Fotografia realistica di una cabina elettorale stilizzata, vista dall'interno. La mano di un elettore esita sopra una scheda elettorale lunghissima e complessa, piena di simboli di partito piccoli e numerosi. Luce soffusa, effetto profondità di campo che sfoca leggermente i simboli più lontani. Obiettivo prime 50mm, atmosfera pensosa.

Troppi Partiti, Poca Voglia di Votare? Quando la Scelta Diventa un Peso in Europa

Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di un tema che mi ronza in testa da un po’, qualcosa che tocca le corde profonde della nostra democrazia: il voto. O meglio, la voglia (o la mancanza di voglia) di andare a votare. Vi siete mai chiesti se avere troppa scelta alle elezioni possa, paradossalmente, farci passare la voglia di scegliere? Sembra un controsenso, vero? Eppure, uno studio recente pubblicato su Springer, intitolato “When too many is too much: the effects of party system fragmentation on voter turnout in Europe”, getta una luce affascinante proprio su questo dilemma.

Il Cuore del Problema: Frammentazione e Affluenza

Partiamo dalle basi. La “frammentazione del sistema partitico” suona complicato, ma in soldoni significa: quanti partiti ci sono in gioco? E quanto sono “pesanti” in termini di voti? Per anni, noi studiosi e appassionati di politica ci siamo interrogati: un panorama politico affollato, con tanti partiti tra cui scegliere, stimola la partecipazione perché ognuno trova la sua “nicchia”, oppure crea confusione e scoraggia?

Le ricerche passate hanno dato risposte contrastanti. Alcuni studi (nomi come Blais, Carty, Jackman, Norris vengono in mente) suggerivano che sì, troppi partiti tendono a far calare l’affluenza. Altri, come meta-analisi più recenti (Smets e van Ham, Cancela e Geys, Stockemer), hanno un po’ smorzato i toni, dicendo che forse questo legame negativo non è così forte come pensavamo.

Questo nuovo studio, basato sui dati freschissimi dell’European Social Survey (Round 10, 2020-2022), conferma questa sensazione: sì, sembra esserci una correlazione negativa tra frammentazione (e anche l’aumento del numero di partiti tra un’elezione e l’altra) e l’affluenza alle urne, ma è piuttosto debole. Insomma, non è che basti avere tanti partiti per svuotare i seggi.

La Psicologia entra in Campo: Il Sovraccarico Cognitivo

Ed è qui che le cose si fanno interessanti. Perché se l’effetto generale è debole, forse ci sono situazioni specifiche o tipi di persone per cui questo “troppo” diventa davvero “troppo”? Qui entra in gioco la psicologia cognitiva. Pensateci: scegliere richiede energia mentale. Quando le opzioni aumentano a dismisura, specialmente se sono anche molto simili tra loro, il nostro cervello va un po’ in tilt. È il famoso “sovraccarico cognitivo”.

Immaginate di dover scegliere un nuovo piano tariffario per il cellulare tra decine di offerte quasi identiche. Non vi viene voglia di rimandare o di lasciar perdere? Ecco, qualcosa di simile potrebbe accadere nella cabina elettorale. Se i partiti sono tanti e magari dicono cose non così diverse su molti temi, distinguere, informarsi, decidere diventa un lavoraccio. E di fronte a una fatica cognitiva eccessiva, una strategia comune è… evitare la decisione. Tradotto: non andare a votare.

Alcuni ricercatori pensano che la frustrazione derivi anche dal fatto che, con tanti partiti, è più probabile che si formino coalizioni complesse dopo il voto, e l’elettore sente di avere meno potere nel determinare direttamente chi governerà. Altri puntano proprio sul costo, in termini di tempo e fatica, per raccogliere informazioni su tutti i candidati.

Fotografia realistica di un elettore pensieroso, di mezza età, davanti a una parete coperta da una miriade di manifesti elettorali colorati ma simili tra loro, creando un effetto quasi caotico. L'espressione è di leggera confusione e sopraffazione. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo che mette a fuoco l'elettore e sfoca leggermente i manifesti sullo sfondo, luce naturale da una finestra laterale.

Chi Soffre di Più la Troppa Scelta?

Lo studio suggerisce che non siamo tutti uguali di fronte a un sistema partitico affollato. Chi ha già una forte identificazione partitica, chi si sente “vicino” a un partito specifico, ha la vita più facile. Quell’appartenenza funziona come una scorciatoia mentale: so già per chi votare, o almeno ho un punto di riferimento chiaro. La fatica della scelta è ridotta.

Il problema si fa sentire di più per gli elettori “indipendenti”, quelli senza un legame forte preesistente. Per loro, ogni elezione richiede un’analisi più approfondita, e se le opzioni sono troppe, la tentazione di gettare la spugna aumenta. I dati sembrano confermarlo: l’effetto negativo della frammentazione sull’affluenza è più marcato tra chi non si dichiara vicino a nessun partito.

