Farmaci negli Anziani: Un Rischio Nascosto nelle Case di Riposo? Vi racconto uno studio da Hong Kong!
Amici lettori, oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta particolarmente a cuore e che, ne sono certo, toccherà la sensibilità di molti: la salute dei nostri anziani, specialmente quando vivono in case di riposo. Immaginate la scena: persone che hanno dedicato una vita al lavoro e alla famiglia, che si ritrovano in una fase delicata, spesso bisognose di cure e, di conseguenza, di farmaci. Ma siamo sicuri che tutti questi farmaci siano sempre una buona idea? E se alcuni, invece di aiutare, nascondessero delle insidie?
Proprio di questo si occupa uno studio interessantissimo condotto a Hong Kong, pubblicato su Springer, che ho avuto modo di analizzare. Il titolo originale è un po’ tecnico: “Analysis of medication management system data to determine potentially inappropriate medication use and hospitalization among older adults living in residential care homes for the elderly population”. Tradotto, si tratta di un’analisi sull’uso di farmaci potenzialmente inappropriati (PIM) e il loro legame con i ricoveri ospedalieri tra gli anziani nelle case di cura. E credetemi, i risultati fanno riflettere.
La giungla dei farmaci: polifarmacia e PIM
Partiamo da un presupposto: invecchiando, il nostro corpo cambia. E con esso, cambia anche il modo in cui metabolizziamo i farmaci. Questo rende gli over 65 più suscettibili agli effetti collaterali, specialmente se assumono tanti medicinali contemporaneamente – un fenomeno chiamato polifarmacia (generalmente si intende l’assunzione di 5 o più farmaci). Aggiungiamoci i PIM, ovvero quei farmaci i cui rischi superano i potenziali benefici, soprattutto quando esistono alternative più sicure, e il quadro si complica. Per aiutare i medici a orientarsi, esistono dei criteri, come i famosi Criteri di Beers dell’American Geriatrics Society, una sorta di “lista nera” di farmaci da usare con cautela (o da evitare) negli anziani.
Lo studio di Hong Kong ha preso in esame i dati di ben 29 case di riposo, coinvolgendo la bellezza di 6.346 residenti, con un’età media di quasi 83 anni. Pensate che, in media, ogni anziano assumeva circa 6-7 farmaci diversi, e più della metà (il 51,5%) rientrava nella definizione di polifarmacia. Un dato già di per sé allarmante!
Quanto sono diffusi i farmaci “sbagliati”?
E qui veniamo al dunque. Gli chercheurs hanno spulciato i dati sulle medicine effettivamente somministrate (non solo prescritte, il che è un dettaglio importante per l’accuratezza) grazie a un sistema informatico chiamato SMMS® (SafeMed Medication Management System). Hanno poi confrontato queste informazioni con i Criteri di Beers del 2023, adattati al contesto di Hong Kong.
Il risultato? Preparatevi: ben il 34,5% degli anziani assumeva almeno un farmaco potenzialmente inappropriato. Di questi:
- Il 65,1% ne assumeva uno.
- Il 25,5% ne assumeva due.
- Il 9,4% ne assumeva più di due.
Parliamo di un residente su tre che riceveva un trattamento farmacologico non ottimale, se non addirittura rischioso. Tra i PIM più comuni identificati c’erano antistaminici di prima generazione come la clorfeniramina (16,2% dei casi!), benzodiazepine come il lorazepam (6%), e altri farmaci come la prometazina e la gliclazide. Farmaci che, magari presi singolarmente e per brevi periodi in un adulto giovane non darebbero grossi problemi, ma che in un anziano fragile e polimedicato possono fare la differenza, in negativo.

Il legame pericoloso: PIM e ricoveri ospedalieri
Ma la vera domanda è: tutto ciò ha delle conseguenze concrete? Purtroppo, sì. Lo studio ha indagato l’associazione tra l’uso di PIM e i ricoveri ospedalieri nello stesso periodo di 12 mesi. Ebbene, dopo aver aggiustato i dati per età, sesso e comorbidità (cioè la presenza di altre malattie), è emerso che gli anziani che assumevano PIM avevano un rischio di essere ricoverati in ospedale 1,73 volte maggiore rispetto a chi non ne assumeva. Un aumento del 73% del rischio, non è poco!
E non finisce qui. Il numero di PIM assunti faceva la differenza: chi ne prendeva più di uno vedeva questo rischio schizzare a 2,17 volte rispetto a chi non ne prendeva affatto. È quella che in gergo si chiama “risposta alla dose”: più PIM, più alto il rischio. Questo suggerisce fortemente che non si tratta di una coincidenza. Anche la presenza di molte comorbidità (nove o più) aumentava significativamente il rischio di ospedalizzazione.
