La Forza nella Stretta di Mano: Un Segreto Nascosto per Chi Lotta con lo Scompenso Cardiaco?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di affascinante che stiamo esplorando nel campo della cardiologia, qualcosa che potrebbe sembrare semplice, quasi banale, ma che nasconde potenzialità inaspettate: la forza della stretta di mano (in gergo tecnico, Handgrip Strength o HGS). Sì, avete capito bene, quel gesto quotidiano potrebbe dirci molto sulla salute del cuore, in particolare in pazienti con scompenso cardiaco acuto scompensato e frazione di eiezione ridotta (HFrEF), soprattutto quelli sotto i 60 anni.
Lo Scompenso Cardiaco e la Fragilità: Un Legame Pericoloso
Prima di tuffarci nella nostra ricerca, facciamo un passo indietro. Lo scompenso cardiaco è un problema enorme, tocca milioni di persone nel mondo e mette a dura prova non solo il fisico, ma anche la mente e le tasche dei pazienti e delle loro famiglie. È una condizione con cui conviviamo quotidianamente nei nostri reparti. C’è un bisogno disperato di migliorare il modo in cui valutiamo i rischi e gestiamo questa patologia.
Qui entra in gioco la “fragilità”. Non è solo una questione di età avanzata. È una sindrome complessa che rende le persone più vulnerabili agli stress, fisici e non. Pensate che quasi la metà dei pazienti con scompenso cardiaco è considerata fragile, e la percentuale sale vertiginosamente (fino al 77%!) in quelli ricoverati per un episodio acuto. La fragilità, purtroppo, è un cattivo presagio: più ricoveri, peggioramento delle funzioni fisiche, e un rischio maggiore di non farcela.
La Stretta di Mano: Un Indicatore Semplice ma Potente?
Come misuriamo la fragilità fisica in modo rapido e non invasivo? Uno degli strumenti più semplici, economici e affidabili è proprio la misurazione della forza della presa con un dinamometro manuale. Sembra incredibile, ma studi recenti (come una meta-analisi di Wang e colleghi) hanno mostrato che una minore forza nella stretta di mano è associata a un rischio più alto di mortalità nei pazienti con scompenso cardiaco, indipendentemente dall’età.
Perché? Nello scompenso cardiaco, i muscoli scheletrici spesso soffrono (si parla di sarcopenia) e funzionano meno bene. Questa debolezza muscolare, che l’HGS può “fotografare”, può essere presente anche in pazienti più giovani. Anche se già altri ricercatori (come Parahiba et al.) hanno studiato l’HGS nello scompenso acuto, mostrando che può predire la malnutrizione e la mortalità a breve termine, sentivamo che c’era ancora da scavare, specialmente nella popolazione più giovane (<60 anni) con HFrEF durante un episodio di scompenso acuto.
La Nostra Indagine: Cosa Abbiamo Cercato di Capire
Così, tra aprile e ottobre 2023, presso il nostro centro specialistico a Teheran (il Rajaie Cardiovascular Medical and Research Institute), abbiamo deciso di vederci chiaro. Abbiamo arruolato 125 pazienti, tutti tra i 18 e i 60 anni, ricoverati per scompenso cardiaco acuto scompensato, con una diagnosi pregressa di HFrEF (cioè con una frazione di eiezione del ventricolo sinistro ≤ 40%). Abbiamo escluso pazienti con scompenso “de novo”, chi non poteva fisicamente eseguire il test, chi aveva altre condizioni acute gravi o malattie muscolari primarie, o chi era gravemente malnutrito.
Entro 24 ore dal ricovero, medici addestrati (i nostri M.B. e A.S., sotto la supervisione esperta di S.A.) misuravano l’HGS con un dinamometro Jamar calibrato. Abbiamo seguito una procedura standard: paziente seduto, gomito a 90 gradi, tre misurazioni per mano con un minuto di pausa tra una e l’altra, registrando la media per la mano dominante e non dominante. Abbiamo raccolto un sacco di altri dati: età, sesso, BMI, altre malattie (ipertensione, diabete, problemi renali), abitudini (fumo, alcol), causa dello scompenso (ischemica o no), classe NYHA (che misura la gravità dei sintomi), durata della degenza, e ovviamente, i livelli di NT-proBNP (un importante marcatore di stress cardiaco). L’obiettivo primario? Capire se l’HGS potesse predire la mortalità durante il ricovero.