Est vs Ovest: Un Divario Europeo

Un altro aspetto affascinante è la differenza tra l’Europa Occidentale e quella Centro-Orientale (i paesi ex-comunisti, per intenderci). In questi ultimi, l’effetto negativo della frammentazione sembra essere più forte. Perché? Le ragioni potrebbero essere diverse:

  • Sistemi partitici meno stabili: In molti paesi dell’Est Europa, i partiti nascono, muoiono e si trasformano più rapidamente. C’è meno “tradizione”, meno ancoraggio. Questa instabilità può generare confusione negli elettori.
  • Minore attaccamento ai partiti e alla democrazia: Anni di regime autoritario hanno lasciato un segno. L’abitudine al voto, l’identificazione con i partiti e forse anche la fiducia nel sistema democratico stesso possono essere, in media, meno radicati rispetto alle democrazie occidentali più consolidate.
  • Minore “sofisticazione politica”: Intesa come familiarità con i meccanismi democratici e capacità di navigare un sistema complesso.

Il risultato? Nei paesi dell’Europa Centro-Orientale, un aumento della frammentazione sembra pesare di più sulla decisione di andare a votare.

Non Solo Quanti, Ma Quanto Diversi: Il Ruolo della Polarizzazione

Ma aspettate, c’è un altro colpo di scena! Non conta solo *quanti* partiti ci sono, ma anche quanto sono *diversi* tra loro. Qui entra in gioco la polarizzazione politica (nello studio misurata come la percentuale di voti ai partiti “anti-establishment”, ma il concetto è più ampio: quanto sono distanti le posizioni dei partiti?).

L’ipotesi era: se i partiti sono tanti ma molto simili (bassa polarizzazione), la confusione è massima e l’affluenza cala. Se invece i partiti sono tanti ma con posizioni ben distinte e magari contrapposte (alta polarizzazione), la scelta diventa più chiara, più sentita, e questo potrebbe *contrastare* l’effetto negativo della frammentazione, o addirittura spingere la gente a votare!

Ebbene, i risultati dello studio vanno proprio in questa direzione. Quando la polarizzazione è bassa, più partiti ci sono, meno si vota. Ma quando la polarizzazione è alta, l’effetto della frammentazione si attenua, e in alcuni casi, un’alta frammentazione associata a un’alta polarizzazione può portare addirittura a un’affluenza maggiore! È come se la chiarezza delle differenze rendesse la scelta più significativa, anche se le opzioni sono numerose. Questo suggerisce che forse il vero problema non è tanto la quantità di informazioni, ma la confusione generata da opzioni troppo simili.

Immagine concettuale divisa a metà. A sinistra, tante piccole pedine grigie e indistinguibili su una scacchiera (bassa polarizzazione, alta frammentazione). A destra, meno pedine ma di colori vivaci e ben distinti (bianco vs nero, rosso vs blu) sulla stessa scacchiera (alta polarizzazione). Lente macro 90mm, focus selettivo sulle pedine, illuminazione drammatica che enfatizza il contrasto a destra.

Anche il Cambiamento Conta

Un ultimo dettaglio interessante: non conta solo il numero di partiti in una data elezione, ma anche come questo numero è cambiato rispetto all’elezione precedente. Se i partiti aumentano notevolmente da un’elezione all’altra, questo “shock” di novità e complessità aggiuntiva sembra avere un effetto negativo sull’affluenza. È come se dovessimo ri-orientarci in un panorama diventato improvvisamente più affollato, e questo richiede uno sforzo extra.

Cosa Ci Portiamo a Casa?

Quindi, che conclusioni possiamo trarre da questa chiacchierata?

  • La frammentazione partitica, da sola, ha un effetto negativo sull’affluenza, ma non è drammatico.
  • Questo effetto è più forte per chi non ha forti legami di partito e nei paesi dell’Europa Centro-Orientale con sistemi meno stabili.
  • La vera chiave potrebbe essere la chiarezza delle alternative: se i partiti sono tanti ma ben distinti (alta polarizzazione), la voglia di partecipare può rimanere alta, o addirittura aumentare. Il problema è la combinazione di tanti partiti *e* poca differenza tra loro.

Questo ci fa riflettere anche sulle strategie dei partiti. La tendenza a diventare “catch-all”, cercando di piacere un po’ a tutti e smussando le differenze (centrismo esasperato?), potrebbe non essere così vincente nel lungo periodo se porta a un panorama politico confuso che allontana gli elettori dalle urne.

Certo, lo studio ha i suoi limiti (usa dati trasversali, non può stabilire causalità certa, misura la frammentazione a livello nazionale), ma apre scenari intriganti. Ci ricorda che la democrazia è un meccanismo delicato e che anche l’architettura del sistema partitico ha un suo peso sulla partecipazione dei cittadini. E voi, cosa ne pensate? Vi siete mai sentiti sopraffatti dalla scelta nella cabina elettorale? Fatemelo sapere!

Fonte: Springer

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