Frattura d’anca: Fa un male cane, ma la nostra capacità di ripresa può sorprenderci!
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento un po’ tosto, ma che tocca da vicino molti di noi o i nostri cari: la frattura d’anca negli anziani. Sappiamo tutti che è un evento che può stravolgere la vita, un vero e proprio “stressor acuto”, come dicono i ricercatori. Ma quello che forse non sappiamo è quanto siamo capaci di “rimbalzare”, di mostrare resilienza anche dopo un colpo così duro.
Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante (uno studio di coorte, per la precisione) che ha cercato proprio di capire questo: come cambia la nostra qualità della vita legata alla salute (in gergo, HRQoL) dopo una frattura d’anca e, soprattutto, cosa caratterizza chi riesce a mantenere o addirittura migliorare il proprio benessere nonostante tutto.
Lo studio: chi, come, quando
Immaginate un gruppo bello corposo, 2.529 persone over 65, tutte alla loro prima, sfortunata, frattura d’anca tra il 2016 e il 2020 in Svezia. I ricercatori hanno usato uno strumento standardizzato, l’EQ5D-5L (non spaventatevi per la sigla!), per misurare la qualità della vita prima della frattura (chiedendo ai pazienti di ricordare come stavano la settimana prima) e poi di nuovo 4 mesi dopo.
Questo EQ5D-5L è come una sorta di pagella del benessere, con 5 “materie”:
- Mobilità (quanto ci muoviamo bene)
- Cura di sé (lavarsi, vestirsi…)
- Attività abituali (lavoro, studio, faccende domestiche, tempo libero)
- Dolore/Fastidio
- Ansia/Depressione
Per ogni “materia” si dà un voto da 1 (nessun problema) a 5 (problemi estremi). Poi c’è anche un indice globale, un voto complessivo da 0 a 1 (dove 1 è il massimo della salute).
La resilienza, in questo studio, è stata definita proprio così: riuscire a mantenere o migliorare i propri “voti” sull’EQ5D dopo 4 mesi dalla frattura. Mica male come concetto, no?
Il quadro generale: un calo c’è, inutile negarlo
Come c’era da aspettarsi, in generale, dopo una frattura d’anca la qualità della vita tende a peggiorare. Lo studio lo conferma: l’indice EQ5D medio è sceso da 0.72 (che già non era altissimo rispetto alla popolazione generale della stessa età, segno che chi si frattura l’anca è spesso già un po’ più vulnerabile) a 0.60 dopo 4 mesi. E questo calo si è visto in tutte e cinque le dimensioni.
Un dato interessante emerso è che le donne, pur essendo la maggioranza dei pazienti (69%, età media 82.6 anni), hanno mostrato in media un calo minore nell’indice globale rispetto agli uomini. Sembra quasi che le donne abbiano una marcia in più nel gestire malattie e disabilità, confermando anche ricerche precedenti.
Ma ecco la sorpresa: la resilienza esiste ed è diffusa!
Qui viene il bello. Nonostante il calo generale, una fetta significativa di persone ha dimostrato una notevole resilienza. La percentuale di “resilienti” variava molto a seconda della dimensione considerata: dal 36% al 77%! Questo ci dice che la storia non è uguale per tutti e che molti riescono a tenere botta.

Un’occhiata più da vicino: dominio per dominio
Vediamo come se la sono cavata nelle diverse aree:
Mobilità: la più colpita
Prima della frattura, il 39% non aveva problemi a camminare. Dopo 4 mesi, questa percentuale è crollata al 13%, e più del 25% aveva gravi limitazioni o non camminava affatto. Qui la resilienza è stata la più bassa: solo il 36% di chi stava abbastanza bene prima ha mantenuto il livello. Chi ce l’ha fatta? Tendenzialmente i più giovani, chi viveva con qualcuno, chi aveva meno problemi di salute pregressi (punteggio ASA più basso), chi non prendeva farmaci a rischio caduta (i famosi FRIDs, ne parliamo tra poco) e, curiosamente, chi partiva da una mobilità leggermente peggiore (forse perché c’era meno “spazio” per peggiorare?). Essere maschio o avere certi tipi di frattura (extracapsulari) invece non aiutava.
Cura di sé e Attività abituali: un percorso simile
Queste due dimensioni hanno seguito un po’ la scia della mobilità. Per la cura di sé (lavarsi, vestirsi), il 58% è rimasto stabile. Per le attività abituali (lavoro, hobby, faccende), la resilienza è stata del 42%. I fattori associati alla resilienza erano simili a quelli della mobilità (età, ASA, FRIDs). Per la cura di sé, però, avere una diagnosi di demenza era un fattore negativo. Per le attività abituali, invece, pesavano negativamente l’essere maschio, un certo tipo di frattura (pertrocanterica), una diagnosi pregressa di depressione e il bisogno di aiuto per camminare prima della frattura.
