Un insegnante sorridente e preparato in piedi davanti a una lavagna interattiva in un'aula scolastica luminosa, interagisce con studenti attenti e partecipi di diverse età. Luce calda e accogliente, focus sull'interazione positiva. Lente prime 50mm, depth of field.

Formare Insegnanti in Australia: La Qualità si Misura Davvero Così?

Parliamoci chiaro, tutti vogliamo insegnanti bravissimi per i nostri ragazzi, giusto? Figure preparate, appassionate, capaci di accendere la scintilla della conoscenza. Ma come facciamo a essere sicuri che chi esce dalle università sia davvero pronto per la sfida dell’aula? Ecco, questa è la domanda da un milione di dollari che si stanno ponendo anche in Australia.

Recentemente, laggiù, il governo federale ha lanciato l’idea di introdurre nuovi indicatori di performance e meccanismi di finanziamento per i corsi di formazione iniziale degli insegnanti (quelli che in gergo tecnico chiamano ITE, Initial Teacher Education). L’obiettivo dichiarato? Ovviamente, alzare l’asticella della qualità. Sembra una buona idea, no? Misuriamo, valutiamo, premiamo chi fa meglio… e voilà, il gioco è fatto. Peccato che, come spesso accade, la realtà sia un tantino più complicata.

L’Idea Australiana: Misurare per Migliorare?

Il piano proposto da un gruppo di esperti, il Teacher Education Expert Panel (TEEP), si basa su due pilastri:

  • Misurare e pubblicare le performance dei corsi ITE secondo quattro categorie di indicatori:
    • Selezione degli studenti (che tipo di studenti entrano?)
    • Tasso di ritenzione (quanti studenti completano il percorso?)
    • Preparazione all’aula dei neolaureati (quanto si sentono pronti?)
    • Esiti occupazionali (trovano lavoro? Restano nel settore?)
  • Legare i finanziamenti ai risultati, usando leve come fondi di transizione (per aiutare le università ad adeguarsi), fondi di eccellenza (per premiare i migliori) o accordi specifici (per spingere chi è indietro a migliorare).

Sulla carta, sembra un meccanismo logico per incentivare il miglioramento continuo. Ma quando si è chiesto un parere a chi la formazione la fa davvero – università, presidi di facoltà, associazioni di insegnanti, enti regolatori – è emerso un quadro molto più sfumato e, diciamocelo, preoccupato.

Ma Funziona Davvero? Le Voci dal Campo

Analizzando le risposte pubbliche alla proposta (ben 56 documenti!), ci siamo accorti che il consenso era tutt’altro che unanime. Anzi, la maggior parte degli “addetti ai lavori” ha sollevato dubbi serissimi sulla validità di questi indicatori e sulle possibili conseguenze negative.

Il coro era quasi unanime: questi indicatori non sono misure dirette della qualità. Rischiano di essere solo dei “proxy”, degli indicatori indiretti che possono essere facilmente influenzati da fattori esterni o, peggio ancora, manipolati. Molti hanno paventato il rischio di “conseguenze perverse”: le università potrebbero essere incentivate a “giocare con il sistema” (‘game the system’), concentrandosi sul migliorare i numeri sulla carta piuttosto che la sostanza della formazione.

Vediamo qualche esempio concreto delle preoccupazioni:

  • Selezione degli studenti: Usare il punteggio di ammissione (come l’ATAR australiano) come indicatore di qualità? Molti hanno storto il naso. Primo, non è detto che uno studente con voti altissimi diventi automaticamente un bravo insegnante. Secondo, e forse più importante, alzare l’asticella dell’ingresso rischia di tagliare fuori studenti provenienti da contesti svantaggiati o minoranze, proprio quelli di cui ci sarebbe un gran bisogno per avere un corpo docente più diverso e rappresentativo della società. Si rischierebbe di creare una professione ancora più elitaria.
  • Tasso di ritenzione: Misurare quanti studenti abbandonano? Certo, ma perché abbandonano? Spesso uno studente lascia perché capisce che l’insegnamento non fa per lui, magari dopo il primo tirocinio. È un male? O forse è un bene per lui e per il sistema scolastico? Usare la ritenzione come metro di qualità potrebbe disincentivare le università dall’accettare studenti “a rischio” o dal fornire esperienze che aiutino a capire se si è portati per questa carriera. Inoltre, molti studenti lavorano e studiano part-time, impiegandoci più tempo: giudicarli sulla base di una “non-completamento” entro 6 anni è fuorviante.
  • Preparazione all’aula: Chiedere ai neolaureati quanto si sentono pronti? Utile, ma è una misura soggettiva, di “soddisfazione”, non necessariamente di competenza reale. Ricerche recenti in Australia mostrano che i neolaureati sono efficaci quanto i colleghi più esperti. C’è il rischio che le università puntino più a “rendere felici” gli studenti che a fornire una preparazione rigorosa. E poi, le domande specifiche usate nelle indagini potrebbero non cogliere appieno la preparazione specifica per l’insegnamento in classe.
  • Esiti occupazionali: Qui la critica è forte: trovare lavoro e rimanerci dipende da tantissimi fattori che sfuggono al controllo delle università! Dipende dal mercato del lavoro, dalle condizioni offerte dalle scuole (stipendi, carichi di lavoro, supporto iniziale), dalla qualità del mentoring… Attribuire la “colpa” o il merito solo all’università è semplicistico e ingiusto.