Curiosamente, chi assumeva da 5 a 9 farmaci (polifarmacia “moderata”) sembrava avere un rischio di ricovero leggermente inferiore rispetto a chi ne prendeva meno di 5. Questo potrebbe sembrare controintuitivo, ma gli autori ipotizzano il concetto di “polifarmacia appropriata”: quando una persona ha molte patologie complesse, un numero maggiore di farmaci, se ben scelti e necessari, potrebbe essere giustificato e persino protettivo. Tuttavia, questa è un’osservazione da prendere con le pinze, perché chi assumeva 10 o più farmaci (iper-polifarmacia) non mostrava questa riduzione del rischio.
Quali sono i rischi concreti? Un’ipotesi sugli effetti avversi
Lo studio ha anche provato a stimare il “fardello cumulativo” di potenziali reazioni avverse ai farmaci (ADR) nei residenti con iper-polifarmacia (quelli che prendevano 10 o più farmaci). Utilizzando uno strumento specifico, hanno identificato i rischi più probabili. I risultati?
- Cadute e fratture (rischio più alto, con un punteggio medio di 3.08 su una scala specifica, e il 20.8% dei pazienti con iper-polifarmacia a rischio elevato).
- Costipazione (secondo rischio più alto, punteggio 2.55, 11.5% a rischio elevato).
- Depressione del sistema nervoso centrale (sonnolenza, confusione, ecc.).
- Eventi cardiovascolari.
Pensateci: una caduta in un anziano può significare una frattura del femore, un lungo ricovero, perdita di autonomia… un disastro. E spesso, dietro quella caduta, potrebbe esserci un farmaco “sbagliato” o una combinazione infelice di più farmaci.

Cosa possiamo imparare e cosa possiamo fare?
Questo studio, sebbene condotto a Hong Kong, lancia un messaggio universale. Sottolinea l’urgente necessità di strategie per migliorare la consapevolezza dei medici sui PIM e sul loro impatto negativo. E qui entra in gioco una figura chiave, spesso sottovalutata in questo contesto: il farmacista.
Gli autori suggeriscono con forza di implementare revisioni farmacologiche guidate da farmacisti nelle case di riposo. Non si tratta solo di dispensare pillole, ma di analizzare l’intera terapia del paziente, identificare interazioni pericolose, farmaci inappropriati, dosaggi eccessivi, e collaborare con i medici per ottimizzare il trattamento. Immaginate un team multidisciplinare – medico, infermiere, farmacista – che lavora insieme per il benessere dell’anziano.
Altri paesi stanno già andando in questa direzione. In Slovenia, Germania, Singapore, Australia, il coinvolgimento dei farmacisti nelle revisioni delle terapie nelle case di riposo ha portato a risultati positivi, inclusa una riduzione dei costi sanitari. È un investimento sulla salute che ripaga.
Certo, lo studio ha i suoi limiti, come ammettono gli stessi autori. Ad esempio, non ha potuto considerare tutti i tipi di PIM previsti dai Criteri di Beers (come quelli legati a specifiche malattie o interazioni farmaco-farmaco, per mancanza di dati dettagliati nel sistema). Quindi, la prevalenza reale dei PIM potrebbe essere persino più alta! Inoltre, non sono stati inclusi i farmaci da banco o gli integratori che gli anziani potrebbero assumere di propria iniziativa.
Nonostante ciò, la forza dello studio sta nell’aver utilizzato dati sulla somministrazione effettiva dei farmaci, il che è molto più accurato rispetto ai soli dati di prescrizione.
Un appello finale
Insomma, amici, la questione è seria. Un terzo degli anziani nelle case di riposo di questo studio assumeva farmaci che potrebbero fare più male che bene, aumentando il rischio di finire in ospedale. È fondamentale che si accendano i riflettori su questo problema. Servono:
- Formazione continua per medici e personale delle case di riposo.
- Utilizzo di sistemi di supporto decisionale computerizzati per aiutare i medici a evitare prescrizioni inappropriate.
- E, soprattutto, il coinvolgimento attivo dei farmacisti clinici nel team di cura.
La sicurezza e la qualità di vita dei nostri anziani devono essere una priorità. E ottimizzare le loro terapie farmacologiche è un passo cruciale in questa direzione. Non si tratta di demonizzare i farmaci, che spesso sono salvavita, ma di usarli con saggezza, appropriatezza e sempre con un occhio attento al benessere globale della persona.
Spero che questa “chiacchierata” vi abbia offerto spunti di riflessione. Alla prossima!
Fonte: Springer