Dolore/Fastidio: una storia diversa
Qui le cose si complicano. Già prima della frattura, quasi il 70% riportava qualche problema di dolore (una percentuale alta!). Dopo la frattura, l’81% aveva dolore, ma il cambiamento principale è stato da “nessun dolore” a “dolore moderato”, mentre chi aveva dolore forte o estremo è rimasto più o meno stabile. La resilienza qui è stata alta (circa 70%), ma i fattori associati erano diversi: vivere in una casa di cura, non prendere FRIDs, avere una diagnosi di demenza (forse per una migliore gestione del dolore o per difficoltà nell’esprimerlo?) e il livello di dolore pre-frattura erano associati positivamente. Avere una frattura pertrocanterica o problemi a camminare prima, invece, era negativo.
Ansia/Depressione: la meno toccata
Questa è stata l’area con la resilienza più alta: ben il 77% ha mantenuto il proprio livello! Prima della frattura, più della metà (55%) non riportava sintomi, e anche dopo l’aumento di chi stava male è stato lieve. Cosa aiutava a mantenere l’equilibrio? Non prendere FRIDs e lo stato d’animo pre-frattura. Cosa remava contro? Una diagnosi di depressione pregressa e il bisogno di aiuto per camminare. C’è da dire che forse una singola domanda è un po’ poco per cogliere la complessità della salute mentale, e magari c’è anche un po’ di reticenza a parlarne.

I fili conduttori: cosa conta davvero?
Al di là delle differenze tra i vari domini, due cose sono emerse come costanti:
- I farmaci FRIDs (Fall Risk Increasing Drugs): L’assenza di questi farmaci, noti per aumentare il rischio di cadute, è stato l’unico fattore associato positivamente alla resilienza in tutte e cinque le dimensioni. Sembra che questi farmaci siano un doppio fardello: curano una condizione, ma i loro effetti collaterali (o la condizione stessa che trattano) minano la capacità di recupero. Questo suggerisce che monitorare e magari ridurre questi farmaci (il famoso “deprescribing”) potrebbe essere un intervento chiave.
- Camminare con aiuto prima della frattura: Avere bisogno di supporto per camminare già prima dell’incidente è risultato associato negativamente alla resilienza in tutti i domini. Questo sottolinea l’importanza cruciale della mobilità pre-frattura come indicatore della capacità di recupero. L’allenamento fisico per mantenere la capacità di camminare diventa quindi fondamentale.
Insomma, la resilienza non è un blocco unico. Si può essere resilienti nel morale ma non nella mobilità, o viceversa. L’indice globale EQ5D, pur utile, rischia di nascondere queste sfumature.
Cosa ci portiamo a casa?
Questo studio ci lascia alcuni messaggi importanti. Primo, la frattura d’anca colpisce duro, soprattutto sulla capacità fisica, ma la resilienza è più comune di quanto potremmo pensare, specialmente sul piano emotivo. Secondo, non siamo tutti uguali di fronte a questo evento: età, sesso, condizioni preesistenti, supporto sociale e, soprattutto, l’uso di certi farmaci e la capacità di camminare prima della frattura fanno una grande differenza.
Terzo, e forse più importante, ci indica delle strade concrete per aiutare le persone a recuperare meglio:
- Attenzione ai farmaci: Valutare attentamente l’uso dei FRIDs e considerare la possibilità di ridurli o sostituirli.
- Potenziare la mobilità: Programmi di riabilitazione e mantenimento fisico, sia prima (prevenzione) che dopo la frattura (recupero).
- Approccio personalizzato: Capire che ogni persona ha un suo profilo di resilienza e che gli interventi devono tenerne conto.
La ricerca ci ricorda che chi subisce una frattura d’anca è spesso già una persona fragile. Per questo, la prevenzione (sia primaria, per evitare la prima caduta, sia secondaria, per recuperare al meglio dopo) è assolutamente essenziale. Dobbiamo lavorare per un approccio sempre più centrato sulla persona, che guardi non solo alla frattura in sé, ma a tutto il quadro di salute e benessere dell’individuo.
Alla fine, anche se la caduta fa male, la nostra capacità di rialzarci, la nostra resilienza, è una risorsa preziosa che possiamo coltivare e supportare.
Fonte: Springer