Un'aula universitaria moderna e luminosa, studenti di diversa etnia discutono animatamente attorno a un tavolo. Focus su uno studente che alza la mano, espressione dubbiosa. Luce naturale dalle finestre, profondità di campo. Lente prime 35mm.

Inoltre, molti si sono chiesti: ma siamo sicuri che i processi di accreditamento attuali, che già esistono e verificano degli standard minimi, non siano sufficienti a garantire e promuovere la qualità? Perché aggiungere un altro strato di burocrazia e misurazione potenzialmente fallace?

Soldi Legati ai Numeri: Un Incentivo o un Rischio?

Anche l’idea di legare i finanziamenti alle performance ha suscitato parecchie perplessità. Se da un lato l’idea di avere fondi dedicati per aiutare le università nella transizione verso nuovi standard (transition funding) è stata generalmente accolta con favore, l’ipotesi di premiare l'”eccellenza” o di usare accordi specifici per spingere al miglioramento ha fatto suonare più di un campanello d’allarme.

La paura principale? Che si inneschi una competizione malsana tra atenei. Invece di collaborare per migliorare il sistema nel suo complesso, le università potrebbero iniziare a guardarsi in cagnesco, a “rubarsi” gli studenti migliori o a concentrarsi solo sugli indicatori facili da raggiungere. Come ha detto qualcuno, si rischia l’effetto “i ricchi diventano più ricchi”, penalizzando proprio quelle istituzioni, magari regionali o con meno risorse, che avrebbero più bisogno di supporto per servire comunità specifiche e svantaggiate. Si potrebbe finire per avere una formazione meno diversificata e meno capace di rispondere ai bisogni reali del territorio, specialmente nelle aree rurali o remote.

Il Pericolo della “Datificazione”: Quando i Numeri Non Bastano

Tutto questo dibattito australiano si inserisce in una tendenza globale che alcuni chiamano “datificazione” dell’educazione. L’idea, cioè, che tutto possa e debba essere misurato con indicatori numerici, considerati gli unici dati “affidabili” dai decisori politici. Ma questa ossessione per i numeri rischia di farci perdere di vista la complessità dei fenomeni educativi.

Come hanno sottolineato diversi ricercatori, preferire i numeri a scapito di informazioni più ricche e contestualizzate può portare a:

  • Svalutare il giudizio professionale degli educatori.
  • Offuscare fenomeni educativi complessi che non si prestano a semplici misurazioni.
  • Cambiare il modo stesso in cui pensiamo, progettiamo e valutiamo l’educazione, spostando il focus dalla qualità reale alla performance misurabile.

C’è una tensione continua tra quella che viene chiamata “accountability performativa” (rispondere ai numeri) e “accountability intelligente” (usare i dati per capire e migliorare davvero).

Primo piano su un grafico a barre su uno schermo di computer che mostra dati di performance educativa. Accanto, una mano tiene una penna sopra dei documenti cartacei con note scritte. Illuminazione da ufficio controllata, focus preciso sul grafico. Lente macro 90mm, high detail.

Il Mistero Finale: Perché Ignorare le Preoccupazioni?

La cosa forse più sorprendente di tutta questa vicenda è che, nonostante la mole e la coerenza delle critiche emerse dalle consultazioni pubbliche, le raccomandazioni finali del TEEP non sembrano averne tenuto gran conto. Le quattro categorie di indicatori sono rimaste sostanzialmente invariate nel rapporto finale.

Viene da chiedersi perché. Forse la spinta politica a mostrare “azione” e a introdurre misure quantificabili è stata più forte delle preoccupazioni sollevate da chi lavora sul campo? È possibile. Dopotutto, la formazione degli insegnanti è una delle poche leve che il governo federale australiano ha per influenzare direttamente gli standard educativi.

Quello che emerge chiaramente, però, è che il settore della formazione insegnanti non è contrario alla qualità o alla responsabilità. Anzi, tutti riconoscono l’importanza di un miglioramento continuo. La vera sfida, però, è trovare il modo giusto per farlo. Bilanciare il bisogno di avere tanti insegnanti (e diversi tra loro) con il desiderio, sacrosanto, che siano tutti preparatissimi.

La lezione australiana ci ricorda che misurare la qualità nell’educazione è un compito tremendamente complesso. Affidarsi a indicatori semplicistici, per quanto ben intenzionati, rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Forse, invece di inseguire numeri magici, dovremmo concentrarci di più sulla collaborazione, sul supporto concreto alle università e alle scuole, e sull’ascolto attento delle voci di chi, ogni giorno, lavora per formare gli insegnanti del futuro.

Fonte: Springer

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