarda verso l'orizzonte in un paesaggio arido con arbusti sparsi, luce calda del tramonto, espressione pensierosa ma determinata.

Le Sfide Aperte e le Lezioni per Tutti

Questo studio sull’Etosha non è solo una storia locale. Ci insegna tanto su come affrontare sfide simili in altre terre aride dell’Africa e del mondo. Ci ricorda che:

  • L’allevamento rimane cruciale per la sussistenza di milioni di persone, ma va gestito in modo sostenibile per evitare il degrado dei pascoli (come l’espansione degli arbusti).
  • L’agricoltura, specialmente quella irrigua, può essere una strategia di adattamento al clima, ma deve essere sostenibile e inclusiva.
  • I conflitti uomo-fauna selvatica sono inevitabili dove uomini e animali condividono lo spazio, ma si possono gestire meglio con politiche e interventi mirati (recinzioni intelligenti, punti d’acqua strategici, compensazioni eque).
  • La conservazione comunitaria è un modello potente, ma deve garantire che i benefici arrivino davvero a tutti, specialmente a chi paga il prezzo della convivenza con la fauna.
  • La governance deve essere coordinata tra livello nazionale e locale, dando reale potere decisionale alle comunità.

Certo, lo studio ha avuto i suoi limiti (non è stato facile coinvolgere proprio tutti, ad esempio), ma il suo valore sta nell’aver dimostrato che mettere insieme le visioni locali, i dati scientifici e la modellistica può davvero aiutarci a pianificare un futuro più sostenibile.

Il futuro di Etosha, e di tanti luoghi come questo, non è scritto nella pietra. Dipende dalle scelte che faremo oggi. Ascoltare chi vive la terra ogni giorno, integrare saperi diversi e lavorare insieme sembra essere la strada maestra per navigare la complessità e costruire un domani in cui sia la natura che le persone possano prosperare. E voi, cosa ne pensate?

Fonte: Springer

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