Fluoxetina e Guppy: Quando l’Antidepressivo Altera il Comportamento dei Pesci (e Distingue tra Maschi e Femmine!)
Amici lettori, oggi voglio parlarvi di una questione che mi sta particolarmente a cuore e che, ne sono certo, incuriosirà anche voi. Sapete, quando pensiamo all’inquinamento, ci vengono in mente le plastiche negli oceani, i fumi delle fabbriche… ma c’è un tipo di contaminazione più subdola, quasi invisibile, che sta avendo effetti preoccupanti sulla fauna selvatica: quella da farmaci. Ebbene sì, proprio i medicinali che usiamo per curarci possono finire nell’ambiente e fare un bel po’ di danni.
In particolare, oggi voglio concentrarmi su un farmaco che molti conosceranno, almeno di nome: la fluoxetina, il principio attivo di antidepressivi famosissimi come il Prozac®. Questo farmaco è uno dei più prescritti al mondo e, purtroppo, finisce spesso nelle acque dolci, diventando un inquinante onnipresente. La cosa affascinante, e al tempo stesso preoccupante, è che il modo in cui la fluoxetina agisce sul nostro cervello, influenzando i livelli di serotonina, è un meccanismo antichissimo, conservato in tantissime specie animali, pesci inclusi!
Ecco che mi sono imbattuto in uno studio scientifico fresco fresco di pubblicazione che ha voluto vederci chiaro: cosa succede ai pesci esposti per lungo tempo a concentrazioni di fluoxetina simili a quelle che si trovano nei nostri fiumi e laghi? E, soprattutto, questi effetti persistono anche quando la contaminazione cessa? Preparatevi, perché i risultati sono sorprendenti e, per certi versi, un po’ inquietanti.
L’esperimento: Guppy sotto la lente (e sotto fluoxetina) per 5 anni!
Immaginatevi dei piccoli pesciolini colorati, i guppy (Poecilia reticulata), che sono un po’ i “topolini da laboratorio” del mondo acquatico per questo genere di studi. Un team di ricercatori ha preso questi guppy e, per ben cinque anni (che per i guppy significano circa 15 generazioni!), li ha esposti a diverse concentrazioni di fluoxetina: un gruppo di controllo senza farmaco, un gruppo con una bassa concentrazione (30 nanogrammi per litro, ng/L), simile a quella che si trova comunemente negli ecosistemi acquatici, e un gruppo con una concentrazione più alta (300 ng/L), paragonabile a quella presente negli scarichi diretti o in acque fortemente influenzate da essi.
La cosa ancora più interessante? Dopo questi cinque anni, i ricercatori hanno smesso di aggiungere la fluoxetina e hanno aspettato altri 10 mesi. L’obiettivo era capire se ci fossero effetti “ereditari” o comunque a lungo termine, una sorta di “memoria” dell’esposizione, anche sulle generazioni nate dopo l’interruzione del trattamento. Praticamente, volevano vedere se, una volta che l’inquinante viene rimosso (o si riduce gradualmente), i problemi scompaiono o se, invece, lasciano un segno profondo.
Cosa hanno misurato? Principalmente due cose: il controllo inibitorio e l’audacia. Il controllo inibitorio è una funzione cognitiva fondamentale: è la capacità di sopprimere un’azione impulsiva per ottenere un beneficio maggiore a lungo termine. Pensate a quando resistete alla tentazione di mangiare subito un dolce perché sapete che dopo cena ne avrete uno più buono. Ecco, qualcosa di simile, ma applicato ai pesci! L’audacia, invece, è un tratto della personalità che indica quanto un individuo sia propenso a correre rischi o a esplorare ambienti nuovi.
Risultati sorprendenti: Effetti diversi tra maschi e femmine
E qui viene il bello, o meglio, il “preoccupante ma affascinante”. I risultati hanno mostrato un effetto della fluoxetina sul controllo inibitorio che era specifico per sesso e non lineare (cioè non semplicemente “più farmaco = più effetto”).
Partiamo dalle femmine. Qui la faccenda è stata piuttosto chiara: le femmine che erano state esposte sia alla bassa che all’alta concentrazione di fluoxetina mostravano un controllo inibitorio significativamente inferiore rispetto alle femmine del gruppo di controllo (quelle mai esposte). In pratica, facevano più fatica a “frenare” i loro impulsi. Immaginate che il test consistesse nel raggiungere altri pesci (una “ricompensa sociale”) superando una barriera trasparente. Un pesce con buon controllo inibitorio capisce che deve aggirare la barriera; uno con scarso controllo inibitorio continua a sbatterci contro. Le femmine esposte passavano più tempo a tentare di attraversare la barriera.