I Risultati: Segnali Interessanti, Ma la Strada è Lunga
Ebbene, cosa abbiamo scoperto? La mortalità ospedaliera nel nostro gruppo è stata del 16% (20 pazienti su 125), un dato che riflette la gravità dei casi che trattiamo nel nostro centro terziario. I pazienti sopravvissuti avevano una forza della presa mediamente un po’ più alta (18.8 kg) rispetto a chi non ce l’ha fatta (13 kg), ma attenzione: la differenza non era statisticamente significativa (il famoso p-value era 0.06, vicinissimo alla soglia del 0.05, ma non sotto). Un trend, potremmo dire, ma non una prova schiacciante, almeno in questo studio.
Però, abbiamo trovato delle correlazioni interessanti e significative:
- Una forza della presa più bassa era associata a una degenza ospedaliera più lunga (rho = -0.202, p = 0.024). Logico, no? Pazienti più deboli potrebbero richiedere più tempo per stabilizzarsi.
- Una forza della presa più bassa era associata a livelli più alti di NT-proBNP (rho = -0.256, p = 0.004). Questo suggerisce che la debolezza muscolare va di pari passo con un maggiore stress sul cuore.
Abbiamo anche notato che l’HGS era significativamente più basso negli uomini rispetto ai valori normali della popolazione iraniana (nell’81.2% dei casi!) e anche in molte donne (50%). Inoltre, l’HGS era più basso nei fumatori e in chi aveva malattie renali croniche.
E per quanto riguarda la capacità predittiva? Abbiamo usato le curve ROC (uno strumento statistico per valutare quanto bene un test distingue tra due gruppi, in questo caso vivi e deceduti). L’HGS totale ha mostrato una capacità modesta ma statisticamente significativa di predire la mortalità ospedaliera (AUC = 0.630, p = 0.043). Simili i risultati per la mano dominante e non dominante. Il valore soglia “ottimale” per l’HGS totale era 14.4 kg (con sensibilità 60% e specificità 67.6%). Non male, ma nemmeno eccezionale. È interessante notare che, confrontando le curve ROC, la capacità predittiva dell’HGS non era significativamente diversa da quella del NT-proBNP (AUC = 0.718), un biomarcatore già consolidato.
Infine, abbiamo guardato cosa succedeva dopo la dimissione: nel mese successivo, il 33.3% dei sopravvissuti è stato riammesso o è deceduto. Tuttavia, l’HGS misurato al ricovero non sembrava predire questo esito composito (p = 0.758).

Cosa Portiamo a Casa (e Cosa Serve Ancora)?
Allora, che conclusioni possiamo trarre? La forza della presa sembra davvero avere un potenziale come indicatore prognostico anche in questi pazienti più giovani con scompenso cardiaco acuto. È un test semplice, economico, facile da eseguire, e i nostri dati suggeriscono che una presa più debole si associa a degenze più lunghe e a maggior stress cardiaco (NT-proBNP più alto). Ha anche una modesta capacità di predire chi rischia di più durante il ricovero.
Tuttavia, dobbiamo essere onesti sui limiti. Il nostro studio è relativamente piccolo, condotto in un unico centro molto specializzato (quindi i nostri pazienti potrebbero essere più gravi della media), e la natura trasversale non ci permette di vedere come l’HGS cambia nel tempo. Inoltre, abbiamo misurato solo la forza, non la fragilità in tutte le sue dimensioni. E il legame con la mortalità, seppur promettente, non ha raggiunto la significatività statistica piena nel nostro campione.
Cosa serve ora? Sicuramente più ricerca! Abbiamo bisogno di studi più ampi, multicentrici, che includano popolazioni diverse. Dobbiamo definire metodi di misurazione standardizzati e soglie HGS “ottimali” che siano universalmente riconosciute. Solo così potremo capire se e come integrare questo semplice test nella pratica clinica quotidiana per aiutare i nostri pazienti.
Insomma, la stretta di mano potrebbe davvero nascondere informazioni preziose. Non è ancora una sfera di cristallo, ma è uno strumento intrigante che merita attenzione. Continueremo a indagare!
Fonte: Springer