E i maschi? Beh, qui la storia si complica un po’. I maschi esposti alla fluoxetina non differivano significativamente da quelli del gruppo di controllo in termini di capacità cognitiva generale. Tuttavia, c’era una differenza interessante tra i due gruppi esposti: i maschi provenienti dal trattamento ad alta concentrazione avevano un controllo inibitorio maggiore rispetto a quelli del trattamento a bassa concentrazione. Un risultato un po’ controintuitivo, vero? Inoltre, i maschi del gruppo ad alta concentrazione erano marginalmente più audaci di quelli del gruppo a bassa concentrazione. Per l’audacia delle femmine, invece, nessun effetto significativo della fluoxetina.

Quindi, ricapitolando: nelle femmine, la fluoxetina sembra “peggiorare” la capacità di controllarsi, mentre nei maschi l’effetto è più sfumato e dipende dalla dose, con un possibile aumento dell’audacia a dosi alte. E tutto questo, ricordiamolo, 10 mesi dopo che la somministrazione del farmaco era cessata!
Perché questi risultati sono così importanti?
Qualcuno potrebbe dire: “Vabbè, ma stiamo parlando di pesciolini, cosa ci importa?”. E invece ci importa, eccome! Questi risultati sono la prima prova che l’esposizione a lungo termine alla fluoxetina può influenzare il controllo inibitorio in animali non umani, e sottolineano quanto sia cruciale considerare gli impatti cognitivi e “residui” dell’inquinamento da sostanze psicoattive sulla fauna selvatica.
Pensateci: il controllo inibitorio è una capacità cognitiva legata alla sopravvivenza e al successo riproduttivo. Un pesce che non sa “frenare” i propri impulsi potrebbe esporsi più facilmente ai predatori, o potrebbe non essere in grado di adottare strategie di foraggiamento o accoppiamento flessibili. Se le femmine hanno un controllo inibitorio ridotto, questo potrebbe avere cascata di effetti sulla popolazione.
Il fatto che questi effetti siano specifici per sesso è un altro campanello d’allarme. Spesso, gli studi tossicologici non distinguono abbastanza tra maschi e femmine, o testano solo un sesso, rischiando di perdere informazioni cruciali. Le differenze nel modo in cui maschi e femmine reagiscono alla fluoxetina potrebbero essere dovute a differenze nei loro sistemi ormonali o nella sintesi della serotonina.
E poi c’è la questione della persistenza. Il fatto che gli effetti si vedano ancora dopo 10 mesi dalla fine dell’esposizione suggerisce che l’immissione di questi inquinanti nell’ambiente non deve essere permanente per avere un impatto duraturo. La fluoxetina e il suo metabolita attivo, la norfluoxetina, hanno una lunga emivita biologica, il che significa che possono accumularsi nei tessuti e avere effetti prolungati anche quando i livelli ambientali diminuiscono. Questo potrebbe essere dovuto alla persistenza del contaminante nell’ambiente (e quindi a un’esposizione continua seppur ridotta), alla persistenza degli effetti dell’esposizione passata sugli individui, o addirittura a effetti transgenerazionali, cioè trasmessi dai genitori alla prole.
Cosa ci insegna questa storia?
Questo studio, a mio avviso, ci lancia un messaggio forte e chiaro: l’inquinamento da farmaci è una minaccia reale e complessa. Non si tratta solo di effetti acuti e immediati, ma di alterazioni sottili e a lungo termine del comportamento e delle capacità cognitive degli animali, con possibili ripercussioni a livello di popolazione ed ecosistema.
I ricercatori stessi sottolineano che sono necessarie ulteriori indagini per capire se questi effetti derivino da un’evoluzione genetica, da effetti parentali (cioè, caratteristiche trasmesse dai genitori alla prole non attraverso i geni ma, ad esempio, attraverso modifiche epigenetiche o l’ambiente materno), da plasticità fenotipica (la capacità di un organismo di cambiare in risposta all’ambiente) o da una combinazione di questi fattori.
Inoltre, sarebbe interessante testare gli effetti della fluoxetina su altre abilità cognitive, come l’apprendimento spaziale o la capacità numerica, e vedere se anche questi sono sesso-specifici. E capire se i cambiamenti nei livelli di stress indotti dalla fluoxetina influenzino poi le misurazioni della cognizione dei pesci.
Insomma, la prossima volta che sentiremo parlare di farmaci nell’ambiente, non pensiamo solo a un problema “chimico”, ma anche a un potenziale “ladro di cervelli” che agisce in modo silenzioso e selettivo. La salute dei nostri ecosistemi acquatici, e degli organismi che li popolano, dipende anche dalla nostra capacità di comprendere e mitigare questi impatti nascosti.
Fonte: Springer
